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Tra poche ore papa Benedetto parte per la Terra Santa e martedì 12 in mattinata andrà a pregare con un Salmo davanti al Muro del Pianto, come già papa Wojtyla il 26 marzo dell’anno 2000. Come il predecessore, si farà ebreo con gli ebrei lasciando in una fessura del Muro una sua invocazione al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che è anche il Dio di Gesù Cristo. Nel foglietto del papa polacco era scritta la preghiera penitenziale che egli stesso aveva pronunciato in San Pietro, due domeniche prima, con riferimento al millenario maltrattamento degli ebrei da parte dei cristiani. Non sappiamo che cosa conterrà il foglietto di papa Raztinger. In attesa di conoscere la sua intenzione io mi porto idealmente davanti a quel muro – come già ebbi a fare in due circostanze, anch’io deponendo un foglietto – e metto lì la mia domanda perchè tutti i figli di Abramo, compreso il ramo di Ismaele, trovino la forza di riconoscersi fratelli.

Semper ad maiora. Casualmente stronzi“: lo puoi leggere a Roma su un muro di Piazza San Francesco di Paola, se guardi sulla destra mentre stai facendo la Salita dei Borgia. Il graffito è di due autori ma chi ha aggiunto il secondo elemento ha inteso completare il primo: lo intuisci dalla campitura delle parole. Mia parafrasi interpretativa dell’ossimoro murario: “Tendiamo sempre alle cose alte anche se i casi della vita brutalmente ci tirano in basso”. Mi ricorda il detto romanesco: “Roma è santa ma i romani so’ fiji de mignotta”.

“Gesù era cattolico?” è la domanda di Peter Seewald al cardinale Ratzinger nel volume Dio e il mondo (San Paolo 2001), a p. 20. E questa è la risposta: “Non lo si può dire sicuramente così, perché Gesù è ben al di sopra di noi […] E’ colui da cui la Chiesa cattolica sa di essere voluta, ma appunto per questo non è semplicemente uno di noi”. Parole utili per ridimensionare la polemica – che è risuonata a più riprese anche in questo blog – sulle parole del cardinale Martini che si leggono a p. 20 del volume Conversazioni notturne (Mondadori 2008): “Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio, il cui cuore è sempre più vasto. Egli non si lascia dominare o addomesticare”. (Continua nel primo commento)

Sono tornati i mendicanti per le strade e torna la guerra ai pirati come ai tempi di Cesare e di Pompeo.

E’ già scoccata, anche per me, l’ora in cui si tenta di familiarizzare con la morte, di spogliarla della sua orrenda solennità, di darle del tu. Invidio coloro che temono l’Inferno. Io non temo nulla. E per questo ho tanta paura“: è sempre una sagra dell’intelligenza leggere Indro Montanelli e queste righe sono alla pagina 83 de I conti con me stesso. Diari 1957-1978 curati ora da Sergio Romano per Rizzoli nel centenario della nascita. Quando scriveva quella pagina “inchiodato nel pensiero della morte” il “collega” Indro aveva sessant’anni. Dunque io ora ho più anni eppure non penso alla morte con tutta quella orchestra. Ci penso in maniera più piana, direi quotidiana. Non invidio chi teme l’Inferno, anzi lo temo io per primo. E non direi mai che “non temo nulla”: temo questo e temo quello. In un punto solo userei le sue parole: dove dice che ha “tanta paura”.

Un uomo di poco più di trent’anni, nudo e in stato di semiincoscienza ma con evidenti segni di percosse, è stato condotto la scorsa notte in un ospedale di Gerico; subito ricoverato, si trova attualmente in coma farmacologico, ma i medici sperano di riuscire a salvarlo. I sanitari hanno riferito che il ferito è giunto al pronto soccorso sulla vettura di un altro uomo, dall’accento marcatamente straniero, che l’avrebbe raccolto esanime sulla corsia d’emergenza, al km 132 della superstrada che collega Gerico alla capitale, e gli avrebbe prestato i primi soccorsi. Ma dopo aver pagato le spese del ricovero e trascorso il resto della notte al capezzale del ferito, l’extracomunitario si è dileguato senza che la polizia potesse interrogarlo sulle circostanze del ritrovamento. La magistratura ha aperto un’inchiesta: l’ipotesi più probabile è che l’uomo, del quale non è ancora nota l’identità, sia stato vittima di una rapina, e si spera che qualche testimone (dal luogo dell’aggressione sono sicuramente transitati altri veicoli, oltre a quello del soccorritore) si presenti spontaneamente all’autorità giudiziaria. Non si esclude però che ad aggredirlo sia stato il suo stesso soccorritore, per futili motivi o altro: di notte la zona è abituale ritrovo di coppie gay.- “Mistero sulla superstrada: prima lo picchia, poi lo porta all’ospedale” così forse finirebbe intitolata, nella cronaca di un nostro quotidiano, la storia del samaritano narrata da Gesù nel capitolo 10 del Vangelo di Luca. Così la propone provocatoriamente il Centro San Domenico di Bologna nell’invito a un dibattito sui media, del quale si riferisce nel primo commento a questo post.

