Archivi per ottobre 2009

Ma che je fanno all’omini ‘sti trans?

Ma che je fanno all’omini sti trans? Tremila euro, cinquemila, ahò quarcosa je devono fa’ che noantre non sapemo. Io c’ho due figli maschi e gl’ho detto: ragazzzi in campana, non vedete che prezzi? Epperò sarebbe bene de sapello che je fanno, così magari a quarcheduna je po’ servì per tenesse er marito. Ve ricordate quanno c’era qui intorno er brasiliano, a brasiliana, mo’ non so come parlà? Ma che schifo dico io! E so tutti stranieri: ma perchè? Qui ‘o sapemo er puttanaio c’è stato sempre, una vorta c’era la Suburra, so’ millenni che qui regnano le mignotte, ma quelle almeno erano italiane e gli omini nostri davano lavoro a quelle de qui. Oggi no, devono venì da fora e mejo se so’ trans. Ma la faccenna de quello che je fanno me gira pe’ a testa, perchè quarcosa je devono fa’, su questo so’ sicura“. Conversazione tra donne udita in una sala d’attesa di uno studio medico a Roma Centro.

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Mannaggia Ale: lunga vita ai sogni

Mannaggia Ale… Vertigini, voglia di volare, paura di cadere a parte… dall’alto der Cuppolone. Lunga vita ai sogni. Auguri. E smetti di ridere, questo è il mio regalo!“: scritta letta a Roma sul marciapiede di destra di via G. Ferrari per chi va verso piazza Mazzini. La singolarità di questi auguri è che a essi conducono orme di piedi – segnate con la stessa calce delle lettere – uscenti da un portone. Immagino sia il portone della ragazza Ale per la quale il ragazzo ha tracciato la scritta: lei uscendo di casa il giorno del compleanno trova le orme e quelle la portano alle parole di lui. Che è forse uno scout.

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Muore Angelo il barbone e il rione Monti lo festeggia

E’ morto Angelo il barbone del rione Monti, anzi di Roma e tutto il quartiere lo piange, anzi lo festeggia. In piazza Madonna dei Monti è stato appeso uno striscione che prende tutto lo zoccolo di un palazzo con una scritta alta che dice COME VA’ LEI? – che era il suo saluto a chi incontrava prima di chiedergli una sigaretta – e sotto un’altra scritta che esclama: UN ANGELO VOLA SU MONTI. Al centro, sotto alcune foto, c’è l’avviso fatto dagli “amici” a nome dell’intero rione: “Angelo ci ha lasciato. I funerali si svolgeranno martedì 27.10.09 alle ore 14, 30 nella chiesa Madonna dei Monti”. E’ la chiesa dov’è sepolto Benedetto Giuseppe Labre (1748 –1783), che era a modo suo un barbone e che morì in casa di un macellaio qui a due passi. Insomma, in questa zona di Roma i barboni hanno una tradizione. Sotto l’annuncio e le foto hanno messo un bicchiere di vino, la passione di Angelo e una sigaretta su un tovagliolo, il suo vizio innocente. A terra, per tutta la lunghezza dello striscione, 23 lumini e tanti fiori. Appesi allo striscione ci sono biglietti e fogli con saluti. Le riporto nel primo commento e nel secondo dico un po’ meglio chi era Angelo. Nel terzo parla uno dei preti della parrocchia. Qui metto una foto di Angelo.

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Roberta Serdoz e l’arte di amare

“Sono una professionista e la mia vita va avanti. Punto”.
“Non è che noi donne siamo più brave o più intelligenti dei mariti. E’ che durante la giornata abbiamo più cose da fare e sappiamo come ottimizzare il tempo”.
“Ecco – dice indicando un bimbo che piange in quarta fila in braccio alla mamma – per le donne c’è anche questo”.
“Così noi donne abbiamo capito come andare avanti nei momenti difficili e non buttarci giù”.
“Vedo che c’è anche qualche uomo. Va bene. Adesso li facciamo parlare, perché noi siamo sempre buone e disponibili”.
“La mia famiglia, comunque, rimane unita”.
“Io so che amo Piero, che abbiamo una figlia assieme, che il mondo ci è crollato addosso. Ma so anche che in qualche modo, tutti insieme, ne verremo fuori”.
“Rimarrò vicino a Piero a ogni costo”.

