Padre Espinal è stato ucciso nell’anno 80. Era un tempo in cui la teologia della liberazione aveva tanti filoni diversi, uno di questi era con l’analisi marxista della realtà, e Padre Espinal apparteneva a questo. Anche le poesie di Espinal sono di quel genere di protesta: era la sua vita, era il suo pensiero, era un uomo speciale, con tanta genialità umana, e che lottava in buona fede. Facendo un’ermeneutica del genere io capisco quest’opera. Per me non è stata un’offesa. Quest’oggetto ora lo porto con me: sono alcune delle parole con cui il Papa ha risposto in aereo a una domanda sul Cristo marxista del padre Espinal, che gli è stato donato dal presidente boliviano e che ha deciso di portare con sé, come il lascito di un martire che sbagliò scolpendo quel Cristo ma che lavò con il sangue ogni suo errore. Nei commenti l’intera risposta del Papa che considero come un ideale compendio della sua resistenza di provinciale dei gesuiti alla teologia della liberazione di orientamento marxista.
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“Ottimo scrittore e spirito mordace, amava polemizzare con le femministe, i pacifisti, i verdi, i cultori della non violenza, la sinistra bolognese e italiana”: frammento di un mio articolo in morte del cardinale Biffi scritto con falso distacco e pubblicato oggi dal Corsera. Nei primi commenti qualche personale ricordo di sue battute e una mini rievocazione della sua opposizione al “mea culpa” di Papa Wojtyla.
I bambini stavano in disparte, i grandi non li lasciavano avvicinare, ma Gesù li chiamò, li abbracciò e li pose in mezzo perché tutti imparassimo a essere come loro. Oggi direbbe la stessa cosa a noi. Ci guarda e dice: imparate da loro. Dobbiamo imparare da voi, dalla vostra fiducia, gioia, tenerezza. Dalla vostra capacità di lotta, dalla vostra fortezza. Dalla vostra imbattibile capacità di resistenza. Sono veri lottatori! Vero mamme? Vero papà e nonni? Vedere voi, ci dà forza, ci dà forza per avere fiducia, per andare avanti: così Francesco oggi in visita a un ospedale pediatrico di Asuncion, Paraguay.
Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: è Gesù, Gesù Cristo, la misericordia del Padre: così oggi il Papa al Centro di rieducazione di Palmasola, a Santa Cruz de la Sierra, Bolivia. Al termine dell’incontro Francesco ha detto: “Vi chiedo di continuare a pregare per me, perché ho anch’io i miei errori e devo fare penitenza”.
Sappiamo riconoscere che le cose non stanno andando bene in un mondo dove ci sono tanti contadini senza terra, molte famiglie senza casa, molti lavoratori senza diritti, molte persone ferite nella loro dignità? Riconosciamo che le cose non stanno andando bene quando esplodono molte guerre insensate e la violenza fratricida aumenta nei nostri quartieri? Sappiamo riconoscere che le cose non stanno andando bene quando il suolo, l’acqua, l’aria e tutti gli esseri della creazione sono sotto costante minaccia? E allora diciamolo senza timore: abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento: così Francesco ieri pomeriggio a Santa Cruz de la Sierra, Bolivia, al Secondo incontro mondiale dei Movimenti popolari. Nei commenti altre parole del Papa.
Mut und Demut: coraggio e umiltà. E’ il motto della Guardia Svizzera. Chiedo ai visitatori di venire incontro alla mia curiosità: da dove viene? Abbiamo un corrispondente italiano, latino? – Qualcuno ricorderà che una volta qui cercavo ossimori con il vostro aiuto: “Mut und Demut” è un mezzo ossimoro.
Aggiornamento. Vedi post seguente, 10 luglio, al quarto commento una parola del Papa in Bolivia: “Con coraggio e mansuetudine”.
L’evangelizzazione non consiste nel fare proselitismo – il proselitismo è una caricatura dell’evangelizzazione – ma nell’attrarre con la nostra testimonianza i lontani, nell’avvicinarsi umilmente a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, avvicinarsi a quelli che si sentono giudicati e condannati a priori da quelli che si sentono perfetti e puri. Avvicinarci a quelli che hanno paura o agli indifferenti per dire loro: «Il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore» (ibid., 113). Perché il nostro Dio ci rispetta persino nella nostra bassezza e nel nostro peccato. Questa chiamata del Signore con che umiltà e con che rispetto lo descrive il testo dell’Apocalisse: Vedi? Sto alla porta e chiamo; se vuoi aprire…; non forza, non fa saltare la serratura, semplicemente suona il campanello, bussa dolcemente e aspetta. Questo è il nostro Dio: è nell’omelia tenuta oggi dal Papa a Quito.
“Ecco perché non mi piace questo mondo, perché ci sono troppe femmine”: ha sette anni e così protesta con papà e mamma che l’hanno portato al mare con altre tre famiglie, dieci bambini e lui l’unico maschio. Quand’uno non sa la sua fortuna.
“Che cos’è in realtà la musica? Da dove viene e a cosa tende? Penso si possano localizzare tre “luoghi” da cui scaturisce la musica. Una sua prima scaturigine è l’esperienza dell’amore […]. Una seconda origine della musica è l’esperienza della tristezza, l’essere toccati dalla morte, dal dolore e dagli abissi dell’esistenza […]. Infine, il terzo luogo d’origine della musica è l’incontro con il divino”: parlava così ieri il carissimo Papa emerito, a Castel Gandolfo, ringraziando per il dottorato honoris causa che gli veniva conferito dall’Università “Giovanni Paolo II” di Cracovia e dell’Accademia di Musica di Cracovia. Per la prima volta dopo la rinuncia, il testo da lui letto è stato riportato dal bollettino della Sala Stampa Vaticana: ne sono felice e mi auguro che d’ora in poi ciò avvenga ogni volta che egli parla. Nei primi commenti altre sue parole utili a conoscere. Chi era a Castello mi diceva ieri che Benedetto stava proprio bene: è entrato nella sala camminando da solo e senza bastone, ha letto in piedi per venti minuti il suo testo. Che bello.
“Povera terra di Sicilia, in cui guerre e lotte fratricide hanno intriso di sangue innocente il nostro suolo, per lunghissimi anni! Oggi, ancora oggi, il sangue di questi giusti grida al cospetto di Dio”: è un brano del racconto fatto ieri in piazza San Pietro dal magistrato di Palermo Vittorio Aliquò, che fece parte del pool antimafia (vedi post del 3 luglio, quinto commento). Non disponendo del testo di ieri, rimando a una precedente narrazione, sostanzialmente equivalente, di quella sua straordinaria esperienza.
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