Madre Cànopi: i veri pellegrini d’oggi sono i profughi

Anna Maria Cànopi, la mistica del Lago d’Orta, diceva ieri al Corsera che i pellegrini d’oggi le pare siano, nella fede, le “moltitudini di profughi” che lasciano tutto e vanno per il mondo. Nei commenti le parole della Madre e qui un abbraccio di gratitudine per le parole che mi dona da una vita.

26 Commenti »

  1. Luigi Accattoli scrive,

    20 marzo 2017 @ 20:22

    Fidandosi di Dio. «Nella luce della fede mi sembra che i veri pellegrini oggi siano le immense moltitudini di profughi che in estrema povertà lasciano la loro patria, la loro casa, i loro cari e vanno, fidandosi, consapevolmente o inconsapevolmente, di Dio. Ma tutti noi siamo pellegrini e viandanti sulla Terra, in cammino verso la patria celeste».

    http://www.corriere.it/cronache/17_marzo_18/mistica-monastero-lago-qui-ascolto-dolore-mondo-75f5a738-0c1a-11e7-a9ee-e937d2fc7af8.shtml

  2. Clodine-Claudia Leo scrive,

    20 marzo 2017 @ 23:45

    Bellissima!

  3. Pasquale VILARDI scrive,

    21 marzo 2017 @ 11:52

    Per l’intervista del Card. Scola 62 commenti, per le riflessioni della Canopi soltanto 2 ( tre con questo).
    Per me è il terzo pugno (stavolta al cuore). Come osserva Gigi, è una riflessione che va al cuore dell’uomo in cammino che deve riflettere sulla sua natura di viaggiatore che ci richiama ad un senso di precarietà della vita terrena, tanto più avvertita con l’avanzare degli anni e l’affacciarsi di inevitabili debolezze fisiche.
    Stamattina , chissà perché, emergevano nella mia memoria i versi di Leopardi del “Passero solitario” ( “tu grazioso augellin venuto a sera………. me sventurato……”. Sono versi disperati? non possiamo ne dobbiamo giudicare. Certo sono il sintomo della precarietà e dell’inquietudine della condizione dell’uomo.

  4. Clodine-Claudia Leo scrive,

    21 marzo 2017 @ 14:16

    A me ha rapito la figura della Mistica. Presenza profetica, affascinante, straordinaria. Mi capitò di visitare le Benedettine, custodi di quel bel Monastero che è Santa Cecilia in Trastevere. Ebbi modo di trattenermi presso di loro e osservarne la vita, scandita da tempi precisi. Ho visto gli ambienti dove svolgono le loro attività: la preparazione delle particole,l’allevamento dell’agnellino da tosare, il laboratorio con i fusi e il telaio a mano per filare la lana e prepare le sacre stole seguendo l’antica tradizione. La cura del chiostro e dell’orto, le icone e i meravigliosi manufatti che sembrano usciti da mani d’ Angeli e tutto svolto senza abbanare mai la preghiera. Ho avuto modo di parlare con alcune di loro e la forza che traspare dagli occhi è invincibile. Penso a quella scelta radicale e mi sovviene il ” De Tranquillitate animi “, di Seneca. Il perfetto equilibrio, l’armonia tra la vita attiva e otium meditativo ma non inerte. La vita contemplativa e quella attiva: entrambe necessarie, diverse, complementari e imprescindibili.
    E di nuovo mi sovviene il monumento funebre commissionato da Giulio II a Michelangelo il quale, se da un alto raffigura il papa come un piccolo, vecchio addormentato su di un fianco. Dorme, mentre la Chiesa si disgrega tra scismi e immoralità. Sotto di lui si erge maestosa la figura di Mosé, con le tavole delle leggi in una mano, le vene del collo che sembrano uscire dal marmo, irato con il popolo intento ad adorare ill vitello. Ai lati quasi a calmare tanta ira Rachele e Lia (come Marta e Maria) emblema della vita contemplativa e attiva, i cardini , le due ali che sorreggono la Chiesa…. .

  5. Fabrizio Scarpino scrive,

    21 marzo 2017 @ 16:51

    Tra l’altro oggi nella liturgia monastica è la festa di San Benedetto.

    (Festa poi spostata nel calendario liturgico romano e ambrosiano a luglio, perchè quasi sempre coincidente con la Quaresima).

    Buon pomeriggio a tutti.

