Papa: “La presenza di Dio oggi anche si chiama Rohingya”

Incontro del Papa oggi a Dhaka, capitale del Bangladesh, con un gruppo di profughi Rohingya, sfociato in parole appassionate, di impronta evangelica. Nei commenti la parlata improvvisata e qualche altra affermazione.

12 Commenti »

  1. Luigi Accattoli scrive,

    1 dicembre 2017 @ 22:57

    PAROLE DI FRANCESCO AL GRUPPO DI PROFUGHI ROHINGYA. Cari fratelli e sorelle, noi tutti vi siamo vicini. E’ poco quello che noi possiamo fare perché la vostra tragedia è molto grande. Ma facciamo spazio nel nostro cuore. A nome di tutti, di quelli che vi perseguitano, di quelli che hanno fatto del male, soprattutto per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono. Perdono. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Adesso io mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di darci il perdono che chiediamo. Cari fratelli e sorelle, il racconto ebreo-cristiano della creazione dice che il Signore che è Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle. Anche loro sono immagine del Dio vivente. Una tradizione delle vostre religioni dice che Dio, all’inizio, ha preso un po’ di sale e l’ha buttato nell’acqua, che era l’anima di tutti gli uomini; e ognuno di noi porta dentro un po’ del sale divino. Questi fratelli e sorelle portano dentro il sale di Dio. Cari fratelli e sorelle, soltanto facciamo vedere al mondo cosa fa l’egoismo del mondo con l’immagine di Dio. Continuiamo a far loro del bene, ad aiutarli; continuiamo a muoverci perché siano riconosciuti i loro diritti. Non chiudiamo i cuori, non guardiamo dall’altra parte. La presenza di Dio, oggi, anche si chiama “Rohingya”. Ognuno di noi, dia la propria risposta.

  2. Luigi Accattoli scrive,

    1 dicembre 2017 @ 22:59

    Spostamento massivo di persone. Le parole riportate al commento precedente Francesco le ha pronunciate oggi nella residenza dell’arcivescovo di Dhaka, durante l’incontro interreligioso, ma di questo popolo apolide aveva già parlato ieri alle autorità politiche, nel palazzo presidenziale Bangabhapan: Nei mesi scorsi, lo spirito di generosità e di solidarietà che caratterizza la società del Bangladesh si è manifestato molto chiaramente nel suo slancio umanitario a favore dei rifugiati affluiti in massa dallo Stato di Rakhine, provvedendoli di un riparo temporaneo e delle necessità primarie per la vita. Questo è stato fatto con non poco sacrificio. Ed è stato fatto sotto gli occhi del mondo intero. Nessuno di noi può mancare di essere consapevole della gravità della situazione, dell’immenso costo richiesto di umane sofferenze e delle precarie condizioni di vita di così tanti nostri fratelli e sorelle, la maggioranza dei quali sono donne e bambini, ammassati nei campi profughi. È necessario che la comunità internazionale attui misure efficaci nei confronti di questa grave crisi, non solo lavorando per risolvere le questioni politiche che hanno condotto allo spostamento massivo di persone, ma anche offrendo immediata assistenza materiale al Bangladesh nel suo sforzo di rispondere fattivamente agli urgenti bisogni umani.

  3. Luigi Accattoli scrive,

    1 dicembre 2017 @ 23:03

    Terzo paese musulmano. Sempre nell’incontro con le autorità di quel paese a maggioranza musulmano (il terzo per popolazione nel mondo, dopo l’Indonesia e il Pakistan) il Papa aveva parlato della minaccia del terrorismo islamista e della libertà religiosa rivendicata dalla Chiesa Cattolica per sè e per tutti: In un mondo dove la religione è spesso – scandalosamente – mal utilizzata al fine di fomentare divisione, questa testimonianza di riconciliazione e di unione [dei credenti in Dio] è quanto mai necessaria . Ciò si è manifestato in modo particolarmente eloquente nella comune reazione di indignazione che ha seguito il brutale attacco terroristico dell’anno scorso qui a Dhaka, e nel chiaro messaggio inviato dalle autorità religiose della nazione per cui il santissimo nome di Dio non può mai essere invocato per giustificare l’odio e la violenza contro altri esseri umani nostri simili». Francesco riconosce «la libertà» di cui gode la Chiesa nel Paese, «di praticare la propria fede e di realizzare le proprie opere caritative, tra cui quella di offrire ai giovani un’educazione di qualità e un esercizio di sani valori etici e umani»; e così conclude: «Sono certo che, in accordo con la lettera e lo spirito della Costituzione nazionale, la comunità cattolica continuerà a godere la libertà di portare avanti queste buone opere come espressione del suo impegno per il bene comune».

