Questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del volto del Signore. Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione (20)
Dopo la mia elezione alla sede episcopale di Roma ho usato tutti i momenti liberi per portare avanti il libro (20)
Poiché non so quanto tempo e quanta forza mi saranno ancora concessi, mi sono ora deciso a pubblicare, come prima parte del libro, i primi dieci capitoli (…) Con la seconda parte spero di poter offrire anche il capitolo sui racconti dell’infanzia che, per ora, ho rimandato, perché mi sembrava soprattutto urgente presentare la figura e il messaggio di Gesù nella sua attività pubblica, al fine di favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto con lui (20)
Tre sono le emozioni che provo leggendo il libro del papa su Gesù: una lettura che costituisce come una visita al laboratorio del papa teologo, egli ha fretta di dire il più importante, ma si impegna a dare anche il resto, che completerà quando e come potrà; in questo approccio egli si presenta in abito da lavoro, senza guardie svizzere e senza “sacre congregazioni” che l’assistono, lo vediamo che si alza dalla scrivania, va a cercare il libro da consultare o da citare, ci parla da uomo a uomo, ci invita addirittura a contraddirlo, se ne sentiamo il bisogno; ci comunica il sentimento di un’urgenza, segnalando che a questo lavoro sta dedicando – da quando è papa – “tutti i momenti liberi”. Leggendo queste righe capiamo la scioltezza e quasi la fretta con cui si muove quando sale i gradoni del sagrato di San Pietro, o quando passa tra la folla dell’Aula Nervi, come se stesse pensando che se farà presto potrà scrivere ancora – entro notte – una pagina del secondo volume.
Un libro che aveva iniziato da cardinale – nell’estate del 2004 – e che ha continuato da papa porta naturalmente i due nomi: “Joseph Ratzinger – Benedetto XVI”. Ma in quella doppia firma c’è di più di questa referenza fattuale: c’è l’idea che il papa oggi può e deve comunicare con i cristiani e con il mondo anche al di fuori del momento magisteriale, nell’ampiezza e nella pienezza della sua testimonianza di credente. Il magistero papale ha delle prudenze che impedirebbero una squadernata considerazione della verità storica e teologica dei Vangeli. Qui il papa scende dalla cattedra e cammina tra i banchi, come fanno i maestri a scuola. Cerca insieme ai suoi interlocutori, si fa loro compagno di strada.
Mi affascinava Giovanni Paolo che non rinunciava a essere Karol Wojtyla e scriveva “a mio parere” nelle encicliche e rivendicava il diritto del papa a dire “qualche volta parole azzardate”. Mi affascina due volte Benedetto che segue quel cammino di libertà e l’utilizza per la più alta delle missioni cui è chiamato un cristiano: dire per intero, se possibile, il suo sentimento – apprendimento – insegnamento a proposito della figura di Gesù.