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Dal visitatore del blog Luca Grasselli – bolognese – ricevo la foto con la scritta Dieu existe – trop e la didascalia: Ho scattato questa foto sabato 21 luglio a Parigi nel delizioso parco di Bercy e l’ho intitolata “frammenti di un dibattito sulla laicité”, ma potrebbe anche avere altri nomi. Ringrazio Luca e invito i visitatori a tenere gli occhi aperti, quando sono in giro, anche per me.

Non ci frega niente dell’Italia. Quando fecero l’Italia non c’era la lingua italiana; il re, in quel caso fu intelligente, capì che per fare un regno serviva una lingua. La lingua non c’era e il re trovò un grande traditore, una canaglia che si chiama Alessandro Manzoni. Manzoni fu la canaglia che lavorava per il re del Piemonte, per i Savoia e avendo scritto – stava cominciando a scrivere – i “Promessi Sposi”, gli chiese di andare a Firenze e di tradurlo in dialetto fiorentino e così nacque ed è per quello che si studia a scuola, non perché è un grande romanzo, per l’amor di Dio, è una mattonata della miseria, ma perché è scritto in italiano. Dobbiamo anche noi iniziare a guardare in lungo e a creare dizionari di lingua padana”: così ha parlato Bossi a Corgeno l’altro ieri. Non ero soddisfatto dei rendiconti delle gazzette – troppo approssimativi – e ho trascritto le ipsissima verba Corgeni [le precise parole di Corgeno] dall’audio di questo video. Nei primi cinque commenti cinque mie glosse alle ipsissima.

Sono un mangiatore di meloni e di cocomeri: hanno colori, freschezza, costano poco. Puoi mangiarli tra gli amici o per la strada sgocciolandoti liberamente. Il momento magico è quello dell’acquisto, tra donne che li soppesano timorose e uomini che fingono di saperli scegliere. Specie il cocomero: ci battono una mano o le nocche, l’accostano all’orecchio, lo rigirano per valutare se ha preso il sole, osservano severi il picciolo.

Stavolta parlo di Vittorio Tranquilli che era un personaggio ed è appena partito dopo 87 anni passati su questo pianeta beneficando tanti e aiutando altri a restare svegli. Eppure è difficile parlare di questo personaggio che era anche un poco mio amico – avendolo conosciuto nel 1970 nella Scuola italiana di scienze politiche ed economiche (SISPE) di Franco Rodano, Claudio Napoleoni, Michele Ranchetti – e mi chiedo la causa di questa difficoltà: sui quotidiani la sua morte l’abbiamo segnalata solo io sul “Corriere della Sera” del 5 luglio e Loris Campetti sul “Manifesto” dello steso giorno. Risposta provvisoria: è difficile oggi nei media parlare di un giusto che sia solo un giusto. E’ l’attacco di un mio laborioso testo In morte di Vittorio Tranquilli pubblicato da IL REGNO 14/2012 che segnalo qui nel trigesimo della sua partenza.

Santa Maria Maggiore strapiena per la “messa grande” delle dieci nel giorno della “dedicazione”. Ho rivisto piovere fiori durante il canto del Gloria dal quarto rosone centrale del soffitto a contare dall’arco trionfale. La folla mi aveva costretto a una posizione diagonale scomoda, sulla destra del presbiterio, ma dalla quale potevo vedere uno dei quattro tondi con figure di profeti che adornano il transetto, dipinti a fresco forse da un discepolo del Cavallini, potenti nei loro colori chiari e nelle forme frontali. I colori di quell’affresco e quelli dei petali che scendevano dal soffitto mi hanno ricordato i versi del Petrarca: “Da’ bei rami scendea – dolce nella memoria – una pioggia di fior sovra il suo grembo”. Questo e altro che non dico ho dedicato ai miei visitatori.

Ho formato 282 cardiochirurghi in quindici Paesi e questa è per me la massima soddisfazione. Che senso avrebbe la vita se non dessi agli altri la mia esperienza?“: parole di Alessandro Frigiola, cardiochirurgo infantile che organizza missioni in Paesi privi di ospedali. Un uomo di valore che mi piacerebbe conoscere e al quale brindo con un bicchiere di Vino Nuovo.

Questo è il mio sangue versato per voi e per tutti”: dice così l’attuale formula della consacrazione del vino in traduzione italiana. I nostri vescovi vorrebbero mantenerla ma il Papa chiede che si adotti una traduzione letterale del testo latino, che ha “pro vobis et pro multis”. Ne è nata una disputa che vede anche altre proposte, in sostituzione dell’attuale “tutti”, che è una traduzione interpretativa: “per la moltitudine”, “per moltitudini”, “per moltitudini immense”. – E’ il promettente avvio di un mio articolo pubblicato oggi da LIBERAL a p. 8 con il titolo drammatizzante Per molti o per tutti? Una traduzione scuote la Chiesa. Segnala con favore le proposte venute dagli specialisti Francesco Pieri e Silvio Barbaglia e dal teologo Severino Dianich, convergenti nell’adozione del termine “moltitudine”.

Semo pieni de’ buffi / a noi la crisi ce fa ‘n baffo: scritto su un cartello vistoso esposto alle spalle del barista, nel “Bar Tabacchi Ricevitoria Lotto Aurelia”, via Aurelia 85, Santa Marinella. “Buffi” sta per debiti, non sovrani ma personali. E’ voce dialettale romana e credo abbia solo il plurale, come a segnalare che è proprio dei “buffi” essere in tanti. “Fare un baffo” è locuzione figurata che il Battaglia svolge come “minacciare inutilmente senza neanche intimidire”.

Farsi amico un senegalese, un ghanese, un eritreo, invitarlo a pranzo o a cena e farsi raccontare del suo paese, della vita della sua famiglia, del suo villaggio“: parole di Giovanni Nervo, 94 anni, sveglissimo maestro padovano della Caritas e della carità. Negli anni mi ha segnalato una quantità di “fatti di Vangelo”. Brindo a lui con un bicchiere di Vino Nuovo.

Noi siamo qui per guardare alla vita e alla morte di Rita con il cuore, non per capire, ma per accettare; non per giudicare, ma per riconciliare; non per maledire, ma per custodire la memoria; non per contrapporre, ma per pacificare. La celebrazione eucaristica in suffragio di Rita ci ottenga di riconciliare la memoria del passato con l’impegno del presente nel combattere ogni forma di mafiosità. Il Signore dia riconciliazione e pace alla famiglia Atria, a questa città di Partanna segnata da micidiali e odiose guerre di mafia, alla Sicilia terra benedetta ma deturpata da mali secolari e insipienze umane”: così ha parlato ieri Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, nella chiesa madre di Partanna, a 20 anni dalla morte della diciassettenne che si era fatta testimone di giustizia narrando a Paolo Borsellino gli intrecci mafiosi della sua famiglia e che si uccise una settimana dopo la morte del magistrato. Nei primi due commenti un minimo ricordo della piccola Rita e della sua tragedia.