Sono le parole dette in pubblico o confidate ad amici da Roberta Serdoz, la moglie di Piero Marazzo, ieri e l’altro ieri. Su di esse conviene sostare. Con la prima battuta avrebbe risposto a chi l’invitava a moderare al Palazzo della Provincia un dibattito intitolato “Valore D. Le donne al vertice”. Seguono quattro frasi colte dai cronisti durante la conduzione della tavola rotonda. Con le ultime tre risponde a chi le chiede del marito. Esse riscattano molto della nostra miseria.

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Colloqui con i lefebvriani: ma è tutta una scommessa

In particolare si esamineranno le questioni relative al concetto di Tradizione, al Messale di Paolo VI, all’interpretazione del Concilio Vaticano II in continuità con la Tradizione dottrinale cattolica, ai temi dell’unità della Chiesa e dei principi cattolici dell’ecumenismo, del rapporto tra il Cristianesimo e le religioni non cristiane e della libertà religiosa“: è il comunicato di ieri sul primo incontro della Commissione di studio formata da esperti della Commissione Ecclesia Dei e della Fraternità Sacerdotale S. Pio X, allo scopo di esaminare le “difficoltà dottrinali” tra la Fraternità e la Sede Apostolica. Per una mia ipotesi sul futuro di questi incontri, che vedo come una pura scommessa, si può leggere nel primo commento a questo post un articolo pubblicato oggi da LIBERAL con il titolo: “La Chiesa chiude lo scisma di Lefebvre. Al via in vaticano i colloqui per la ricomposizione”.

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Veronica Avati: “Gli africani spesso sono più felici di noi”

Trovo sul Corsera di ieri a pagina 20 un’inserzione Unicef con una donna dalla faccia sveglia e la scritta Il pensiero di liberare i bambini non la lascia libera un minuto. Leggo: “Veronica ama aiutare i bambini degli altri come fossero i suoi. Per questo è in Kenya dove ancora oggi molti bambini sono vittime di organizzazioni criminali, come quelle legate al turismo sessuale”. Vengono indicati una pagina del sito dell’Unicef e una di Facebook dove conoscerla meglio. Le visito, la vedo fotografata con missionari e funzionari, con i bambini di una scuola di Cotonou, Benin (dove è stata tra il 2004 e il 2008), tra profughi e sfollati. Ascolto e leggo sue interviste. Ecco un brano di una di esse: “Penso che [in un lavoro come questo] ci voglia umiltà e disponibilità mentale ma anche di cuore per capire come sono gli altri. Bisogna comprendere prima di reagire in un certo modo (…) In questa attività ho imparato tantissimo. Noi spesso pensiamo di essere lì perché siamo i più bravi, andiamo lì con l’idea di imporre i nostri schemi. Non è così, spesso sono più felici di noi. Sto imparando le cose piano piano, sto scoprendo l’Africa”. Ho pensato che valeva la pena conoscere questa persona e ve l’ho segnalata. Ecco un caso in cui la pubblicità, Internet e Facebook si riscattano e ci allietano.

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Scabini: “La vita a prenderla sul serio è tutta da ridere”

La vita, a prenderla sul serio, è tutta da ridere”: bellissimo motto – e ossimoro e altro ancora – che ho risentito sabato alla “Giornata in memoria di don Pino Scabini” (1926-2009: docente alla Lateranense, assistente nazionale ACI e Meic, direttore spirituale del Seminario Lombardo), alla Domus Pacis. L’ha ricordato come ricorrente sulla bocca di don Pino, che l’avrebbe preso da don Luigi Belloli – oggi vescovo in pensione – quand’era rettore del Lombardo. Belloli a sua volta attribuiva il detto al predecessore Bertoglio. Sarà un detto con molti padri e magari più antichi di questi, ma ricordo d’averlo sentito più volte da don Pino e bene dice il delicato humor di quell’ottimo prete che il relatore di apertura della giornata, Nicola Ciola, decano della Lateranense, ha descritto come incarnante “la figura ideale di prete del Vaticano II”, caratterizzata – nel suo caso – dal “carisma dell’accompagnamento spirituale verso tutti senza distinzioni”, avendo egli “camminato accanto a giovani, adulti, laici, sacerdoti, gente semplice e persone dalle importanti responsabilità”.

