Il blog di Luigi Accattoli Posts

Ho detto – nel post del 9 febbraio – che non condividevo l’interruzione del sostentamento vitale di Eluana ma che non chiamavo “assassino” il padre e chi ne condivideva la decisione: perché a ogni evidenza si trattava di porre fine o meno a un trattamento di rianimazione clinica iniziato tanti anni addietro e non affatto di “omicidio commesso proditoriamente, con premeditazione” (Dizionario Battaglia). Confermo quell’opinione dopo due giorni nei quali le parole “omicidio” e “assassinio” hanno furoreggiato nella nostra vita pubblica. Con ciò non dico che quella riguardante Eluana non sia stata una decisione grave: dico che non era “assassinio”. Con lo stesso intendimento – di rispetto delle parole che è poi rispetto delle persone che nomino – non chiamo “omicidio” l’aborto o la soppressione di embrioni, benché sappia bene che nella storia vi è stato chi ha qualificato come “omicidio” persino la contraccezione. A chi obietta che così banalizzo l’uccisione del feto rispondo che la parola “aborto” è già abbastanza per dire questo. E ritengo non si debba usare la stessa parola – quale essa sia – per indicare l’uccisione del feto e la soppressione dell’embrione. La disputa accesa, la guerra culturale e i titoli dei giornali di cui essa si avvale, gli scontri nell’aula del Senato tendono all’uso di parole incendiarie che non aiutano la comprensione dei fatti e non allievano la confusione dei cuori. Le parole sono importanti e nella loro scelta dovrò porre lo stesso scrupolo con cui decido le mie azioni. Lo diceva già Cicerone e io lo dico per me. 

Un amico esigente e generoso ma anche scherzoso, Sumpontcura, ci lascia dopo essere stato con noi a lungo e motiva il distacco con una lettera di grande impegno, com’era suo costume in ogni intervento. Si tratta di un testo che muove critiche a molti di noi e lo pubblico nella fiducia che ci aiuti a comprendere il gioco che qui conduciamo. Riporto la lettera nel primo commento al  post e qui lo saluto con l’affezione che tra noi è cresciuta di post in post: abbiamo la stessa età, ci vogliamo bene, un poco ci siamo aiutati. Gli ricordo che il pianerottolo non ha porte e sempre festeggia chi si riaffaccia.

Finchè Eluana respira io qui le parlo. In nome dell’amore che tutto spera non cesso di sognare che possa risvegliarsi e che persino la fame e la sete – che il suo corpo sta avvertendo – l’aiutino a ciò. Ma non chiamo “assassino” il padre che ha chiesto di porre fine al tentativo di rianimazione iniziato tanti anni addietro. Guardo alla coscienza di quei tribolati genitori con lo stesso rispetto con cui mi tengo in ascolto del debole segno di vita che viene dal respiro di Eluana: il rispetto che merita ogni luce di vita, fisica e morale. Eluana tu ci stai portando in una zona inesplorata dell’umano. Non abbiamo i sentimenti e le parole per una considerazione intera di quello che ti succede e che insieme succede a noi. Il tuo respiro che si va indebolendo ci ricorda che mai dovremmo spegnere il lucignolo fumigante. Che ogni vita, pur menomata, è pur sempre a gloria di Dio. Ma non tutti, tra noi, colgono questo tuo flebile segnale e chi l’avverte non trova le parole necessarie a convincere gli altri. Siamo nella confusione. Perdona questa nostra confusione e innanzitutto quella di chi avverte il tuo segno di vita e non sa dirlo agli altri.

Oggi pomeriggio ho un incontro con l’Azione cattolica di Castelvenere (Benevento) dove sono stato chiamato per l’Anno paolino ad “attualizzare”, come può fare un giornalista, l’Inno alla carità dell’apostolo Paolo che si legge nella Prima lettera ai Corinti, al capitolo 13. Quando Paolo dice “l’amore tutto spera” l’attualizzerò così: “Anche il risveglio di Eluana”. Dove dice “non manca di rispetto” citerò Margherita Coletta – la vedova di Giuseppe, uno dei carabinieri morti a Nassiryah – che ha saputo stare vicina a Eluana senza mancare di rispetto al dolore di Peppino Englaro, pur non condividendone le decisioni.

