“Le esprimo tutta la mia emozione” disse Paolo. “Mi vengono le lacrime agli occhi” rispose Atenagora. La foto la conosciamo tutti, il testo no: ma il testo è più della foto e si tratta di un “fuori onda” per una volta benefico, che ci mette in presa diretta con le due anime e secoli e mondi che si incontrarono a Gerusalemme il 5 gennaio 1964. Lo segnalo in vista dell’appuntamento di domenica 25 tra Francesco e Bartolomeo, a giorno fatto, nel cinquantesimo di quell’alba. Qui il testo intero. Nei primi commenti alcuni passi di quella “parola data” che resta incinta di futuro e un po’ di bibliografia.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
“Giusta verità / pericolosa”: scritta a grandi caratteri grigio-neri su un muro di via Reggio Emilia, a Roma, all’altezza del MACRO e di fronte a esso. Viene alla memoria un motto di Gesualdo Bufalino, facitore di aforismi buonissimo: “Una verità è pericolosa quando non somiglia a un errore” (Il malpensante, Bompiani 2004, p. 104). Ma vai a sapere a che avesse la testa lo scrittore di via Reggio dell’Emilia.
Parlando ieri ai vescovi italiani Francesco li ha invitati a respingere “le tentazioni della distinzione che a volte accettiamo di fare tra ‘i nostri’ e ‘gli altri’; nelle chiusure di chi è convinto di averne abbastanza dei propri problemi, senza doversi curare pure dell’ingiustizia che è causa di quelli altrui; nell’attesa sterile di chi non esce dal proprio recinto e non attraversa la piazza, ma rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada”. Nei primi commenti altre parole del Papa in uscita.
Ho chiesto a un prete sveglissimo di più di ottant’anni che pensasse di Francesco: “Ne sono contentissimo ma mi domando se sarò capace di fare quello che mi chiede quando dice che dobbiamo parlare anche ai più lontani, o quando afferma che la carità mi deve costare”. Ascoltandolo mi sono detto: ecco uno che ha capito il Papa. La stessa riflessione l’avevo fatta udendo un taxista verace che subito dopo il Conclave ebbe a rivolgersi così al mio parroco: “Con ’sto Papa don France’ so cavoli vostri”. E’ un mio facinoroso articolo pubblicato dal Regno con il quale prendo per le corna l’idea vulgata di Papa Francesco che non condivido in nessuna delle due varianti, di destra e di sinistra.
Ho riproposto tre giorni addietro – con il titolo erasmiano Attratti dal trucco più che dalla verità – la mia retorica sugli pseudonimi nella Rete. In otto anni di blog sarà la decima volta che la riscaldo e più che mai ne sono seguiti rumori e malumori. Provo a chiarire, anche se è probabile che ne venga ancora più confusione. Ma prima di chiarire chiedo scusa agli offesi. Mai l’immaginavo, stante anche l’uso di un italiano antico tipo “favole” del Gadda che nel mio codice linguistico sta a dire che sto mezzo scherzando. Nel primo e secondo commento i chiarimenti e qui la conclusione: ognuno sia libero come sempre di usare una firma parziale o un nome finto.
Tra l’altre meraviglie – una la narravo mercoledì 14 – il rinnovato Museo del Duomo di Milano espone una fantastica Intelaiatura della Madonnina, cioè il sostegno in ferro del rivestimento di rame: e pare un’opera del Picasso scultore, o di Giacometti. E’ del 1774, sostituita nel 1967 con altra d’acciaio.

Bene Renzi su Genovese ed Electrolux: avanti di due caselle. Ma lo spread si risveglia: indietro di due. La vita è una gincana.
“L’animo umano è foggiato in modo da esser attratto dal trucco più che dalla verità”: Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia. “Sic sculptus est hominis animus, ut longe magis fucis quam veris capiatur”. Nell’edizione BUR 1999, traduzione di Luca d’Ascia, la sentenza è alla pagina 157. Della cui giustezza m’avvedo dal blog, mirando a quanti mai più sieno qua drento nomina et cognomina truccati a petto dei veri.
“Doccione zoomorfo con donna”: nuda sotto un dragone in volo, a lui abbrancata con braccia e gambe, la pelle alle scaglie, i seni dall’alto, spensierata nei capelli. Poche meraviglie ho visto così bene scolpite in vita. La trovi nella zona dei doccioni, per me la più appigliante del rinnovato Museo del Duomo di Milano. Correte a stupirvi. L’ho visto ieri e qui ne parlerò ancora avendo altre esclamazioni da smaltire.

“Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore” dice Gesù ai dottori del tempio. Siete usciti dal popolo. Siete nell’aristocrazia dell’intelletto. La fede è un dono di Dio! Ma la fede viene se tu sei nel suo popolo. Se tu sei – adesso – nella Chiesa, se tu sei aiutato dai Sacramenti, dai fratelli, dall’assemblea. Se tu credi che questa Chiesa è il Popolo di Dio. Questa gente si era staccata, non credeva nel Popolo di Dio, credeva soltanto nelle sue cose e così aveva costruito tutto un sistema di comandamenti che cacciavano via la gente: cacciavano via la gente e non la lasciavano entrare in Chiesa, nel popolo. Non potevano credere! Questo è il peccato di resistere allo Spirito Santo. Chiediamo al Signore la grazia della docilità allo Spirito Santo per andare avanti nella vita, essere creativi, essere gioiosi, perché l’altra gente non era gioiosa”. E quando “c’è tanta serietà non c’è lo Spirito di Dio”. Chiediamo, dunque, “la grazia della docilità e che lo Spirito Santo ci aiuti a difenderci da quest’altro spirito cattivo della sufficienza, dell’orgoglio, della superbia, della chiusura del cuore allo Spirito Santo”. Così il Papa stamane al Santa Marta, commentando Giovanni 10, 22-30.
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