  4. Luigi Accattoli scrive,

    2 dicembre 2017 @ 18:03

    Singolarità di questo perdono. La richiesta di perdono ai Rohingya è la più singolare tra quante ne ha formulate Francesco. La meno facile a interpretare quanto a titolarità del richiedente, che pare voler parlare anche per conto degli oppressori di quel popolo: “A nome di tutti, di quelli che vi perseguitano, di quelli che hanno fatto del male, soprattutto per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono”. Vi sono due precedenti che possono aiutare a intendere quest’ampliamento della titolarità del richiedente che arriva a parlare “a nome di tutti”. Li riporto e li linko ai due commenti seguenti e poi al terzo commento fornisco una mia parafrasi delle parole improvvisate del Papa, che formulo anche alla luce di quei precedenti.

  5. Luigi Accattoli scrive,

    2 dicembre 2017 @ 18:04

    Alle comunità indigene del Chiapas il 15 febbraio 2016: “Molte volte, in modo sistematico e strutturale, i vostri popoli sono stati incompresi ed esclusi dalla società. Alcuni hanno considerato inferiori i loro valori, la loro cultura, le loro tradizioni. Altri, ammaliati dal potere, dal denaro e dalle leggi del mercato, li hanno spogliati delle loro terre o hanno realizzato opere che le inquinavano. Che tristezza! Quanto farebbe bene a tutti noi fare un esame di coscienza e imparare a dire: perdono! Perdono, fratelli!”. Qui il Papa non dice, come in altre occasioni, “vi chiedo perdono a nome dei figli della Chiesa per quello che hanno fatto contro di voi”. La richiesta è generica: voi tutti avete sofferto per mano di tanti e sarebbe necessario un esame di quel male che porti a una richiesta di perdono.

    http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/02/15/0122/00236.html

  6. Luigi Accattoli scrive,

    2 dicembre 2017 @ 18:04

    A 20 donne liberate dal racket della prostituzione il 12 agosto 2016. Anche questo è un saluto improvvisato e non c’è un testo della richiesta di perdono, che la Radio Vaticana riferì così: “Il Papa ha usato parole molto belle, ma anche molto forti: ha chiesto perdono a nome di tutti i cristiani per le violenze e tutto il male che queste ragazze hanno dovuto subire”. Anche qui la titolarità è ampia e indeterminata. Avrebbe detto “a nome di tutti i cristiani”, ma avrebbe potuto essere benissimo “a nome di tutti”, come nel caso dei Rohingya.

    http://it.radiovaticana.va/news/2016/08/13/venerd%C3%AC_misericordia,papa_visita_comunit%C3%A0_giovanni_xxiii/1251076

  7. Luigi Accattoli scrive,

    2 dicembre 2017 @ 18:05

    Come il presidente Grasso. Questa è la mia parafrasi delle parole rivolte ai Rohingya: “A nome di tutti, a nome dell’intera umanità, anche di quelli che vi perseguitano, di quelli che vi hanno fatto del male, soprattutto per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono”. Nelle richieste di perdono, quando non sono formulate dal responsabile del male arrecato, la titolarità del richiedente è sempre simbolica, analogica, metaforica. Il 21 settembre abbiamo ascoltato una richiesta di scusa alle donne, per la violenza che le colpisce ogni giorno, fatta dal Presidente del Senato Pietro Grasso a nome di tutti gli uomini: “È un problema che parte da noi uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio. Scusateci tutti”. E’ con analoga titolarità simbolica e inclusiva che il Papa ha detto ai Rohingya “perdonateci tutti, colpevoli e indifferenti”.