http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Templates/Articles/Article.aspx?NRMODE=Published&NRNODEGUID=%7b2FF7669B-8FE9-43E8-B236-8317800CF176%7d&NRORIGINALURL=%2fCronaca%2fVi%2bracconto%2bBeppino%2bed%2bEluana%2ehtm&NRCACHEHINT=NoModifyGuest#

Da una cognata che si chiama Francesca ricevo questa lettera: “Mi chiedo il perché di tanto silenzio da parte di Dio e vorrei una sua risposta. Mi chiedo perché non svegli Eluana aiutandoci a capire che la vita è nelle sue mani. So che non avrò risposta a questa domanda. So che non sono la sola pormela. Ma certi giorni è davvero dura”. Io non ho la risposta e passo la domanda al destinatario. Facendogli notare che l’abbandono di tanti dipende dal suo prolungato silenzio.

Sulla vicenda dei lefebvriani – remissione della scomunica, polemiche per la negazione della Shoah, prospettive di dialogo con la Fraternità – condivido le mosse del papa. Trovo ridicola l’idea di un complotto curiale per contrastarlo, mi pare invece evidente che vi siano stati errori di istruttoria, di esecuzione e di accompagnamento delle decisioni papali. Considero esagerata l’eco mediatica sullo specifico aspetto di negazione della Shoah ma trovo che abbia portato ad acquisizioni non secondarie. Non ritengo che Benedetto debba dire altro al momento. Penso che ogni ben intenzionato che abbia a cuore le sorti del nome cristiano farebbe bene a sostenere il papa nella sua intenzione di misericordia e riconciliazione. Sono sicuro che il confronto con la componente moderata della Fraternità lefebvriana debba essere presa in seria considerazione anche dai superficiali come me. Nel primo commento le motivazioni ai singoli punti.

Siamo alla quinta e ultima puntata (vedi post precedenti) che dedico alle affermazioni più oltranziste che sono venute negli ultimi anni dall’ambiente lefebvriano: questa riguarda la pretesa che venga cassata la riforma liturgica di Paolo VI. Chi mi accusa di accanimento e di sarcasmo badi che io riporto le parole di vescovi che riconosco come tali, con i quali mi compiaccio della remissione della scomunica e che desidero vengano recuperati alla comunione cattolica, ma non dico nulla di mio: riporto le loro parole. Credo sia utile ai miei visitatori sapere che cosa chiedono costoro: a me è utile. Qui è Richard Williamson che parla, in un’intervista a Petrus del giugno 2008, a commento della liberalizzazione del vecchio rito della messa: “Il gesto del Papa, al quale riconosciamo la massima buona volontà, ci è piaciuto ma non basta. Nella Chiesa è in atto una guerra, e sottolineo la parola guerra, tra il sano tradizionalismo e il modernismo post-concilare. Noi non accetteremo mai il Vaticano II (…) Noi non abbandoneremo mai la tradizione, glielo posso assicurare. Anzi, se la Chiesa ci rivuole con sé, chiediamo che ritorni al suo glorioso passato, cioè stabilmente al Messale di San Pio V, eliminando del tutto il Messale di Paolo VI. Ciò premesso, le assicuro che il problema non è solo liturgico ma anche teologico (…) La liturgia è espressione del dogma. E quella del dopo-Concilio è una liturgia in salsa russa, una specie di torta avvelenata. Poi vi sono altri aspetti del Vaticano II che non ci convincono, come l’ecumenismo, la collegialità, il modernismo, il dialogo interreligioso (…) Il dialogo interreligioso è uno dei più grandi ostacoli presenti sulla strada della ricomposizione con Roma“. (Segue nel primo commento)

