Categoria: <span>Varie</span>

Oggi ad Arezzo l’associazione “Verso l’Europa” consegna il premio che porta questo nome al figlio di Bronislaw Geremek, Marcin Geremek, in memoria del padre (morto il 13 luglio, quando il riconoscimento era stato assegnato). Io sono tra gli invitati a parlare e mi trovo per questo ad Arezzo. L’appuntamento è segnalato nella pagina “Conferenze e dibattiti” elencata sotto la mia foto e colgo l’occasione per informare i visitatori che quelle pagine oggi sono molto più affollate di qualche settimana addietro e possono fornire  approfondimenti a chi è interessato ai temi che vengo toccando con questo diario in pubblico che è il blog. Ringrazio chi passa di qua, occasionalmente o assiduamente e saluto con affetto quanti lasciano commenti. A chi non commenta per difficoltà nell’accesso ricordo che può farlo inviando un’e-mail, come suggerisce l’ottava riga sotto la mia foto. Andiamo avanti!

“Gay ovunque – fascisti al cimitero”: scritto con vernice bianca su una saracinesca di Corso Vittorio a Roma, che trovi sulla destra se vai verso Largo Argentina, poco dopo San Giovanni dei Fiorentini. Con un post del 22 luglio 2007 avevo registrato una scritta letta a Fiumicino che diceva: “Morte ai froci – A morte il pedofilo”. Commento l’ultima con il detto evangelico che avevo riportato per la prima: “Renderete conto di ogni parola”.

La Bibbia – il libro più diffuso nel mondo – è tradotta in 2454 lingue (per intero in 438), ma ci sono altre 4500 lingue parlate oggi sulla terra che non hanno ancora conosciuto la Parola. Le Società Bibliche hanno distribuito nel 2006 ventisei milioni di Bibbie, che sembra una cifra enome ma che in realtà basta appena a darne una copia a uno su centro – o poco più – cei due miliardi di cristiani. I dati sono stati presentati oggi alla stampa in Vaticano dal vescovo Vincenzo Paglia, presidente della Federazione biblica cattolica e “padre” del Sinodo. Qui abbiamo molto discusso, nei giorni scorsi, sull’iniziativa della Rai “La Bibbia giorno e notte”: le stime fornite da Paglia stanno a dire l’opportunità di ogni iniziativa capace di aiutare la diffusione delle Scritture.

“Eliminerà la morte per sempre” leggiamo oggi nel capitolo 25 di Isaia. Ma quando? Qui c’è uno che ha una sua fretta.

Ieri sera a Santa Croce in Gerusalemme ho letto Giovanni 13: la lavanda dei piedi, il boccone a Giuda, il comandamento nuovo. Ho visto l’ascolto vivo di tanti e forse ho sentito intorno l’attesa della Parola. Ognuno in modo diverso, ma tutti che la cercavano e stavano lì da ore per questo. Impressione del tono forte del cardinale Etchegaray che ha letto poco dopo di me: metteva nelle parole un fuoco che a 86 anni non gli daresti.  C’eravamo abbracciati nell’attesa. E c’erano anche – in fila – Maria Voce che ha preso il posto di Chiara Lubich alla guida del Movimento dei Focolari e il cardinale Levada. E un’amica di ombrellone delle vacanze di Santa Marinella: Margherita Goglia, che era lì con gli adolescenti del suo gruppo biblico che si chiama “Pizza e Vangelo” come quello che io tengo a casa mia. Stamattina hanno poi letto il marito Angelo e i bellissimi figli Isabella, Gabriele, Marta. Prima di me era toccato a una famiglia rom, la mamma e tre ragazzi: Yulia, Ruslan, Ruslana, Yury. Erano magnifici nei loro costumi dove dominavano il bianco e il rosso. Di cognome facevano Lazarev e hanno letto “la cena in casa di Lazzaro”. Dopo di me è andato al leggio Mario Cignoni, valdese, che avevo conosciuto alla Società biblica. Della lettura non so dire di più. Era un mese che mi esercitavo. C’erano alcune delle frasi più forti che ho incontrato nella vita: “Anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”. Sono contento degli occhi sereni che incontravo quando alzavo i miei. Mi pareva di cogliere in essi un riflesso delle parole benedette che stavano ascoltando.

