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“Un mattino, sarà l’8 o il 9 agosto [1944], ci fanno uscire dalla cella e ancora una volta siamo costrette a spogliarci. Ci fanno quindi entrare in un ambiente ampio, tutto piastrellato di bianco, dal cui soffitto pendono tanti soffioni per docce (così almeno sembrano).  Nude, aspettiamo con comprensibile ansia gli spruzzi ristoratori sui nostri corpi. Ma veniamo fatte uscire e a ognuna è consegnato il fagottino dei suoi stracci tolti all’entrata, allorchè ci hanno schedate. Solo in seguito abbiamo capito di essere entrate nella camera a gas, ma di esserne miracolosamente uscite vive: le uniche, penso, in tutta la vicenda concentrazionale del Terzo Reich. Perché un simile trattamento per noi? Una risposta plausibile ci è venuta da quanto ci sarà in seguito riservato”: è una briciola del racconto di Carla Liliana Martini, nel volumetto Catena di salvezza pubblicato nel 2005 dalle Edizioni Messaggero di Padova (vedi alle pp. 55-56). A me questo sembra un caso di uso delle camere a gas per disinfestazione: subito prima la Martini aveva narrato della maniacale preoccupazione igienica dei responsabili del campo di Mauthausen riguardo ai pidocchi. Chiedo aiuto a chi ne abbia la competenza per sapere se la discussione specialistica abbia chiarito qualcosa su un eventuale uso delle camere a gas per disinfestare chi era destinato ai lavori forzati, oltre che per eliminare chi non era più grado di lavorare o chi veniva condannato a morte. O dobbiamo spiegare la mancata esecuzione con un ripensamento avvenuto mentre le prigioniere era all’interno della camera? L’allusione a “quanto ci sarà in seguito riservato” è al lavoro cui saranno avviate. (Segue nel primo commento)

“No cultura – Sì alla vita – Fate la pace – La Patria è sacra e dono di Dio”: scritto con gessetto bianco su uno sportello di ferro nel muro di Palazzo Venezia a Roma, tra l’ingresso principale e quello della Cappella della Madonna. Le sedici parole sono tracciate dalla stessa mano e con lo stesso gesso. L’autore pare incline a fare suo ogni motto che risuoni nella grande piazza.

“Troppo facile amare chi ci fa del bene, la vera sfida è riuscire a perdonare chi ci perseguita. Lo dice nostro Signore, ama il tuo nemico. Se adesso che mi hanno tolto Giuseppe io non ne fossi capace, tradirei anche lui e tutto ciò per cui è andato in Iraq”: così parlò nei telegiornali dell’11 novembre 2003 Margherita Coletta, la vedova di Giuseppe, uno dei carabinieri morti a Nasiriyah. Margherita – di cui nel post del 7 febbraio abbiamo letto un parere su Eluana Englaro – non ha smentito negli anni quelle parole cristiane e così le conferma in un libro che ha scritto in dialogo con Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire: “Lo diciamo tutti i giorni nel Padre nostro: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Lo stesso Gesù ci ha lasciato il comandamento di perdonare settanta volte sette, cioè sempre. Non vedo allora perché debba sembrare così eccezionale se un cristiano perdona chi gli ha fatto del male. Per un credente semmai dovrebbe essere strano il contrario”. (Segue nel primo commento)

“Le nostre città hanno bisogno di voi, non abbiate un’idea della fede troppo intimistica, Gesù parlava per le strade, entrava nelle case, non faceva differenze, sapeva meravigliare, era discreto e deciso. Al suo passaggio saliva la lode a Dio perché annunciava l’Evangelo. Non rinchiudetevi mai, la Chiesa è aperta al mondo”: è un brano dell’antologia di discorsi ai giovani tenuti negli anni milanesi dal cardinale Martini, raccolti – dall’editrice “In dialogo” – nel volume Liberi di credere. I giovani verso una fede consapevole (vedi la mia introduzione nella pagina “Prefazioni e capitoli” elencata sotto la mia foto) che è stato presentato questo pomeriggio alla Statale di Milano. Ero tra i presentatori e riporto queste parole che mi paiono adatte a dire un aspetto di ciò che intendo fare con questo blog (la citazione è alla pagina 140). Un altro spunto – sempre in funzione del blog – lo trovo a p. 158, nel paragrafo “Parlare lingue nuove”, dove le “lingue nuove” sono “tutti i linguaggi della cultura contemporanea”. Il cardinale lo propone come uno dei “cinque segreti del credente”: gli altri sono “Imporre le mani ai malati”, “Scacciare i demoni”, “Affrontare i serpenti”, “Bere il veleno”. E qui non spiego niente così qualcuno compra il libro. (Segue nel primo commento)

“Non siate motivo di scandalo nè ai Giudei, nè ai Greci, nè alla Chiesa di Dio, così come io mi sforzo di piacere a tutti in  tutto”: Paolo di Tarso, Prima lettera ai Corinti, capitolo 10.