  6. Andrea Salvi scrive,

    21 marzo 2017 @ 18:12

    “Oggi soffrono i poveri privi del necessario per vivere, ma soffrono anche i ricchi, quando si accorgono che la loro ricchezza non li mette al riparo dalle grandi prove della vita.”
    A volte qualcuno può ritenere che la Chiesa si occupi dei poveri solo in senso sociologico. Ma un certo tipo di povertà ci tocca tutti. Siamo tutti destinatari di una Speranza di riscatto, nessuno escluso.

  7. Victoria Boe scrive,

    21 marzo 2017 @ 18:40

    «A chi è disperato perché ha perso la dignità e non ha una fede per invocare l’aiuto di Dio, si può soltanto dire che il suo grido di dolore non è inascoltato, perché Dio stesso, inviando suo figlio Gesù, è venuto a condividere la nostra condizione umana, si è caricato delle nostre colpe e dei nostri dolori per trasformarli in salvezza e gioia. Nessuno è abbandonato».

    Parole come queste toccano il cuore e accendono la speranza. Tutti dovrebbero dare speranza a chi nella vita combatte una dura battaglia. “Nessuno è abbandonato” anche quando sembra che lo sia. Dio è sempre vicino: piange con chi piange, sorride con chi è nella gioia. Dovremmo ricordarlo sempre. E ascoltare col cuore, e parlare col cuore, quando vicino a noi c’è qualcuno che dispera.
    Questa è autentica carità. Anzi, è proprio carezza dell’anima che dà conforto.

  8. Enrico Usvelli scrive,

    21 marzo 2017 @ 22:51

    Anche per Madre Canopi la sofferenza dei più piccoli è un mistero.
    Ma se il mistero della sofferenza sicuramente l’addolora, mi pare che non la faccia preoccupare eccessivamente perché, come dice in seguito, tutti noi siamo viandanti sulla Terra, in cammino verso la patria celeste. La durata della vita e le sofferenze patite diventano quindi secondarie rispetto alla vita eterna a cui Dio ci chiama.

  9. Lorenzo Cuffini scrive,

    21 marzo 2017 @ 23:24

    Caro Enrico, lo dico con molto affetto e nessuno spirito polemico.
    Andiamoci piano a dire , seppur in un’ottica di fede,”la durata della vita e le sofferenze patite diventano quindi secondarie rispetto alla vita eterna a cui Dio ci chiama”.
    Ci sono vite di dolore INTERE.
    Menomale che c’è Gesù Cristo crocifisso, a salvarci proprio nel mezzo di tutto questo schifo di male.
    Notte.

  10. roberto 55 scrive,

    21 marzo 2017 @ 23:36

    Basti pensare a Fabiano Antoniani, ed all'”inferno di dolore” in cui era precipitata la sua vita.

    ‘Notte.

    Roberto Caligaris

  11. Victoria Boe scrive,

    21 marzo 2017 @ 23:58

    Può anche darsi che la durata della vita e le sofferenze siano per alcuni secondari rispetto alla vita eterna.
    Resta il fatto che la vita che ci è stato dato vivere, è preziosa e va vissuta attimo per attimo (hic et nunc) perché l’ eternità inizia dal primo attimo di vita su questa Terra.
    Sbagliato fare una cesura fra questa vita e quella dopo la fine terrena.
    Una vita quaggiù e una lassù. Lassù dove?
    Noi siamo già in Dio, e Dio è dappertutto, non lassù.
    Dio non ha categorie di tempo e di luogo.

  12. Victoria Boe scrive,

    22 marzo 2017 @ 0:13

    Le sofferenze da cui nessuno viene esentato, e che sono un vero scandalo quando colpiscono gli innocenti, sono abbracciate dal Signore già qui su questa Terra, perché in esse si identificano le sofferenze stesse di Gesù.
    Ma il mistero resta in tutta la sua impenetrabilità.

  13. Andrea Salvi scrive,

    22 marzo 2017 @ 8:37

    Ritengo, non per difesa d’ufficio, che le parole di Enrico Usvelli volessero parafrasare Romani 8, 18 e segg., ( “Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi…”senza per nulla voler banalizzare il dolore. Senza quelle e altre parole del Vangelo saremmo destinati alla disperazione

  14. Enrico Usvelli scrive,

    22 marzo 2017 @ 10:52

    Andrea,
    grazie per la citazione. Era quello che volevo dire, anche se non mi ricordavo dove trovare i riferimenti.

