Un avviso a chi volesse ricevere un mio saluto da remoto… via tv… durante il telegiornale di Tv2000… Canale 28… verso la fine del telegiornale… qui sotto il video… nel primo commento il link al servizio del Tg2000 realizzato da Nicola Ferrante…
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Oggi pomeriggio mi hanno dimesso dall’ospedale San Giovanni dov’ero ricoverato dal 29 novembre per polmonite da Covid 19: mi hanno dimesso con la prescrizione della cura a domicilio da condurre sotto la responsabilità del medico di base. Avevo già fatto dieci giorni di cura domestica a partire dal 19 novembre, data di scoperta della positività; ai quali sono seguiti sedici giorni di ospedale, che saranno ora completati da un paio di settimane – forse – di seconda fase domestica. In totale – se tutto andrà bene – una quarantina di giorni di duello ravvicinato con la Bestia. Pare che io l’abbia mezzo scampata, ma pare anche che il rischio corso sia stato forte. Di più al momento non oso interpretare. Mi hanno portato a casa in ambulanza perchè sono ancora positivo, ma dovrei riuscire a respirare e camminare senza apporto esterno di ossigeno. Una bombola è accanto al comodino, se tornasse a mancarmi il fiato. La notte che sto per imboccare sarà la prima che proverò ad attraversare senza indossare la maschera dell’ossigeno e dunque anche la prima, dopo le ultime sedici, in cui non dovrò sopportare la compagnia del leggero delirio che soffia dalla maschera.
“Lasci la mascherina dell’ossigeno e si muova senza, poi la rimetta e poi di nuovo la tolga. Faccia la ginnastica respiratoria senza l’apporto esterno dell’ossigeno e controlli come e quanto le riesce”: ho passato la giornata a svolgere questi stupidi esercizi, come si esprimeva una fisioterapista che mi recuperò una spalla. Oggi i parametri sono restati stabili. Gli esercizi sono andati bene: lo dico io che sono bravino a interpretare le profezie a mio favore. Ed era la Domenica Gaudete. E’ venuto il padre camilliano con l’Eucarestia e qui l’abbiamo avuta in due. Unito al mio Signore sono ora unito a tutti.
“Se le assicurazioni strumentali che abbiamo oggi – in particolare quella dell’emogas – troveranno conferma domani e dopodomani, lei per noi sarà in grado di muoversi senza il supporto costante dell’ossigeno e potrà tornare alla cura a domicilio che già faceva prima del ricovero”: così i dottori del mattino. Mi hanno suggerito un’alternanza giudiziosa: per un’ora uso la maschera dell’ossigeno, alla seguente la tolgo. Ne sono poco convinto, mi avverto ancora soffiante, ma eseguo con il solito garbo questo esercizio. – Approfitto per dire che la gentilezza, l’attenzione, la premura, la competenza del personale sono straordinarie. Medici, infermieri, operatori sanitari sono impagabili. Generalmente giovani e giovanissimi, elemento di fiducia per il domani. In questo Reparto Covid ci sono stati quattro morti tra i dipendenti: hanno dato la vita per le persone di cui si prendevano cura, come il pastore per le pecore. Quando ero venuto qui al San Giovanni per una conferenza sull’accompagnamento del malato, l’11 febbraio scorso, Giornata del malato, avevo sostenuto che il popolo degli ospedali è il portatore oggi in Italia del nostro migliore umanesimo. Allora la pandemia pareva lontana. Amo ripetere quelle parole da un letto dell’ospedale che me le aveva suggerite.
Nel film “Brancaleone alle Crociate” di Monicelli e Gassman [1970], c’è un predicatore di Crociate che per incoraggiare i titubanti a scavalcare un baratro su un ponte di corde, ne raggiunge la zona centrale e su quella salta ripetutamente gridando “lo cavalcone regge”, finchè invece non crolla provocando l’inabissamento del predicatore. Uso questa metafora cinematografica per dire che nella giornata di oggi il fragile cavalcone che dovrebbe portarmi di là dal Covid è sembrato reggere. Non sto a dire i parametri di saturazione, febbre e pressione sanguigna che confortano a immaginare che anche domani io possa continuare a tirare il fiato più o meno come oggi, fruendo dello stesso apporto strumentale di un flusso d’ossigeno al 31%. Il tampone dell’altro ieri conferma che ancora sono positivo. – Si è intanto interrotta l’unità di lingua liturgica che il latinista e io avevamo realizzato pregando in questi giorni in latino: chi fosse curioso della faccenda, vada al post del 30 novembre. E’ arrivato un libanese che è maronita, anch’egli come noi praticante e ricevente l’Eucarestia, ma pregante in arabo. Dunque al momento la preghiera corale, che realizziamo per esempio a mezzogiorno è polifonica, come del resto sempre fu nella storia e già era ai giorni di Gesù che parlava aramaico, intendeva l’ebraico biblico, si faceva capire in greco.
Ho avuto il secondo segno in chiaro – e non in medichese – del mio cammino di lumaca nel recupero del fiato: il flusso dell’ossigeno, che mi viene fornito con l’apporto di un erogatore a muro, è stato portato dal 35% di presenza per ogni litro a 31%. La precedente riduzione l’avevano attuata il 7 dicembre, cioè tre giorni addietro. Il punto di partenza al momento del ricovero – 29 novembre – era stato del 40%. Se i miei parametri respiratori, monitorati cinque volte al giorno – e a giorni alterni certificati con l’emogas: vedi post precedente – reggeranno a questo lento scalare; e se non si verificheranno rilanci traditori da parte del Covid 19, continueranno a ridurre fino al momento nel quale l’apporto meccanico dell’ossigeno potrebbe restare un’ipotesi di emergenza e non più una costante. – L’équipe medica che ci ha fatto visita a mezzogiorno ci ha trovati nella preghiera latina dell’Angelus, ovviamente subito da noi interrotta. Uscendo dalla stanza il responsabile della squadra ha detto: “Abbiamo visto che stavate pregando. Pregate anche per noi”.