Cerco materiali per una riflessione sui blog a ringhio: perchè i visitatori dei “diari in pubblico” che sono i blog si scatenano e si insultano con la massima facilità? Come mai on line molti si mostrano dieci volte più intemperanti o suscettibili di quanto non appaiano per strada? Chi ha idee, esperienze, bibliografia mi aiuti e io tra un mese – sto preparando un articolo per la rivista “Il Regno” – darò conto del lavoro condotto anche con il vostro apporto. Con questa richiesta di aiuto prende l’avvio una nuova modalità occasionale di conduzione del blog: quella della proposta di un tema su cui possa convergere la collaborazione di molti. E’ gradito sia il contributo di chi risponderà con commenti a questo post e ad eventuali suoi aggiornamenti, sia quello di chi preferirà inviarmi un’e-mail. Grazie fin d’ora.

“Immigrati, x favore non lasciateci soli con gli italiani”: letto su una parete a vetri di corso Publio Cornelio Tacito a Terni. Mi è stata segnalata da un amico che mi dice trattarsi di una scritta che “gira molto” sui muri e nel web. E’ stata vista sul basamento di una colonna a Bologna e sul palazzo dell’anagrafe in via delle Fontane a Genova, dove risiede anche l’ufficio decentrato Immigrazione. Riporto ciò che mi fu detto e invito i visitatori a segnalare altri avvistamenti, se ci saranno. Quanto all’autore, immagino sia stata scritta da un tedesco di Vipiteno o da un leghista di Livigno: insomma da qualcuno che a Genova si sente già all’estero.

“Un tempo, quando un vescovo voleva esprimere comunione e solidarietà con un altro vescovo, spezzava durante la messa un frammento del Pane consacrato, lo metteva in un piccolo calice dove c’era il sangue del Signore, e glielo inviava per mezzo di un diacono. Era il dono del così detto ‘fermentum’. Oggi questo gesto lo voglio ripetere io. Ti invio il Corpo eucaristico del Signore che, consacrato nella messa di stamattina, festa della Madonna di Loreto (la Santa Casa che ha ‘trasvolato’), ti viene consegnato da don Ignazio, presbitero della mia Chiesa di Molfetta. Trattieni con te il dono. Ma trattieni anche il portatore”: così il vescovo di Molfetta Tonino Bello (1935-1993) scriveva il 10 dicembre 1984 al vescovo di Viedma Miguel Esteban Hesayne “per la partenza di don Ignazio De Gioia missionario in Argentina”. La lettera è alle pp. 162s del quinto volume dell’opera omnia del vescovo Bello (Molfetta 2003). L’ho rintracciata e la richiamo per la bella intonazione apostolica e in risposta al terzo commento al post del 27 gennaio, a riprova di quanto da me già affermato nel commento dello stesso giorno, ore 8.08, al post del 24 gennaio. Naturalmente il Viatico non compì il suo viaggio in una busta con sopra un francobollo – come ancora vanno affermando i denigratori del vescovo Bello – ma nella teca prevista dai canoni, appesa al collo del missionario. (Segue nel primo commento)

Ho detto – nel post del 9 febbraio – che non condividevo l’interruzione del sostentamento vitale di Eluana ma che non chiamavo “assassino” il padre e chi ne condivideva la decisione: perché a ogni evidenza si trattava di porre fine o meno a un trattamento di rianimazione clinica iniziato tanti anni addietro e non affatto di “omicidio commesso proditoriamente, con premeditazione” (Dizionario Battaglia). Confermo quell’opinione dopo due giorni nei quali le parole “omicidio” e “assassinio” hanno furoreggiato nella nostra vita pubblica. Con ciò non dico che quella riguardante Eluana non sia stata una decisione grave: dico che non era “assassinio”. Con lo stesso intendimento – di rispetto delle parole che è poi rispetto delle persone che nomino – non chiamo “omicidio” l’aborto o la soppressione di embrioni, benché sappia bene che nella storia vi è stato chi ha qualificato come “omicidio” persino la contraccezione. A chi obietta che così banalizzo l’uccisione del feto rispondo che la parola “aborto” è già abbastanza per dire questo. E ritengo non si debba usare la stessa parola – quale essa sia – per indicare l’uccisione del feto e la soppressione dell’embrione. La disputa accesa, la guerra culturale e i titoli dei giornali di cui essa si avvale, gli scontri nell’aula del Senato tendono all’uso di parole incendiarie che non aiutano la comprensione dei fatti e non allievano la confusione dei cuori. Le parole sono importanti e nella loro scelta dovrò porre lo stesso scrupolo con cui decido le mie azioni. Lo diceva già Cicerone e io lo dico per me. 

Un amico esigente e generoso ma anche scherzoso, Sumpontcura, ci lascia dopo essere stato con noi a lungo e motiva il distacco con una lettera di grande impegno, com’era suo costume in ogni intervento. Si tratta di un testo che muove critiche a molti di noi e lo pubblico nella fiducia che ci aiuti a comprendere il gioco che qui conduciamo. Riporto la lettera nel primo commento al  post e qui lo saluto con l’affezione che tra noi è cresciuta di post in post: abbiamo la stessa età, ci vogliamo bene, un poco ci siamo aiutati. Gli ricordo che il pianerottolo non ha porte e sempre festeggia chi si riaffaccia.