“Mi hanno amato! Personalmente”: scritto su un sedile di un vagone della “Cumana”, che collega Napoli a Torregaveta passando per Bacoli e Capo Miseno. Amo leggerlo come un ringraziamento. Pieno e stupìto. Ringrazio Alessandro Iapino – frequentatore di questo blog – che l’ha segnalato.

“Ringrazio il Signore per avermi regalato, per un pezzo della mia vita, Patrizia, Alessandra e Antonella. Persone meravigliose che mi hanno gratificato della loro presenza, del loro affetto, del loro sorriso. Ora non sono più con me, ma questa mancanza mi permette di constatare quanto grande era il dono che avevo ricevuto”: parla così Patrizio Cora, aquilano, che nel terremoto ha perduto la moglie e le due figlie di 22 e 27 anni. Qui puoi leggere l’intera intervista pubblicata oggi da “Il Sussidiario”: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=18517. Un abbraccio a Maurizio! Le sue parole mi appaiono come il miglior commento a quanto ha detto stamane il papa alla gente di Onna: “Chi ama vince, in Dio, la morte e sa di non perdere coloro che ha amato“.

Un brindisi per Maioba dottore in teologia! C’eravamo Francesco73, Nino e io nell’aula C12 della Gregoriana, oggi pomeriggio, a tifare per don Marco Statzu che difendeva la tesi di dottorato intitolata “Mistica dell’incarnazione. Per una conoscenza affettiva di Dio tra generazione eterna e opera interiore della grazia”. Moderatore il professore Elmar Salmann, il secondo lettore – non so ripetere il nome – gli ha fatto “domande cattive” ma don Marco si è difeso con mite fermezza. Alla fine i docenti si sono felicitati riconoscendogli d’aver mostrato – in dialogo con tre grandi cristiani: Meister Eckhart, Karl Rahner e Michel Henry – una possibile via per rendere “meglio comprendibile alla sensibilità contemporanea” il dogma dell’Incarnazione. Alcune suggestive espressioni di sintesi della tesi: Essere figli nel Figlio significa conoscere Dio, L’incarnazione è condensazione di Dio nella potenzialità umana, Ripartire dalla fenomenologia della vita di Gesù, La generazione eterna passa nelle trame della storia di ogni uomo. Felicitazioni al nuovo dottor theologiae a nome dell’intero pianerottolo.

Sono tornato a messa alla Trinità dei Pellegrini – la parrocchia personale romana dedicata alla forma straordinaria del rito romano – e di nuovo mi sono trovato bene, o forse meglio delle altre volte (vedi post del 15 e 17 giugno, 27 luglio 2008), magari perché sto imparando ad apprezzare il grande silenzio del canone, l’ottimo canto gregoriano, il rigore biblico e liturgico dell’omelia. I partecipanti non sono aumentati: stamane erano una settantina come il luglio scorso. Uno ha scattato una foto con il telefonino ai celebranti in processione. Quello che raccoglieva le offerte aveva un cagnetto in una borsa a tracolla. Un paio spiegavano tutto alle donne che erano con loro, forse non credenti. Il prete è sempre quello. Inalterato il suo scrupolo di non fare battaglie di sorta con l’omelia. Ha commentato il Vangelo – che era quello del Buon Pastore, in Giovanni 10 – con altri passi biblici e con altri passaggi della liturgia di oggi, senza dire nulla delle pecore e dei pastori dei nostri giorni. Ho già lodato il prete lefebvriano ascoltato a metà marzo nella Cappella di Santa Caterina, sempre a Roma (vedi post del 15 marzo), per il fatto che predicò senza neanche citare lo tsunami mediatico che allora investiva la Fraternità San Pio X. Ecco io sogno questo: che anche i celebranti della nuova liturgia imparino a staccare la loro parola dai fatti correnti. Il celebrante parla di Dio, non dei referendum, dei motu proprio e del preservativo.