Ho un ricordo personale, quasi esclusivo, di Cesare Romiti (che è morto martedì 18 a 97 anni): quando l’incontravo a messa in parrocchia. Poche parole ma tante volte. Attorno a questo ricordo da nulla intreccio qualche altro filo: la conversazione sul Papa e sulla Cina con il cardinale Ruini e con Andreotti nell’atrio della Gregoriana, ed io quarto tra cotanto senno. La sua scoperta recente dei bambini con la nascita di una pronipote. Quando per fame, nella Roma occupata dai tedeschi, rubò un sacco di farina. Nei commenti metto in fila queste pagliuzze.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Don Renato Passoni, parroco di San Marziano a Mede, ha vissuto momenti drammatici nelle settimane più dure della pandemia: la morte della mamma ricoverata nella stessa sua clinica, che non può assistere nè salutare; e poco dopo la Pasqua, fatta in rianimazione. Nel primo commento le parole con le quali ha annunciato dalla clinica, in facebook, a fine marzo, la morte della mamma; nel secondo quelle con cui ha salutato i parrocchiani al momento dell’uscita dalla clinica e di un primo ritorno in parrocchia, a fine maggio.
Nella catechesi di stamane – che si è svolta ancora senza popolo: così avviene dall’undici marzo – Francesco ha trattato dell’opzione per i poveri applicandola alla pandemia ed affermando che a tale opzione dovrebbe porre mano tutta la Chiesa. In particolare ha fatto un appello per la destinazione universale del futuro vaccino, perché non sia oggetto di lotta e di accaparramento, ma sia messo a disposizione dell’intera umanità. Nel primo commento riporto il paragrafo che contiene l’appello per il vaccino. A seguire alcuni richiami utili a cogliere la portata della questione.
Don Corrado Forest di Vittorio Veneto, 80 anni, viene ricoverato per il Covid – 19 e al vescovo che gli telefona per sapere come sta risponde: “Non è male che anche qualche prete prenda questo tipo di malattia per condividere quello che vivono molte altre persone”. Nel primo commento la notizia che di questa morte ha dato il settimanale della diocesi e nel secondo un mio richiamo a un’altra storia di pandemia con analoga riflessione di un prete poi deceduto.
Recupero oggi la catechesi proposta da Francesco all’Angelus di sabato 15, che non ho registrato nel blog essendo io in viaggio. Vi è una forte affermazione della fede della Chiesa nell’Assunzione di Maria, unita a un’efficace attualizzazione divulgativa di quel mistero con riferimento alle conquiste spaziali dell’umanità di oggi. Nel primo commento riporto il brano che sto segnalando, nel secondo metto una mia punta di spillo.
«Entrando in ospedale il 25 aprile, alle Molinette di Torino, non credevo che ce l’avrei fatta, pensavo: “La mia vita l’ho vissuta, ho 79 anni, se devo andare vado, ma se posso restare lo faccio volentieri”. A riempirmi di angoscia non era la mia fine, ma il fatto di non potermi prendere cura di Adriana»: così racconta un torinese che ce l’ha fatta, Franco Aloia. Ce l’ha fatta con la moglie Adriana, mettendosi a rischio per salvarla, essendo Adriana colpita da Alzheimer dal 2004 e completamente dipendente da lui. Per assisterla Franco si è fatto ricoverare con lei, con lei ha contratto il virus e insieme sono poi guariti. Nei commenti riporto in parte e in parte riassumo il racconto della loro avventura che Mario Calabresi – già direttore dei quotidiani “La Stampa” e “Repubblica” – ha pubblicato nel suo sito il 24 maggio con il titolo “Storia di un amore in quattro settimane” e che ha poi aggiornato il 7 agosto.
L’episodio della donna cananea, cioè pagana, che ottiene da Gesù la guarigione della figlia, costituisce un unicum – un caso unico – nell’intera narrazione dei quattro Vangeli: in esso Gesù muta, o corregge, a seguito di un’invocazione d’aiuto, il proprio convincimento relativo alla missione di cui è portatore. Da inviato alla casa d’Israele, quale si professa in prima battuta; ad inviato all’intera umanità, quale si afferma con l’intervento a favore di chi non appartiene a quella casa. Nel primo commento riporto il testo e non aggiungo altro, tanto forte è l’insegnamento fattuale in esso contenuto. Nel secondo commento metto un riferimento all’uso che vado facendo di questo episodio nella mia ricerca di fatti di Vangelo.
“Mi spaventa la sofferenza degli altri ma non ho paura”: così riassume la sua avventura lo scrittore Andrea Vitali, tra i più letti, che in pandemia
– a 59 anni – è tornato a fare il medico di base a Bellano (Lecco), professione che aveva abbandonato sette anni addietro per darsi a tempo pieno alla scrittura dei suoi gialli che calamitano lettori d’ogni età. Nei commenti riporto brani di un’intervista al Corriere della Sera nella quale argomenta su questa scelta generosa ma non così nuova, avendo già una consolidata esperienza di medico volontario in una comunità psichiatrica della Val Seriana.
Saluto l’ardimentoso vescovo brasiliano Pedro Casaldaliga, amico dei poveri, morto l’8 agosto a 92 anni, rileggendo con i miei visitatori il suo inno al vento dello Spirito, un aggiornamento del “Vieni Santo Spirito” che è ricco di insegnamenti vitali. Nel primo commento riporto il testo dell’inno, nel secondo riprendo la citazione di un altro suo testo che Francesco ha inserito nell’esortazione “Querida Amazonia”, nel terzo una scheda sul caro Pedro e il modo della sua sepoltura avvenuta ieri nella località di Ribeirão Cascalheira, Mato Grosso, Brasile, dov’è il Santuario dei Martiri della Caminhada.
Nella mia ricerca di storie di pandemia (questa è la sedicesima che riporto qui nel blog) ho trovato più di un ringraziamento a Dio da parte di chi ha sofferto la malattia e ne è guarito: il “grazie” più esplicito per questa “esperienza dura e pesante”, unito all’invocazione di “conservarne per sempre l’insegnamento”, è del vescovo siciliano Calogero Peri, di Caltagirone. Nei commenti la sua calda parola e qui il mio abbraccio a questo buon pastore.
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