Trovo ragionevole la decisione del papa di offrire – a sé e a tutti – «un  tempo di riflessione» prima di dare il via alla fase finale della causa di beatificazione di Pio XII. Un po’ di tempo in più aiuterà anche gli ebrei ad accettare l’evento: il convegno tenuto a Roma venti giorni addietro dalla fondazione a matrice ebraica «Pave the Way» e l’intervista di Paolo Mieli (mio direttore al Corriere della Sera), ebreo per parte di padre, segnalano che l’attesa non sarà lunga. E’ opportuno del resto completare la verifica storica sulla figura di papa Pacelli: è in via di sistemazione nell’Archivio vaticano il periodo del suo pontificato. E se la beatificazione non  verrà pronunciata dal papa tedesco – egli forse avverte la propria origine nazionale come una complicazione almeno psicologica della grande disputa – non sarà nulla di male. Così come farà bene ai polacchi attendere ancora un poco la proclamazione dell’esemplarità di Giovanni Paolo II. Nessun dubbio che Pacelli, Wojtyla, Montini e Luciani (non ancora proclamati) fossero dei santi, come Roncalli e Sarto e Mastai Ferretti (già proclamati) e come Ratti, Della Chiesa e Pecci che mai sono stati proposti. Ma tra tutte le canonizzazioni le meno urgenti sono – a mio parere – quelle dei papi, che vengono detti “santi” in vita e la cui esemplarità è già proposta ad excessum nella vita ordinaria della cattolicità,.

Piazza Barberini. Il dissociato colorato che da vent’anni fa teatro intorno alla fontana del Tritone gracchia ai passanti e fa “cippirimerlo” agli automobilisti, esuberante come sempre. Salta per entrare nelle foto dei turisti. Ma un cagnetto al guinzaglio non si turba ai suoi scatti e neanche lo guarda. Ora è lui a stupirsi. Lo segue per tutta la piazza deciso a strappargli almeno un “bau”. Allarga le braccia e le slancia gridando, che è il suo segreto per spaventarsi in due. Scuote infine la testa come a dire che non ci sono più i cani di una volta.

Narra il primo Libro dei Re al capitolo 19 che Elia, uscito dalla caverna dell’Oreb per mettersi alla presenza del Signore, udì un vento impetuoso, un terremoto e un fuoco avvampante  “ma il Signore non era” in essi. Per quarto udì “il mormorio di un vento leggero” (traduzione Cei 1974) e questo fu il segno del “passaggio” di colui che attendeva. Al posto del vento la nuova traduzione Cei ha “il sussurro di una brezza leggera”. Ravasi propone “una voce di sottile silenzio”. Domenica durante la diretta di Rai 1 dalla Basilica di San Paolo per la celebrazione di apertura del Sinodo, il vescovo Carlo Ghidelli, biblista, ha citato quel brano secondo la traduzione di Ravasi e ha commentato che se il Signore ci parla con “voce di silenzio” ben si capisce la “fatica tremenda” che dobbiamo fare “per udirlo”. Grazie don Carlo per averlo detto, mentre tanti assicurano che è solo a motivo della nostra distrazione che non  lo sentiamo. Già ho segnalato in tre occasioni (21 novembre 2006, 18 aprile e 3 settembre 2007) parole di papa Ratzinger sui “deboli segnali” che ci vengono da Dio e sul suo “silenzioso parlarci”. Chiedo ai cristiani che spronano se stessi a parlare “alto e forte” in nome di Dio a cospetto del mondo: se il Signore ci parla con voce di silenzio, come possiamo rilanciarla alta e forte? Non ne uscirà deformata? O non succederà che la loro voce coprirà la sua?

Ragazzo fotografa ragazza davanti al Pantheon. Hanno trovato l’angolo giusto verso Sant’Eustachio, ma lei grida “un momento” e corre a raccogliere un bicchiere di plastica e un foglio di giornale abbandonati a terra: che almeno la foto sia senza cartacce.

Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale?”: così ha parlato ieri il papa per il 40° dell’Humanae vitae e gli sono grato di aver ricordato quelli che “trovano difficoltà”, perché io sono tra loro. Avevo 24 anni quando fu pubblicata l’enciclica e oggi ne ho 64 e nel frattempo ho avuto cinque figli e tante occasioni per meditare quel messaggio e sempre ho concluso che non ne ero all’altezza: apertura alla vita certo, nell’insieme di un’avventura sponsale ma non ancora in ogni singolo abbraccio. Mai però l’ho contestato, quell’insegnamento, interpretandolo come un ideale che mi veniva proposto, non come un precetto che mi veniva imposto. Sono felice che ieri Benedetto abbia risposto alla domanda sulla “difficoltà” trattando del “cammino di maturazione” che è necessario “quando è in gioco l’amore”, cammino arduo a guidare il quale “neppure la ragione basta: bisogna che sia il cuore a vedere”. Credo che un passo si possa compiere oggi verso il superamento della disputa sull’enciclica sessantottina: che il magistero proponga la radicale apertura alla vita esplicitamente come ideale per il quale la ragione non basta e non come una precettistica tassativa – e che coloro che hanno difficoltà intendano la dimensione ideale di quell’insegnamento e provino, per quanto possono, a conformarvi l’esistenza.