  15. Lorenzo Cuffini scrive,

    22 marzo 2017 @ 12:29

    Ma infatti Enrico non ha bisogno di alcun avvocato, d’uffico o non!
    E’ in ottima compagnia, da san Paolo a tanti altri.
    Preciso allora quello che intendevo io: parole di questo tipo, cerchiamo di pronunciarle, se possiamo, con cautela. Perché un conto è dirle di gamba sana a gente di gamba sana.. Un conto è dirle quando chi le ascolta puo’essere in un pozzo quotidiano di sofferenza. Ferma restando la buona fede di chi le pronuncia in quel momento.
    Tutto qua.
    E vorrei dire, sempre con molto affetto dato il tema e con nessun intendimento polemico, ad Andrea, che non è vera né matematica neanche quell’altra cosa che ordinariamente noi cristiani diciamo e che lui riporta qui:
    ” Senza quelle e altre parole del Vangelo saremmo destinati alla disperazione”.
    Ti garantisco, ma credo di non svelare nulla di particolarmente sconosciuto, che ci sono persone integralmente e pure serenamente ( nel senso di esserlo senza tormenti né aggressività) atee che, in queste paludi di sofferenza di cui parliamo, riescono a restare fuori dalla disperazione, a trovare comunque una motivazione forte, sconosciuta a me, limpida e potente che li fa andare avanti con un amore per la vita impressionante. Al contrario ci sono persone
    appassionatamente credenti che soccombono al peso di una croce apparentemente infinita, e cedono ….
    Non si puo’ ragionare per categorie e per recinti in quella specie di terreno sacro che è la sofferenza radicale. Possiamo solo levarci i sandali, entrarci in punta di piedi, abbarbicati al crocifisso.

  16. Lorenzo Cuffini scrive,

    22 marzo 2017 @ 12:36

    ….ed è bello vedere che il crocifisso, se non brandito come una clava, ma “portato” tranquillamente, è accettato frequentemente, da pari a pari, non solo da chi crede, ma spesso anche da chi non crede….
    Molto frequentemente, è bene accetto lui, e molto meno chi lo porta ( io, nei casi in cui mi è capitato), e giustamente. Perché il Crocifisso è nella stessa amara barca di chi soffre fino alla radice, e io no.
    Pur con tutti i migliori intendimenti, la migliore buona volontà, la migliore predisposizione.
    🙂

  17. Lorenzo Cuffini scrive,

    22 marzo 2017 @ 12:49

    In definitiva. Sono per davvero felice e commosso, se incontro qualcuno che si esprime ( e riesce a farlo col cuore, e non solo con le labbra, quello riuscirebbe anche a me) come fa san Paolo in quel celebre passo.
    Per chi non ci riuscisse, mi permetto questa citazione. Con tutta la mia comprensione e tutto il mio vero affetto. E con l’avvertenza che esprimono SOLO la sensibilità personale di chi le ha scritte.

    ” Una bella predichina, quella di san Paolo, sulla breve sofferenza e sulla
    eterna gloria. Ma io vorrei portare lui e tutti quanti predicano alate
    parole sulla sofferenza a fare un giro in reparti di ospedale dove il
    disfacimento dei corpi non è un modo di esprimersi letterario, ma una
    verità precisa, fattuale – corpi vivi che si disfano irrimediabilmente –.
    Vorrei chiedergli chiarimenti sul concetto di momentaneo, e domandargli,
    se sa dirmelo, quanti momenti ci sono, ad esempio, in venti
    anni di malattia degenerativa. Vorrei capire con quale faccia potrebbe
    102
    parlare di «leggero peso della nostra tribolazione» davanti a persone
    integre e splendenti costrette a vivere in corpi che si ribellano alle funzioni
    essenziali, che devono essere accudite, prese e spostate come
    pacchi postali. Vorrei che mi spiegasse meglio come fare davanti a
    tutto questo strazio, a «non fissare lo sguardo sulle cose visibili, ma su
    quelle invisibili».
    Mi perdonerà san Paolo: tanta bella teoria, tanta ansia di spiegare
    col ditino alzato quello che spiegare non si può: il mistero della sofferenza.
    Gesù infatti si guarda bene dal dare rispostine illustrate, rassicuranti,
    consolatorie, filosofiche, teologiche e di qualunque tipo a
    questo che è e resta uno scandalo intollerabile ad ogni mente e ad
    ogni cuore, quelli di Dio inclusi. Ci si butta dentro, se ne sta ben zitto;
    dal Getsemani al Calvario non si preoccupa di ammaestrare nessuno
    se non con i fatti, vivendo e soffrendo e offrendo tutto, e facendo di
    tutto questo insopportabile schifo e orrore il luogo stesso della salvezza
    e della liberazione del mondo per sempre.
    Per fortuna che c’è Cristo, a rendere credibile l’intollerabile.
    Tutto il resto sono parole, parole, parole, che, senza di Lui, varrebbero
    come un rotolo di carta straccia.”

