Un bell’abbraccio alla mia amica Giovanna Labate

Foto di Giovanna Cassalia Labate, in un collegamento da remoto con gli amici di Reggio Calabria – per introdurre una mia narrazione della sua decisione di ricevere l’Unzione degli infermi in una celebrazione comunitaria, avendo superato gli 80 e trovandosi con problemacci di salute. Nei commenti trovi la messa a fuoco di questo piccolo ma incoraggiante fatto di Vangelo e un grazie per l’aiuto a credere che me ne è venuto

4 Comments

  1. Luigi Accattoli

    Io non sono la mia malattia. Come sanno i visitatori del blog, da decenni vado narrando episodi di Unzione degli infermi in celebrazioni particolari o comunitarie e dunque considero fatto mio anche questo minimo racconto a riguardo dell’amica Giovanna, che frequento da mezzo secolo: attiva nella Fuci e nel Meic, è stata attrattiva insegnante di liceo e docente di Antropologia filosofica presso l’Istituto superiore di Studi religiosi di Reggio Calabria.
    Ha ricevuto il Sacramento dell’Unzione degli infermi il 3 gennaio, che era un sabato, durante una Celebrazione comunitaria pomeridiana della Parola ed Eucaristica nella Chiesa di San Francesco di Paola, a Reggio Calabria. Con una presenza numerosissima – e inaspettata – degli amici con i quali ha attraversato decenni di esperienza culturale ed ecclesiale.
    Giovanna, carattere deciso, ha voluto per questa celebrazione una modalità festosa, lieta, come si conviene a ogni sacramento e quale va recuperata per questo dell’Unzione, il più derelitto tra tutti e quasi sempre vissuto in condizioni di debolezza estrema, nella solitudine dei ricoveri ospedalieri.
    Pensato – invece – stavolta e voluto “consapevolmente e da vivente”, dice lei. La sua tenuta emotiva è risultata ben ferma anche durante le poche parole improvvisate alla fine del rito.
    “Io non sono la mia malattia” ha detto con voce sicura, ringraziando i tanti presenti, “ben oltre ogni previsione”, a partire dai due figli e dal nipotino Gabriele “mia prima e potente terapia”.
    Un ringraziamento particolare ha poi rivolto “a tutto il personale delle tante strutture sanitarie della Regione Toscana che ora mi tocca frequentare: tutti accoglienti, umani, premurosi, oltre che professionalmente attrezzati”. Grazie anche al vicinato “sempre affettuosamente attento a me e ai miei bisogni”. E un pensiero di gratitudine “ai tanti amici, anche lontani, magari da decenni non visti né sentiti, ex alunni, colleghi”.
    Queste all’incirca le sue parole conclusive: “L’esperienza di bene che sto facendo in questa stagione della vita mi riempie di gratitudine e mi aiuta a riconoscere la presenza in me, accanto a me, per me, del buon Dio: amico che non mi ha mai fatto soffrire la solitudine”.
    A conclusione, tutti in sacrestia – forse cento persone – a consumare in un clima di festa i dolci e le bevande che Giovanna aveva scelto e procurato.

    11 Febbraio, 2026 - 11:00
  2. Luigi Accattoli

    Abbraccio e ringrazio Giovanna. Sono stato dieci e dieci volte ospite a casa sua. Abbiamo vissuto insieme vacanze familiari quando i figli erano piccoli. Ci siamo scambiati letture e opinioni, impegni, relazioni. Reciproco aiuto nell’avventura sponsale e nella crescita dei figli, vicinanza in giorni difficili miei e suoi. Considero la narrazione così viva dell’Unzione – che ha voluto fare a me che non ero stato presente – un vero regalo.
    Tutti possiamo imparare qualcosa – io per primo – da questo suo Sacramento vissuto da vivente. Dal ministero della gratitudine e dell’attesa che da esso fluisce e che Giovanna ha saputo così bene attestare fin dal giorno della celebrazione.

    11 Febbraio, 2026 - 11:00
  3. fiorenza

    Bella (tutta luce) la foto della tua amica Giovanna. Belle le sue parole, anche queste così luminose: “L’esperienza di bene che sto facendo in questa stagione della vita mi riempie di gratitudine “. E come si intona bene alla sua, la tua voce: “Tutti possiamo imparare qualcosa da questo suo Sacramento vissuto da vivente”. Luigi, un grande grazie a tutti e due: ho imparato tanto dalla vostra lezione di Vita, e proprio quello di cui avevo bisogno ora. Ora che il tempo, il mio tempo, “si è fatto breve”, e così poco, così di rado e così distrattamente io ci penso.

    12 Febbraio, 2026 - 22:54
  4. Giovanna Tripodi

    Cari Giovanna e Gigi, cerco di superare il naturale istinto di riservatezza per esprimere il mio Grazie ad entrambi. In primis a Giovanna, per averci portati con l’immensa delicatezza che la contraddistingue in un campo, soprattutto oggi, molto “minato”: la *cura* della persona nella fragilità, nella malattia. Il dibattito corrente porta spesso verso determinazioni di tipo eutanasico, invece Giovanna, con la sua *scelta* di *condivisione* con i suoi familiari e con la sua comunità ecclesiale di ricevere il “sacramento dell’unzione degli infermi”, ci indica una via nuova. Questo Sacramento non è per la morte ( come spesso viene inteso), ma per la *Vita* , per la *persona*, per i FRAGILI, che necessitano della Benedizione e della Grazia sacramentale. Posso dire “io c’ero”, e nell’emozione straripante di tutti i presenti mi sento di affermare che è stato come partecipare ad un battesimo, una cresima, un matrimonio …sì, perché Giovanna era bella, fragile e gioiosa come una sposa che va incontro al suo sposo. In una società che nel momento della malattia estrema esalta il diritto incondizionato all’eutanasia, Giovanna ci ha indicato che se c’è la *Cura* accompagnata dalla *Fede* nessuno sarà portato a fare scelte di morte, ma troverà sempre motivi ( lei ha parlato di Gabriele -il suo nipotino- la sua Cura) per scegliere la *Vita*. Le sue riflessioni ci hanno anche ricordato quanto sia importante il rapporto paziente – personale sanitario, quanto siano importanti gli ospedali, i luoghi e i tempi delle prestazioni, dando così voce ai sei milioni di cittadini indigenti che oggi rinunciano alle cure. La celebrazione eucaristica presieduta da don Nino Pangallo nella modalità della festa e della gioia ( modalità inedita che io sappia) è stata *Grazie* al *Signore* per quello che ci ha donato e continua a donarci come comunità di cristiani in cammino verso il Padre. Grazie a te, Gigi, che con una foto e la tua breve e sapiente esposizione ci fai riflettere sull’importanza della condivisione delle esperienze di vita ecclesiale : “non si accende una lampada per metterla sotto il moggio” (Matteo 5,15), ma è importante dare voce ai testimoni di oggi *credenti* e *credibili* che ci aiutano a crescere nella *Fede*.

    16 Febbraio, 2026 - 9:40

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