Il blog di Luigi Accattoli Posts

“Non devo ricordare con molte parole quanta cura e diligenza ho messo in questa occasione nel difendere la mia salute: voi ne siete testimoni. Ora dopo avervi com piaciuto nel non tralasciare niente per guarire, mi resta da provvedere a me stesso. Non ho voluto che ignoraste la mia decisione di smettere di alimentare la malattia. Infatti in questi giorni con tutto il cibo che ho preso non ho fatto altro che prolungare la mia esistenza prolungando i dolori senza nessuna speranza di salvarmi. Vi chiedo di approvare la mia decisione e di non tentare inutilmente di distogliermene”: così Tito Pomponio Attico (110-32 avanti Cristo) nella vita scritta da Cornelio Nepote parla agli amici quando vede arrivare la fine, forse per un tumore all’intestiuno, compiuti i 77 anni. D’estate mi diletto con la lettura di un classico, che quest’anno è Cornelio Nepote. Le parole di Attico sul fine vita mi sono parse di straordinaria attualità: “Non voglio alimentare la mia malattia”. Le farei mie se venissi a trovarmi nella sua condizione.

La Stefania delle nuvole: scritta a grandi lettere su un muro in cemento all’incrocio di via dei Fiori con via delle Gardenie, a Santa Marinella. Forse su questa collina in lugli non lontani piantò le tende una gente del Nord donde lo stilema qui inusitato “la Stefania”. Forse la Stefi viveva sollevata da terra tipo il Socrate delle “Nuvole” di Aristofane. In mancanza di documenti scritti e di risultanze archeologiche, si va a naso.

“Il gran numero di disoccupati allarma, soprattutto quello dei giovani, che in alcuni paesi arriva al 50 per cento. E questo proiettato nel futuro ci fa vedere un fantasma: una gioventù disoccupata, che futuro può avere? Che rimane a questa gioventù. Le dipendenze, la noia, il non sapere cosa fare della propria vita, una vita senza senso, molto dura, il suicidio: le statistiche di suicidio giovanile non sono pubblicate nella loro totalità. O cercare in altri orizzonti, anche in progetti di guerriglia, un ideale di vita”: così ieri il Papa ai sindaci delle grandi Città riuniti in Vaticano sulle “migliori pratiche” per contrastare i cambiamenti climatici e le schiavitù moderne.

“Soffrono perché credono nella sofferenza”: parole che ho letto con stupore in un testo di un carcerato, un immigrato, che non voglio citare. Parlava dell’umanità. Credo avesse ragione.

Sono emozionatissima. Ho fatto la missionaria laica in Tanzania dal 1968 al 1971, non stop. Avevo 23 anni. Ho conosciuto e “lavorato” con padre Cecco Milli: un vulcano di simpatia e di amore di Dio! è l’attacco del racconto di una visitatrice che è arrivata qui cercando notizie sul favoloso Cecco – ha apprezzato la narrazione che ne avevo fatto nel 2009 e ha mandato una sua aggiunta. Si chiama Gabriella Tescaro: la ringrazio e ringrazio ancora e ancora Fiorenza, la visitatrice che sei anni addietro mi fece conoscere il padre Cecco.

“Bar degli Sciagurati di Pulcini Arianna via Aurelia 183 Santa Marinella”. E’ un bar che l’anno scorso non c’era, sulla sinistra del piazzale del Centro commerciale Super Elite. Chiedo alla signora Arianna perché si chiama così: è uno scherzo o c’è un motivo? C’è un motivo: un suo fratello, di quattro anni più grande, a lei somigliantissimo, morto in un incidente d’auto, chiamava gli amici “sciagurati”: ciao sciagurato, voi sciagurati lasciatemi in pace. E sognava di aprire un bar. Lei il bar l’ha aperto e gliel’ha dedicato.
Nei primi commenti due motti che sono sulla parete dietro al bancone.

“In questa casa siete passati due volte. Non c’è più niente”: avviso ai ladri scritto a grandi lettere sulla scala esterna di una villetta del rione Quartaccia, a Santa Marinella, in prossimità dell’Aurelia.

Chiude la rivista “Il Regno” alla quale collaboro da 42 anni. Me meschino e meschinello. La notizia mi arriva improvvisa. Da gennaio era passata on line la sezione “documenti” della rivista, che andrà avanti con “attualità” fino a dicembre e lì finirà un’avventura di quasi sessant’anni. E’ stata la rivista simbolo del rinnovamento conciliare nel suo asse mediano. Non regge alla trasformazione dei canali dell’informazione saggistica. Forse continuerà on line. Ma questa chiusura è anche un paragrafo del ripiegamento del cattolicesimo italiano. Avevano già chiuso “La rivista di teologia morale” e “Popoli”. Insieme al Regno chiudono “Settimana” e “Musica e assemblea”. Nel primo commento un mio link autobiografico, nel secondo il lancio di un’inchiesta da condurre con i visitatori.

L’anno trascorso dall’ultimo Ramadan è stato attraversato da vicende che hanno portato gravi sofferenze nelle nostre rispettive comunità. La dignità dell’uomo troppe volte è stata ferita e la vita stessa stroncata a motivo della fede professata. In particolare abbiamo udito, da ultimo nel nostro recente viaggio in Iraq, il grido di tanti fratelli cristiani perseguitati. Può il Dio che tra i Suoi nomi ha “as-Salàm” (la Pace) accettare come atto di culto migliaia di morti ammazzati?: così il cardinale Angelo Scola nel messaggio per la fine del Ramadan (216 luglio) ai musulmani che vivono a Milano. Doppio primato di Scola: è il vescovo italiano che più guarda all’Islam e quello che più schiettamente l’interpella.

Saluto il caro, libero, combattivo don Arturo Paoli che ci ha lasciato a 102 anni nella notte tra domenica e lunedì. Il suo nome e la sua parola sono tornati più volte in questo blog e nei commenti metterò qualche link, ma qui lo voglio ricordare per una parola ammonitrice che ebbe a dire nella Certosa di Farneta – Lucca – un mese prima del passaggio del fronte e della strage: una parola che ho trovato nel diario inedito del procuratore della Certosa don Gabriele Costa – uno dei dodici certosini uccisi dai tedeschi in ritirata. L’appunto è alla data del 20 luglio 1944, quando già il monastero rigurgitava di ospiti in fuga dai tedeschi: “Il prof. Don Arturo Paoli, nella Cappella di Famiglia [è una chiesa interna alla Certosa, riservata ai fratelli laici e agli ospiti], esorta tutti i rifugiati a prepararsi con la preghiera e la confessione agli avvenimenti imminenti”. Lo leggo come un monito a prepararmi io oggi agli avvenimenti imminenti.