Roma, 21 novembre 2006 – Caro Direttore, Le scrivo questa lettera aperta dopo che Lei ha respinto, a più riprese, le mie richieste di colloquio diretto e personale. Ho provato un brivido quando ho sentito, nell’incontro col Sindacato, che i giornalisti e l’informazione non erano parte essenziale del progetto originario di Telepace.
Mi sono tornate in mente le parole di Giovanni Paolo II sul frontespizio del volume “Giornalisti abbiate coraggio”, da me curato insieme ai colleghi Guarasci e Ingrao: “Poche professioni richiedono tanta energia, dedizione, integrità e responsabilità come questa ma, nello stesso tempo, sono poche le professioni che abbiano un’uguale incidenza sui destini dell’umanità”.
Mi è tornato in mente il discorso che Lei mi fece quindici anni fa, convenendo che il compito di un’emittente cattolica non è soltanto quello di riprendere e diffondere gli eventi, così come sono, ma di presentarli in un linguaggio idoneo al mezzo. Mi è tornata in mente, soprattutto, la mia prima intervista a un capo di Stato, quando Lei e io salimmo insieme al Quirinale, nel centenario della Rerum Novarum.
Sì, Don Guido, la Dottrina Sociale. Tradirei quel principio temporale e quei principi morali, se oggi non sostenessi l’impegno della FNSI, riguardo a Telepace e al mondo dell’informazione.
So bene che Lei mi considera all’origine di una vicenda che ha portato a contestazioni e accertamenti, non senza concreti riscontri oggettivi. Ma so anche di avere seguito l’imperativo della coscienza e il metodo del Vangelo: appellandomi dapprima a Lei, invano e per lunghi mesi; informando successivamente, con delicatezza e riservatezza, le istanze ecclesiali; solo da ultimo rivolgendomi al Sindacato. So infine – e questo è il punto che mi sta più a cuore – di non essermi limitato a contestare: quale segno efficace di condivisione, Le ho offerto in via conciliativa, sin dall’inizio, la rinuncia ai miei pregressi economici.
Davanti a un sacerdote che rischia di tradire la dottrina sociale della Chiesa e destare scandalo, licenziando i propri dipendenti nel XXV anniversario della Laborem exercens, un laico ha il compito di testimoniare con ancora più forza e sacrificio il principio cristiano della solidarietà, verso i colleghi e verso Telepace stessa. Le offro nuovamente in via conciliativa la rinuncia ai miei pregressi, sufficienti a pagare per un anno l’intera redazione, dato che i nostri stipendi come sa sono tutti bassi, al minimo contrattuale. Le rinnovo altresì l’invito al dialogo, guardandoci negli occhi e guardando avanti, senza vincitori né vinti, facendo tesoro di ciò che ciascuno ha imparato.
Se la ragione dei licenziamenti è davvero economica – come Lei sostiene – il problema per il momento si può considerare risolto, confidando per il futuro nella Provvidenza, secondo lo stile di Telepace. Se invece il motivo è la rivalsa contro i miei colleghi che hanno chiesto equità, e contro di me che ho sostenuto la loro causa, allora sono io ad affidarmi alla Provvidenza, e alla giustizia degli uomini, per i giorni difficili che mi aspettano.
Piero Schiavazzi