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Sono tornato alla Trinità dei Pellegrini (vedi post del 15 e 17 giugno) per vedere come va in estate la parrocchia del vecchio rito e anche per il canto: era ospite il coro della cattedrale cattolica londinese di Southwark (il Tamigi divide il suo territorio da quello di Westminster) che ha eseguito una “messa a quattro voci di William Byrd” (1543-1623) e due mottetti di Thomas Tallis (1505-1585), compositori del Cinquecento così presentati nel foglietto della liturgia: “Anche se inglesi, questi compositori fanno parte della grande tradizione musicale cattolica che in tutto il mondo si ispirò all’attività musicale rinascimentale romana”. Grande canto ma in semplicità, anche per quanto riguarda i costi: “Ho dimenticato di dire che ci sarà una seconda colletta dopo la comunione per assistere il coro nelle spese che hanno avuto”, è tornato a dire al microfono il parroco padre Kramer alla fine dell’omelia, dopo che l’aveva spento. All’inizio dell’omelia aveva affermato che “ogni città ha un coro migliore di quelli che si trovano a Roma e noi vorremmo portare rimedio un giorno a questa situazione”. Non so se è giusto quel giudizio su Roma e non so se riusciranno a fare qualcosa, ma certo quella di ieri era un’occasione per pregare in canto. Quanto al resto, dirò d’aver trovato meno persone che a metà giugno: una settantina contro 150, ma immagino che il dimezzamento si stia registrando in tutte le parrocchie romane a motivo delle ferie. Stavolta non ho notato la sproporzione numerica delle altre volte a favore degli uomini e c’erano due coppie con bimbi piccini: forse la “parrocchia personale” sta facendosi le ossa.

Piccola maestra piena d’occhi con intorno 22 trolley ben allineati, ferma all’ombra dell’obelisco di Santa Maria Maggiore. Escono saltando i ragazzi dalla Basilica con le altre maestre e si incamminano per la stazione Termini: “Che cattivi a non farci entrare con le valigie, maestra Anna! Ma tanto tu quella chiesa l’avevi già vista”.

Cannolo sei mio! Buzzicotta“: ho fatto – dopo mesi – un giretto tra Ponte Milvio e Ponte Flaminio, che avevo molto frequentato l’anno scorso (vedi per esempio post dell’11 settembre e del 3 ottobre 2007), e ho trascritto questo slancio mangereccio della Buzzicotta. E quest’altro di una Marta che si avventura sulla frontiera “amore e morte”: “Araldo, ti amerò oltre la morte, anche se sei tu il mio assassino. Addio tato, Marta“.

Il cardinale Ivan Dias – uno dei tre inviati dal papa alla Conferenza di Lambeth insieme a Kasper e Murphy-O Connor – ha parlato l’altro ieri ai vescovi anglicani di ogni paese su “Missione, giustizia sociale ed evangelizzazione”, affermando che “oggi il mondo ha bisogno di cristiani che difendono la loro fede e non di cristiani che chiedono scusa”. Lo ha detto con un gioco di parole assai efficace:The world today needs Christian apologists, not apologisers. Io credo che siano necessari ambedue, ma batto le mani a Dias per la schiettezza della sua parola.

“Non mi taglierò i capelli fino a quando l’ultimo dei miei compagni non sarà liberato dalle Farc” disse Ingrid Betancourt all’uscita dalla giungla (vedi post del 3 luglio). Virtù dei capelli intonsi a calamitare gli eventi: nei paesi di mare le mogli dei marinai non si tagliavano i capelli finché il marito non era tornato sulla terraferma. Noi uomini giuriamo piuttosto sulla barba: a settant’anni Giulio II ebbe a dire che “non voleva più rasarla fino a quando aveva scalzato fora il re Ludovico de Franza dall’Italia” e ne venne la barba flabello del ritratto della National Gallery che gli fece Raffaello nel 1511-1512.

Poliziotto australiano malato viene portato dal papa il 16 luglio e muore il 19 luglio. Dona all’ospite il proprio cappello e Benedetto se lo mette in testa regalandogli un ultimo sorriso. Forse avrà sognato che l’uomo vestito di bianco l’avrebbe guarito. Il papa si sarà chiesto perchè i miracoli oggi siano rari. O magari no e allora quel sogno e quella domanda li faccio io per loro. Anzi per tutti.

La notizia del papa che incontra a Sydney due donne e due uomini maltrattati da preti sessuomani ci arriva per sms sul bus per l’aeroporto alle 00,20, quando in Italia la mezzanotte è passata da venti minuti e i giornali sono già stampati. Rifacciamo gli articoli “per la ribattuta” mentre ci togliamo l’orologio e la cintura al varco con il metal detector. Ma dico io, i fatti non potrebbero accadere in orario più decente? Per esempio tutti alla stessa ora, fuso orario per fuso orario? Noi giornalisti potremmo fare un lavoro migliore e le nostre aziende spenderebbero di meno per gli straordinari. Con l’attuale sistema degli accadimenti sregolati percepiamo noi stessi come degli intrusi nel caos e anche la nostra testa diventa caotica, costretti come siamo a saltare la cena, a correre sulla spiaggia o a dettare dall’aereo mentre le hostess ci fanno gli occhiacci perché avremmo dovuto spegnere il cellulare alla prima occhiata appena appena allusiva. Sfido io che i nostri articoli sembrano scritti con i piedi! Provate voi a fare meglio mentre vi spezzate l’unghia sulla chiusura lampo del pc che avete dovuto accendere per certificare che non è una bomba in forma di Qompac N610c.

