Francesco: vado avanti con il sostegno di tutti voi

“Voglio assicurarvi che questo triste fatto [furto e pubblicazione di documenti] non mi distoglie certamente dal lavoro di riforma che stiamo portando avanti con i miei collaboratori e con il sostegno di tutti voi”: parole dette dal Papa all’Angelus, in una sorta di appello a sostenere l’opera di pulizia e raddrizzamento delle attività economiche che va conducendo. Nei commenti l’intero appello e il richiamo a due precedenti a esso assimilabili.

8 Comments

  1. Luigi Accattoli

    Molti turbati. “Cari fratelli e sorelle, so che molti di voi sono stati turbati dalle notizie circolate nei giorni scorsi a proposito di documenti riservati della Santa Sede che sono stati sottratti e pubblicati. Per questo vorrei dirvi anzitutto che rubare quei documenti è un reato. E’ un atto deplorevole che non aiuta. Io stesso avevo chiesto di fare quello studio, e quei documenti io e i miei collaboratori già li conoscevamo bene, e sono state prese delle misure che hanno incominciato a dare dei frutti, anche alcuni visibili. Perciò voglio assicurarvi che questo triste fatto non mi distoglie certamente dal lavoro di riforma che stiamo portando avanti con i miei collaboratori e con il sostegno di tutti voi. Sì, con il sostegno di tutta la Chiesa, perché la Chiesa si rinnova con la preghiera e con la santità quotidiana di ogni battezzato. Quindi vi ringrazio e vi chiedo di continuare a pregare per il Papa e per la Chiesa, senza lasciarvi turbare ma andando avanti con fiducia e speranza”.

    8 Novembre, 2015 - 18:22
  2. Luigi Accattoli

    Un anno addietro. “Non voglio finire queste parole di augurio senza chiedervi perdono per le mancanze, mie e dei collaboratori, e anche per alcuni scandali, che fanno tanto male. Perdonatemi. Buon Natale e, per favore, pregate per me!” (Udienza ai dipendenti della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano per gli auguri del Santo Natale 2014). Quel giorno Francesco strigliò cardinali e superiori (il discorso delle quindici malattie dei curiali) e chiese perdono ai dipendenti: due pesi e due misure, è il caso di dire.

    8 Novembre, 2015 - 18:22
  3. Luigi Accattoli

    Il mese scorso. “La parola di Gesù è forte oggi: ‘Guai al mondo per gli scandali’. Gesù è realista e dice: ‘E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale avviene lo scandalo’. Io vorrei, prima di iniziare la catechesi, a nome della Chiesa, chiedervi perdono per gli scandali che in questi ultimi tempi sono accaduti sia a Roma che in Vaticano, vi chiedo perdono”: così Francesco il 14 ottobre ad apertura dell’udienza generale in piazza San Pietro. Il Papa che si appella al popolo per guarire i chierici. Istruttivo.

    8 Novembre, 2015 - 18:23
  4. Fides

    bella premunt hostilia….

    9 Novembre, 2015 - 13:10
  5. Marilisa

    “Le resistenze che incontra fanno parte di una “necessitas” predetta da Gesù per i suoi discepoli e da lui sofferta: quando appare il giusto, allora l’iniquo si scatena; quando qualche vita cristiana riesce a far brillare il vangelo, allora irrompono le tenebre; quando qualcuno annuncia il vangelo e lo vive, allora gli tirano le pietre. Più papa Francesco realizzerà la riforma della chiesa, e più pesante sarà la croce sulle sue spalle: accanto al riconoscimento e alla gratitudine dei cristiani che tentano di vivere il vangelo e dei “giusti” anche non cristiani, accanto alla riconoscenza dei poveri, apparirà il disprezzo, la delegittimazione, l’offesa dei poteri mondani, interni ed esterni al mondo ecclesiale. Il cardinale Coccopalmerio ha dichiarato: “Questo papa comincia a fare paura!”. Paura a chi? A quelli che sono sordi alle esigenze della giustizia, a quelli che non vogliono ascoltare i poveri, a quelli che amano servirsi degli altri per il loro potere, la loro affermazione, le loro ricchezze…”

    Questo è un passaggio dell’ art. di un cristiano che ha letto bene gli avvenimenti di questi giorni nella Chiesa.