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“Uccidete Berlusconi” ma anche Travaglio e il Papa

La Rete scoppia di violenza. Leggo che esistono siti intitolati “A morte il Papa”, “Sopprimiamo Franceschini”, “Uccidiamo Alfano”, “A morte Marco Travaglio”, “Uccidiamo la Moratti” – e naturalmente quello che tira di più è “Uccidete Berlusconi”. Io non so che cosa si possa fare, ma bisogna fare. So per esserci passato che è stolto acquietarsi con la considerazione che si tratta di parole: “E’ uno sfogo, una provocazione, un gioco”. Ricordo quando vennero fuori – a metà degli anni Settanta – i primi slogan contro la polizia: “Celerino basco nero il tuo posto è il cimitero”. Dissi a un incontro di giornalisti: “Queste parole porteranno sangue – facciamo qualcosa”. “E’ solo uno slogan” fu la tesi di chi non voleva fare nulla. Il fatto che le minacce attuali siano scritte nella Rete invece che sulla carta o sui muri induce a sottovalutarle. Per capire il pericolo che costruiscono dobbiamio intenderle come gridate per le vie e nelle piazze. Nè del resto penso che passerà molto – se l’orribile gioco non viene fermato – perchè ciò avvenga. Mi piacerebbe ascoltare dai visitatori che sanno di più che cosa si potrebbe fare nel rispetto del nostro ordinamento. Se un visitatore desideroso di intervenire non riuscisse a iscriversi, invii il suo commento per e-mail (la trova qui accanto, poco sotto la mia foto) e io lo inserirò.

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Parabola della ragazza rom sospesa a scuola

Dopo gran battagliare convincono una famiglia rom che vive a Napoli a mandare i figli a scuola, che sono quattro e vengono inseriti in quattro diverse classi elementari e medie. La più grande tempesta per essere ammessa all’insegnamento della religione cattolica ma la prima volta che si trova davanti all’insegnante le bestemmia in faccia e viene sospesa per due giorni. Non dice nulla a casa e il giorno dopo si ripresenta a scuola: “Guarda che sei sospesa – gli spiegano con impegno – e non puoi venire per due giorni. Oggi resta ma domani vieni con la mamma”. Arriva la rom con la ragazza e dice: “Sì lo so, è stata cattiva ma io gli ho menato e ora la potete prendere”. No signora non si può: deve restare a casa per due giorni. “Come non si può? Io non li volevo mandare a scuola ma voi avete insistito tanto e ora che vengono me li mandate indietro?” Per protesta la rom napoletana il giorno dopo non manda a scuola nessuno dei figli.

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Due chiacchiere con i visitatori

Tra sabato 17 e martedì 20 non ho potuto leggere i commenti al blog. Li ho scorsi tutti di seguito ieri notte e stamattina, stampandoli per non cecarmi sul monitor. E’ stata un’esperienza anche questa: 188 interventi in quattro giorni, appassionati e passionali, ricchi, vivaci. Sono contento della vitalità del pianerottolo, ringrazio tutti. Non mi preoccupo dei conflitti, che sono diminuiti rispetto al passato. Una decina di visitatori mi hanno posto questioni alle quali non ho risposto. Pur in viaggio e impegnato in convegni io continuavo a pubblicare testi – il motto del blogger è: nessun giorno senza un post – ma non seguivo il dibattito. La considero una scortesia. Di passaggio una volta ho chiesto scusa di questo, ma ora torno sulla faccenda per dire ai visitatori che comunque io, presto o tardi, leggo tutto. Non mi perdo nessuna perla e nessuna perfidia che voi lasciate sul pianerottolo quando sono fuori. Nei primi commenti a questo post do alcune irrilevanti risposte a quanto mi veniva chiesto o detto.

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