In duecentomila sotto le stelle, nell’ippodromo di Randwick: qui passeranno la notte, attrezzati con sacchi a pelo e tendine, teli isolanti dall’umidita’ del terreno, cena al sacco, una lucetta da libro con clip. Ho fatto un giro nel campo prendendo con me immagini e suoni di bella umanita’, poi sono salito suilla vastissima tribuna stampa e da qui mando questo post. La veglia inizia con l’ippodromo al buio. La luce appare sul podio portata dai ballerini con una danza che mima l’avventura dell’umanita’ che accoglie i doni dello Spirito Santo. Il papa entra accompagnato da 12 pellegrini mentre i giovani cantano l’inno Nostra Signora della Croce del Sud. Dal cero pasquale il papa accende la fiaccola di una donna indigena che accende le fiaccole dei 12 che accendono poi quelle dei compagni. Una luce da luce che va incendiano proprio ora la vallea dell’ippodromo che infine di essa tutta risplende. Quando il papa se ne sara’ andato la veglia continuera’ per tutta la notte, con alternanza di meditazioni e silenzio. Sono felice di trovarmi tra tanti ragazzi che accompagnano il canto dell’alleluja muovendo con le mani le fiaccole che si ravvivano a tale movimento. Questa prima parte della veglia si chiama Ingresso della luce: un nome che dedico ai miei visitatori.

E’ possibile pregare a Sydney, nella citta’ futurista, in tanti, a cielo aperto: lo sto vedendo mentre scrivo e nella metropoli si svolge una Via Crucis che prende tutto il pomeriggio. L’ho seguita per vie e piazze e ora la guardo dalla finestra della mia camera di albergo, che da’ sul Darling Harbour, tra il Convention Centre e l’Aquarium. I bordi della darsena semicircolare, che costituiscono un’area pedonale permanente, sono affollati di ragazzi seduti a terra, saranno tremila o seimila. Seguono la rappresentazione delle 14 stazioni su un grande schermo alzato su una passerella, in mezzo all’acqua. Sulla passerella verra’ infine rappresentata la scena del cireneo (settima stazione), mentre le altre si sono svolte in altre parti della citta’ che ha piu’ di quattro milioni di abitanti. Ottanta figuranti in costume, le scene intervallate da canti e meditazioni, rese come in teatro o mimate da balletti. E lunghi tempi di preghiera silenziosa. Tre stazioni – dalla quarta alla sesta: Pilato, la flagellazione e la croce – sono state rappresentate sulle scale dell’Opera House, l’edificio simbolo di Sydney, la prima nella piazza della cattedrale St. Mary, le ultime al Barangaroo. I centocinquantamila hanno seguito il tutto divisi in una ventina di folle: quelle delle 14 stazioni e altre davanti ai grandi schermi. Camminando tra quelle folle avevo la percezione fattuale, direi fisica, che e’ possibile la preghiera pubblica nella citta’ mondiale, di cui Sydney (nella quale si parlano duecemto lingue) e’ un convincente microcosmo. Una riscoperta che dobbiamo a Giovanni Paolo, inventore delle Giornate della gioventu’ delle quali Benedetto si e’ fatto erede prima esitante e ora entusiasta.

Ad alcuni di noi può sembrare di essere giunti alla fine del mondo! Per le persone della vostra età, comunque, ogni volo è una prospettiva eccitante. Ma per me, questo volo è stato in qualche misura logorante. E tuttavia la vista del nostro pianeta dall’alto è stata davvero magnifica. Il luccichio del Mediterraneo, la magnificenza del deserto nordafricano, la lussureggiante foresta dell’Asia, la vastità dell’Oceano Pacifico, l’orizzonte sul quale il sole sorge e cala, il maestoso splendore della bellezza naturale dell’Australia, di cui ho potuto godere nei trascorsi due giorni; tutto ciò suscita un profondo senso di reverente timore“: cosi’ Benedetto ha parlato ai ragazzi, al primo incontro. Ho fatto lo stesso viaggio, forse con gli stessi sentimenti. O con trasalimenti misti o – chissa’ – mediani tra quelli del papa e quelli dei ragazzi. Alla persona che mi e’ piu’ cara avevo appena detto al telefono che si trattava di un viaggio “faticoso ma esaltante” ed ecco il papa che azzarda di piu’ – di piu’ di un giornalista – perche’ non ha paura delle parole. Come quando altre volte ha detto che c’e’ “sporcizia” nella Chiesa: “quanta sporcizia!” Approfittiamo della parola forte dell’apostolo. Invito a leggere per intero il discorso (http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/22419.php?index=22419&lang=it#TRADUZIONE%20IN%20LINGUA%20ITALIANA), dove si trovano passaggi ustionanti come questo: “Quale posto hanno nelle nostre società i poveri, i vecchi, gli immigranti, i privi di voce? Come può essere che la violenza domestica tormenti tante madri e bambini? Come può essere che lo spazio umano più mirabile e sacro, il grembo materno, sia diventato luogo di violenza indicibile?