“Abbiamo rilevato stamane un ottimo emogas [emogasanalisi: rilevazione in laboratorio, da prelievo arterioso, della presenza dell’ossigeno nel sangue] e ieri avevamo avuto una buona tenuta della saturazione [rilevazione – meno affidabile – della stessa presenza dell’ossigeno nel sangue attraverso un sensore elettronico applicato a un dito della mano] tanto che io proporrei di scalare il flusso dell’ossigeno dall’attuale 35% al 31%”. Così un dottore in visita ma il capo dell’equipe visitante neanche lo lascia finire: “Per oggi restiamo così. Casomai domani”. Nella giornata mi hanno fatto un nuovo tampone molecolare [è il quarto da quando sono positivo] e una nuova lastra toracica. Forse dallo studio di queste rilevazioni strumentali domani mi diranno altro. – Nel corridoio che divide le stanze di questo reparto Covid si affacciano, di fronte a noi, stanze abitate da donne e si sentono voci di bambini. Come piangeremmo tutti sul mondo ricurvo se questo virus si accanisse contro i bambini.
Alla visita delle 10 il dottore ha condotto sul mio respiro un esperimento istruttivo. E’ arrivato che ero in bagno dove avevo fatto la barba e la faccenda era durata forse un quarto d’ora: 15 minuti dunque senza l’apporto esterno dell’ossigeno che mi fa vivere. “Luigi misuriamo subito la saturazione” fa il dottore. Mi sento perduto e protesto: “Ma adesso sarò sotto a 90, mi lasci il tempo di tirare il fiato con un po’ di mascherina”. No, replica, facciamo subito, così ci rendiamo conto della sua situazione base e di quanto tempo impiega il flusso dell’ossigeno a tornare a valori vivibili. La misurazione immediata dà 88: ho capito che sotto a 92 uno sfiatato come me è in allarme rosso. Finalmente metto la maschera erogante e il misuratore evidenzia nel giro di 5 minuti la risalita del fiato a 98. Sono salvo. Conclusione del bravo medico: “Con un quarto d’ora senza maschera d’ossigeno lei scende agli inferi, con cinque minuti d’ossigeno risale tra noi. Sono buoni tempi. Provi ad aumentare ogni giorno gli esercizi di respirazione autonoma, ma a parte il momento deli esercizi, il mangiare e la toilette, tenga sempre la mascherina. Se il trend resta questo, potremo azzardare una nuova riduzione del flusso. – Il prete con la Comunione arriva mentre i tre che ora siamo in questa stanza stavamo seguendo sul mio computer – con Vatican Media – la celebrazione del cardinale Angelo Comastri in San Pietro. Con una gratitudine che si toccava, tutti e tre abbiamo avuto l’ostia dal ministro scafandrato.
“Benché il comportamento del Covid 19 e lo sviluppo della polmonite che ingenera restino imprevedibili il passaggio, che abbiamo compiuto dal flusso di ossigeno del 40% al 35% lei lo sta reggendo bene. Dunque al momento non abbiamo elementi per temere scenari drammatici ma attenzione: non abbiamo neanche la possibilità di escluderli. Continuiamo con la massima prudenza a fare un passo alla volta. Se si consoliderà la buona tenuta azzarderemo un nuovo piccolo calo del flusso, ma ci vorranno molti giorni perché lei torni a respirare senza apporto d’ossigeno”. Così il dottore con garbo e senza sogni. Mi dia l’idea di quanto tempo, rilancio io: “Non lo possiamo sapere e potrebbe capitare invece che lei debba – magari domani – avere bisogno improvvisamente di una quantità maggiore di ossigeno”. Conclusione rivolta a tutti i quattro abitatori della stanza: “Dovete avere pazienza ed è per questo che vi chiamiamo pazienti”.
Questa mancanza di fiato è il peggio che io abbia provato in vita. Ti mette di fronte alla Nera Signora. Credo anzi nella mia ignoranza che davvero avrei rischiato di morire se non ci fosse stata prontezza di intervento: la bombola già in casa e la corsa al Pronto soccorso nella notte del sabato 28, portato in auto da un figlio e accompagnato nell’auto da un medico amico che mi aveva visitato in casa e aveva segnalato l’urgenza. “Andiamo subito”. – La seconda domenica di Avvento si è dispiegata nella luce, pur col cielo piovoso. Non c’erano le quattro candele e il vischio che allietano nell’Avvento la balaustra delle parrocchia, ma c’erano le nostre quattro vite che ardevano con isolate fiamme sul candelabro di questa inaspettata comunità. Essendo io l’unico in stanza a disporre di un portatile abbiamo organizzato un gruppo di ascolto e abbiamo seguito la Messa del cardinale parroco Enrico Feroci dal Divino Amore, l’Angelus del Papa, il Rosario da Lourdes su TV2000. E’ venuto il cappellano con la Comunione. Tutti i giorni riusciamo ad averla. Io e il latinista ci siamo esaltati con due momenti latini alti: l’Angelus del Papa e la Salve Regina da Lourdes.
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