    Il testo integrale:
    “In alcuni momenti della storia della chiesa emerge il bisogno di riforma: “ecclesia semper reformanda” è un adagio ripreso tantissime volte nel secondo millennio e nella chiesa latina, fino a dare origine a chiese “riformate” o “della Riforma”, a suscitare una “controriforma” e a provocare divisioni e separazioni di cristiani all’interno della stessa chiesa. Riforma della chiesa tutta e di ogni cristiano che nel proprio cammino spirituale deve assolutamente “deformata reformare”, cioè dare nuova forma a ciò che risulta essere diventato “deforme” rispetto al vangelo. Ma questa esigenza universale di riforma è primaria per quanti nella chiesa hanno responsabilità di governo o sono figure esemplari per tutti i cristiani: papa, vescovi, presbiteri, monaci…

    Molti ricordano la riforma “gregoriana”, tentata da papa Gregorio VII nell’XI secolo, o quella amara e brevissima del papato, attuata nella sua persona da papa Celestino V alla fine del XIII secolo: Silone nel suo “L’avventura di un povero cristiano” ha descritto letterariamente la vicenda dell’eremita eletto papa suo malgrado e poi indotto o costretto a dimettersi perché impotente di fronte alle manovre della curia e agli intrighi dei cardinali. Ma non si possono dimenticare altri tentativi autorevoli da parte di chi, di fronte alla corruzione dilagante e soprattutto romana, chiedeva la riforma della chiesa “in capite et in membris”, nel papato e in tutto il corpo ecclesiale. Possiamo ricordare almeno altri due papi: Adriano VI, olandese eletto papa nel 1522, trovò subito molte opposizioni anche da parte della curia per la sua vita austera. Mentre ormai si espandeva la riforma di Lutero, papa Adriano si mostrò deciso nell’affrontare i cattivi costumi degli ecclesiastici, chiese una limitazione delle spese della corte, promosse una vigilanza sull’uso del denaro e sull’amministrazione lucrosa delle indulgenze, avviò una drastica riduzione degli uffici curiali. Riconoscendo le ragioni del movimento protestante, chiamò la chiesa a una riforma, caldeggiata anche da Erasmo, ma non riuscì nel suo intento: morì infatti dopo un anno e qualche mese di pontificato, a soli cinquantaquattro anni.

    9 Novembre, 2015 - 20:50
  6. Marilisa

    Rimanendo alle riforme tentate dal “vertice”, troviamo papa Marcello II: da vescovo e cardinale partecipò al concilio di Trento, contestando a questa assise la qualifica di “rappresentante la chiesa universale” in quanto erano assenti sia l’oriente cristiano che i riformati protestanti. Nel 1555 fu eletto papa, mantenne il proprio nome battesimale e rifiutò ogni sfarzo e fasto trionfali per la propria incoronazione a papa. Si mostrò subito convinto dell’urgenza della riforma della chiesa – a cominciare dalla curia – e della vita di preti e monaci, ormai avvezzi ad abusi e comportamenti scandalosi, non concesse favori ai parenti e assunse lui stesso con rigore uno stile di vita evangelico, povero e umile. Ma il suo pontificato durò meno di un mese… Altri tentativi li fece il concilio di Trento, in particolare attraverso l’opera di alcuni vescovi e santi fondatori o riformatori di ordini: significativamente ormai gli storici non parlano più di “controriforma” ma piuttosto di “riforma cattolica”.