Non si può leggere il Vaticano II come un lavoro cattolico. Esso si basa sulla filosofia di Emmanuel Kant (…) Un giorno la Chiesa dovrà cancellare questo Concilio. Non parlarne più. Dovrà dimenticarlo (…) Sì dimenticarlo, tabula rasa”: è il vescovo lefebvriano Bernard Tissier De Mallerais che parla così in un’intervista alla rivista The Remnant del 30 aprile 2006. Nella stessa intervista si leggono varie affermazioni sulle “eresie” professate dal teologo Ratzinger e mai “ritrattate” da papa Benedetto (vedi post precedente): “Per quanto attiene alla libertà religiosa egli si trova sulla stessa lunghezza d’onda di Giovanni Paolo II. Come questi, è convinto che nessun governo può essere cattolico, né che alcun governo può riconoscere Gesù Cristo come vero Dio. Ciò è contrario all’insegnamento cattolico, e più precisamente all’insegnamento che Pio XI ha espresso nella Quas Primas (…) Questo papa nel passato ha professate delle eresie! E io non so se le professi ancora (…) Egli non ha mai ritrattato i suoi errori (…) Egli ha pubblicato un libro intitolato Introduzione al Cristianesimo, nel 1968. Questo libro era zeppo di eresie, in particolare sosteneva la negazione del dogma della Redenzione (…) Egli ha gettato dei dubbi sulla divinità di Cristo, sul dogma dell’Incarnazione (…) Egli fa una rilettura, una reinterpretazione di tutti i dogmi della Chiesa. Fa esattamente quello che lui stesso ha chiamato ‘ermeneutica’ nel suo discorso del 25 dicembre 2005”. Ci sono visitatori che mi chiedono di non fare del sarcasmo sulle posizioni dei lefebvriani che vado esponendo: hanno ragione, chiedo scusa dei sarcasmi, se ne ho fatti. Il mio intento è di chiarire le posizioni portando a conoscenza d’ognuno le loro affermazioni. Domani riporterò un testo del vescovo Williamson che chiede di “eliminare” il messale di Paolo VI. Nel primo commento un aggiornamento su Tissier De Mallerais.

Il vescovo Richard Williamson (vedi post precedente) parla così di Ratzinger “eretico” nell’intervista del 12 gennaio 2007 al giornale francese “Rivarol”: “Se un modernista è qualcuno che vuole adattare la Chiesa Cattolica al mondo moderno, certamente Benedetto XVI è un modernista. Egli crede sempre che la Chiesa debba riappropriarsi dei valori della Rivoluzione francese. Forse egli ammira il mondo moderno meno di Paolo VI, ma lo ammira ancora fin troppo. I suoi vecchi scritti sono pieni di errori modernisti. Ora, il modernismo è la sintesi di tutte le eresie (San Pio X, Pascendi). Dunque, come eretico, Ratzinger supera di gran lunga gli errori protestanti di Lutero, come ha detto molto bene monsignor Tissier de Mallerais. Solo un hegeliano come lui è persuaso che i suoi errori siano la vera continuazione della dottrina cattolica, mentre Lutero sapeva e affermava che egli rompeva con la dottrina cattolica”.  Nel primo commento ascolteremo Williamson qualificare la mente del papa come “povero spirito” e udremo il suo sogno di sottoporre il teologo Ratzinger a una rigorosa inquisizione dottrinale sotto pena di scomunica. Da non perdere. Domani ci interesseremo a Tissier de Mallerais, un altro dei quattro vescovi ai quali è stata “rimessa” la scomunica.

Avendo io fatto tre post sul caso Williamson più di un visitatore mi ha chiesto in pubblico e in privato dove volessi arrivare e perchè tanto accanimento e in che senso quel vescovo costituisse una risorsa nell’attuale confusa situazione della Chiesa cattolica: “Finchè c’è Williamson c’è speranza” avevo scritto. Debbo dunque spiegare. L’ultimo punto è il più semplice a chiarire: la schiettezza williamsoniana – che apprezzo – ha portato a chiarire l’insostenibilità del negazionismo relativo alla Shoah non solo nella comunione cattolica ma anche all’interno della “Fraternità San Pio X”. Il responsabile della Fraternità ha chiesto scusa “agli uomini di buona volontà”: non è poco. Altrettanto l’ottimo Williamson potrebbe conseguire sul tema del papa eretico et similia. Egli combatte a viso aperto per “gettare nella spazzatura” (sono sue parole) il Vaticano II in quanto cibo “avvelenato”, per mostrare che i papi conciliari sono “cattivi pontefici”, per convincere Benedetto XVI di eresia e per riportare il magistero cattolico alle “grandi encicliche antiliberali” dei papi di una volta. Visto come gli sono andate le cose con la Shoah, io confido che egli abbia buone possibilità di conseguire altri grandi risultati e mi sono proposto di dargli una mano. A domani la sua divagazione sul papa “eretico”.