  8. Leonardo Lugaresi scrive,

    2 dicembre 2017 @ 19:34

    «Nelle richieste di perdono, quando non sono formulate dal responsabile del male arrecato, la titolarità del richiedente è sempre simbolica, analogica, metaforica». Di conseguenza, anche la richiesta è simbolica, analogica, metaforica: per modo di dire. (Un po’ come, per converso, delle volte si dice: “ti ammazzerei”, ma non si fa mica sul serio, no?). Sono solo parole; qualcuno potrebbe definirle chiacchiere, a qualcun altro potrebbero piacere, ma non fa molta differenza.

    Domando: è conveniente banalizzare così un concetto tanto sacro come quello di perdono? Come vedi, Luigi caro, per questa via non si va lontano.

    Ma poi, sei proprio sicuro che l’affermazione sopra riportata sia sempre vera? Le famose (e pure discusse) richieste di perdono formulate da Giovanni Paolo II per i peccati “storici” dei cristiani non erano simboliche, analogiche, metaforiche come dici tu, ma avevano una caratura teologica, di cui ora non parlo (ma se vuoi lo possiamo fare).

    Infine, non ti fa “uno strano effetto” (diciamo così, per eufemismo) che per sostenere il papa (!) tu debba ricorrere all’autorità di Pietro Grasso!?

  9. Victoria Boe scrive,

    2 dicembre 2017 @ 21:33

    Ancora??…
    “Banalizzare il concetto del perdono” ??!!
    Come dire che Gesù Cristo nel chiedere al Padre il perdono per quelli che non sanno quello che fanno “banalizzava” il concetto del perdono…
    Mi chiedo a quale scuola di cristianesimo sono andati certi sedicenti cristiani.
    È troppo chiedere a chi posta certi commenti di fare qualche salutare esercizio di riflessione prima di scriverli e di inviarli?

  10. Victoria Boe scrive,

    2 dicembre 2017 @ 22:15

    Tanto per far capire meglio.
    Una mia collega, ogni qualvolta si parla dell’olocausto degli Ebrei, si sente in colpa ( letteralmente!) come se fosse stata lei l’artefice di quell’abominio.
    Lei, italiana non ebrea, antinazista ma non comunista né di sinistra ((tutt’altro), sente su di sé la colpa di quell’eccidio, e si fa carico delle atrocità commesse contro quel popolo.
    In quel senso di colpa così acuto c’è lo sgomento di tutti gli esseri umani che assistettero impotenti ad una simile violenza. C’è un’ intima richiesta di perdono al Signore e a quel popolo per aver visto messo sotto i piedi il comandamento dell’amore, ad opera di certi pazzi furiosi che si sentivano uguali a Dio.
    Questo per capire da che cosa nasce la richiesta di perdono in chi ha in sé lo spirito del Cristo.
    E in questo blog c’è ancora qualcuno che scioccamente, testardamente, pone delle obiezioni ai gesti evangelici del Papa.
    Incredibile!!

  11. Beppe Zezza scrive,

    2 dicembre 2017 @ 23:30

    Ma la sua conoscente ha consultato una psicoterapeuta?
    Ci sono delle forme di nevrosi che danno luogo a sintomi molto simili.

  12. Andrea Salvi scrive,

    2 dicembre 2017 @ 23:31

    Al signor. Leonardo Lugaresi.
    “Domando: è conveniente banalizzare così un concetto tanto sacro come quello di perdono? ”
    Il problema è proprio qui. L’incapacità mentale di capire che il papa si e’ semplicemente caricato il peso delle colpe commesse da altri, per riconoscere la somma ingiustizia commessa verso quel popolo. Non avrà usato, parlando a braccio parole scolasticamente corrette?puo’ darsi, e cosa cambia?
    Dall’intervento del Lugaresi lasciatemelo dire emerge ancora una volta quella somma rigidità intellettuale che non consente di comprendere le cose nella loro realtà più intima.

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