    Ma il bisogno di riforma emerse ancora con forza nel secolo scorso, come testimonia il titolo stesso di un’opera fondamentale di uno dei grandi teologi del Vaticano II, p. Yves Congar: “Vera o falsa riforma nella chiesa”. Così papa Giovanni XXIII e il concilio da lui voluto – proseguito e portato a compimento da Paolo VI – hanno operato una riforma sia dello stile del papato, sia di tutta la vita liturgica e spirituale della chiesa, sia del modo di porsi dei cristiani nella compagnia degli uomini. Quell’avvio di riforma, ricominciato con Benedetto XVI, oggi è stato ripreso con forza da papa Francesco che in proposito è stato esplicito fin dall’inizio del suo pontificato, manifestando il desiderio risoluto di una chiesa povera e misericordiosa. Questo suo programma essenziale richiede riforme a diversi livelli: dalla forma dell’esercizio del papato fino all’unità visibile delle chiese cristiane, dalle strutture della curia – che deve essere al servizio del papa e ancor più al servizio delle chiese locali di tutto il mondo – fino allo stile di vita degli ecclesiastici tutti. E questo, semplicemente, in nome del vangelo, di cui papa Francesco vuole essere servo e ministro.

    Da due anni e mezzo questo successore di Pietro che ama definirsi “vescovo di Roma, la chiesa che presiede nella carità”, ha mostrato di voler essere in prima persona un realizzatore di ciò che predica. Non è un rigorista né propone un’interpretazione letteralista del vangelo, non vuole esercitare un ministero di condanna, ma chiede ai cristiani di riconoscersi peccatori, perché questa è la loro realtà, e di non essere corrotti, cinici, duri di cuore, insensibili alle esigenze del vangelo e alla continua conversione che questo richiede.

    Le resistenze che incontra fanno parte di una “necessitas” predetta da Gesù per i suoi discepoli e da lui sofferta: quando appare il giusto, allora l’iniquo si scatena; quando qualche vita cristiana riesce a far brillare il vangelo, allora irrompono le tenebre; quando qualcuno annuncia il vangelo e lo vive, allora gli tirano le pietre. Più papa Francesco realizzerà la riforma della chiesa, e più pesante sarà la croce sulle sue spalle: accanto al riconoscimento e alla gratitudine dei cristiani che tentano di vivere il vangelo e dei “giusti” anche non cristiani, accanto alla riconoscenza dei poveri, apparirà il disprezzo, la delegittimazione, l’offesa dei poteri mondani, interni ed esterni al mondo ecclesiale. Il cardinale Coccopalmerio ha dichiarato: “Questo papa comincia a fare paura!”. Paura a chi? A quelli che sono sordi alle esigenze della giustizia, a quelli che non vogliono ascoltare i poveri, a quelli che amano servirsi degli altri per il loro potere, la loro affermazione, le loro ricchezze…

    Le presunte rivelazioni di questi giorni, che non costituiscono grandi novità, certamente addolorano quanti credono alla giustizia e amano la chiesa: sono indicatrici del “mistero di iniquità” in atto, come già denunciava Benedetto XVI, anche nello spazio preposto proprio alla giustizia e al servizio dei fratelli e delle sorelle. Non spendiamo nessuna parola per commentarle: significherebbe alimentare ulteriormente chiacchiere e mormorazioni che papa Francesco denuncia costantemente come attentato alla verità e alla carità.

    Non si ceda alla calunnia troppo facile, non si condanni nessuno senza averlo ascoltato e si abbia una visione realistica anche della curia, dove lavorano con dedizione, competenza, trasparenza e onestà uomini che cercano anche nell’esercizio del governo di vivere il vangelo e il leale servizio al papa e a tutte le chiese. E se è vero che un “cristiano non può parlare di povertà e vivere come un faraone”, come ha detto papa Francesco, resta vero che il parlare di povertà ci fa arrossire tutti e che la parola povertà brucia le labbra di chi la pronuncia. Se Ignazio Silone ha scritto di papa Celestino V “L’avventura di un povero cristiano”, noi potremmo dire di papa Francesco: “L’avventura di un cristiano povero”.

    Enzo Bianchi
    Pubblicato su: La Repubblica

    9 Novembre, 2015 - 20:51
  7. Da sette mesi a Roma, solo ora ho visitato Piazza Venezia.
    Ho immaginato anche quanto possa influire lo scenario su certe cose.
    Effettivamente l’uomo che parla dall’alto, aiutato dell’imponenza della scenografia, ha il potere di creare certe effimere suggestioni sul popolo.

    10 Novembre, 2015 - 12:51

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