Ho detto – nel post del 9 febbraio – che non condividevo l’interruzione del sostentamento vitale di Eluana ma che non chiamavo “assassino” il padre e chi ne condivideva la decisione: perché a ogni evidenza si trattava di porre fine o meno a un trattamento di rianimazione clinica iniziato tanti anni addietro e non affatto di “omicidio commesso proditoriamente, con premeditazione” (Dizionario Battaglia). Confermo quell’opinione dopo due giorni nei quali le parole “omicidio” e “assassinio” hanno furoreggiato nella nostra vita pubblica. Con ciò non dico che quella riguardante Eluana non sia stata una decisione grave: dico che non era “assassinio”. Con lo stesso intendimento – di rispetto delle parole che è poi rispetto delle persone che nomino – non chiamo “omicidio” l’aborto o la soppressione di embrioni, benché sappia bene che nella storia vi è stato chi ha qualificato come “omicidio” persino la contraccezione. A chi obietta che così banalizzo l’uccisione del feto rispondo che la parola “aborto” è già abbastanza per dire questo. E ritengo non si debba usare la stessa parola – quale essa sia – per indicare l’uccisione del feto e la soppressione dell’embrione. La disputa accesa, la guerra culturale e i titoli dei giornali di cui essa si avvale, gli scontri nell’aula del Senato tendono all’uso di parole incendiarie che non aiutano la comprensione dei fatti e non allievano la confusione dei cuori. Le parole sono importanti e nella loro scelta dovrò porre lo stesso scrupolo con cui decido le mie azioni. Lo diceva già Cicerone e io lo dico per me.
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