  18. Andrea Salvi scrive,

    22 marzo 2017 @ 13:11

    Si, ma mi riferivo a noi cristiani, pensando sempre a San Paolo e alla esperienza nel mio piccolo…” ..se noi abbiamo avuto speranza in Cristo solo per questa vita, siamo da commiserare piú di tutti gli uomini..”

  19. Lorenzo Cuffini scrive,

    22 marzo 2017 @ 13:16

    Noi cristiani?
    Cristiani, appunto.
    “Cristo” è Cristo, o non è nulla.
    Non vedo come si possa essere cristiani e avere speranza in Cristo ” solo per questa vita”. Il fatto stesso di credere in Cristo, ci spalanca quell’altra. Altri, ci spalanca questa stessa che stiamo vivendo su orizzonti senza fine.
    Il rischio, semmai, è un altro.
    Che si parta per la tangente dell’ Oltre, un bel fugone ( consapevole e no) dal qui e ora. Cosa da evitare, cristianamente parlando, come la peste.

  20. Lorenzo Cuffini scrive,

    22 marzo 2017 @ 13:18

    E comunque anche io, Andrea, parlando di coloro che non riescono a esprimersi come san Paolo, mi riferivo a noi cristiani.

  21. Victoria Boe scrive,

    22 marzo 2017 @ 14:22

    Mi trovo totalmente d’accordo con chi ha parlato di “bella predichina” di san Paolo e di “alate parole sulla sofferenza”.
    Bisogna viverla in prima persona la sofferenza per capire che non ci sono parole di fronte a certe sofferenze che sono vere tragedie. Di fronte alle quali ogni parola è vuota di senso e non resta altro che ammutolire e chiedersi il perché di tanto strazio. Si prega e nello stesso tempo ci si chiede il perché. Si prega e si invoca l’Onnipotente che però non risponde. Si prega e ci si ribella a tanta devastazione.
    Non ci sono parole quando si vede un essere umano ridotto ad una “cosa” prigioniera del dolore che mortifica ogni umanità, che sembra annullare la dignità della persona. E lascia sgomenti e annichiliti quelli che assistono impotenti al disfacimento e alla degradazione di una persona che sembra non avere più nulla di quella “persona” che si era conosciuta prima.
    Allora, nessuna predica può avere senso, anche se fatta da un santo. Meglio, molto meglio, rimanere in un silenzio pieno di partecipazione e di domande senza risposte.
    Solo chi ha toccato con mano può capire. Cristiano o non-cristiano.

  22. Andrea Salvi scrive,

    22 marzo 2017 @ 15:39

    Le nostre sono prediche, non quelle di San Paolo che ha sofferto di tutto e di più e poi e’ finito martirizzato.

  23. Victoria Boe scrive,

    22 marzo 2017 @ 16:21

    Le nostre non sono sempre prediche, caro Andrea Salvi, sono parole di VITA VISSUTA.
    Ripeto: Solo chi ha toccato con mano può capire. Cristiano o non-cristiano.

  24. Andrea Salvi scrive,

    22 marzo 2017 @ 16:32

    Non ho detto sempre, please

  25. Victoria Boe scrive,

    22 marzo 2017 @ 16:46

    Infatti l’ho detto io intenzionalmente. Perché certe persone le prediche le fanno, anche qui nel blog; eccome se le fanno!
    Non io certamente.

  26. Andrea Salvi scrive,

    22 marzo 2017 @ 20:40

    A Lorenzo Cuffini: seguo i tuoi interventi su Facebook sul blog di Valli…vediamo se sopravvivi al bannamento di più del sottoscritto…

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