Ai musulmani nel mondo intero. È per me un grande piacere rivolgervi il mio saluto in occasione della celebrazione di ‘Id al-Fitr’ che conclude il mese di Ramadan, dedicato principalmente al digiuno, alla preghiera e all’elemosina. È ormai tradizione che, in questa occasione, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso vi mandi un messaggio augurale, accompagnato da un tema offerto per la riflessione comune. Quest’anno, il primo del mio Pontificato, ho deciso di firmare io stesso questo tradizionale messaggio e di inviarvelo, cari amici, come espressione di stima e amicizia per tutti i musulmani, specialmente coloro che sono capi religiosi. Come tutti sapete, quando i Cardinali mi hanno eletto come Vescovo di Roma e Pastore Universale della Chiesa cattolica, ho scelto il nome di «Francesco», un santo molto famoso, che ha amato profondamente Dio e ogni essere umano, al punto da essere chiamato «fratello universale». Egli ha amato, aiutato e servito i bisognosi, i malati e i poveri; si è pure preso grande cura della creazione. – E’ l’attacco del messaggio del Papa ai musulmani per la festa di fine Ramadan. Segnalo la firma papale del messaggio e l’evocazione di Francesco d’Assisi che è guardato con rispetto nel mondo dell’Islam.
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La sentenza è calda quanto la stagione in cui cade, ma proprio per questo è necessario darne una lettura fredda. Di una tale lettura gli avversari di Berlusconi hanno bisogno quanto lui: l’autorità di una sentenza dipende anche da come la difendi o l’invochi. Io confido in una difesa e in un’invocazione pienamente coerenti, cioè piene e coerenti. Ma perché come tali possano essere intese dalla maggioranza del Paese – che è un’esigenza essenziale per la salute del nostro ordinamento – vedo importante che non vi siano esultanze o recriminazioni aggressive. Voglio dire: è inevitabile che vi siano, di sicuro vi saranno, ma è bene che siano minoritarie.
Manzoni 4. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, s’avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta all’alterigia e allo sprezzo. Tutt’e due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. L’altro pretendeva, all’opposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d’andar nel mezzo; e ciò in forza d’un’altra consuetudine (…). Que’ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. – Siamo nel quarto capitolo, quello di fra Cristoforo che nel mondo era stato Lodovico. Riporto il brano per le parole che ho messo in neretto e che vanno a pennello per la blogsfera dove s’amplia il vantaggio di odiarsi senza conoscersi. Nei primi commenti altri spunti della mia pretestuosa lettura estiva del Manzoni.
“Non c’è stato un incidente in tutto Rio de Janeiro, in questo giorni, e tutto era spontaneo. Con meno sicurezza, io ho potuto stare con la gente, abbracciarli, salutarli, senza macchine blindate… E’ la sicurezza di fidarsi di un popolo. Davvero, che sempre c’è pericolo che ci sia un pazzo… eh, sì, che sia un pazzo che faccia qualcosa: ma anche c’è il Signore, eh? Ma, fare uno spazio di blindaggio tra il vescovo e il popolo è una pazzia, e io preferisco questa pazzia”: sono parole dette dal Papa in aereo durante il volo di ritorno da Rio. Altre battute nei primi commenti, qui l’intero resoconto della Radio Vaticana.
«Il segreto è quello di essere pronti a scrivere in poco tempo su argomenti che ne chiedono molto. E ti riesce solo se li hai vissuti a lungo, quegli argomenti. Allora fai così: tienili dentro, falli crescere, mantienili pronti per il momento in cui li devi trattare. Non è importante che tu scriva ogni giorno, ma che tu abbia sempre dentro le cose di cui devi scrivere»: sono consigli a un giornalista che mi vennero un giorno da Ersilio Tonini, che allora era arcivescovo di Ravenna e che è morto ieri a 99 anni. Qui si può leggere un testo che scrissi su di lui quando ebbe la nomina a cardinale e che apparve in un volume a più voci (cliccare sulle parole Con voce di padre).
“Il grande senso di abbandono e di solitudine , di non appartenenza neanche a se stessi che spesso emerge da questa situazione [dovuto al cambiamento d’epoca], è troppo doloroso per essere messo a tacere. C’è bisogno di uno sfogo e allora resta la via del lamento: come mai siamo arrivati a questo punto? Ma anche il lamento diventa a sua volta come un boomerang che torna indietro e finisce per aumentare l’infelicità. Poca gente è ancora capace di ascoltare il dolore; bisogna almeno anestetizzarlo”: così il Papa ieri ai vescovi del Brasile. È stato forse il discorso più impegnativo che Francesco abbia tenuto fino a oggi. Lo intitolo sul lamento che scelgo come motto interpretativo dell’insieme, da cui prendo i passi più vivi che riporto nei primi commenti. E ricordo che sempre Bergoglio parla contro la tentazione dello scoramento. Il 6 luglio aveva scongiurato i giovani in cammino vocazionale a non praticare “lo sport del lamento” e il 17 giugno aveva detto al convegno della diocesi di Roma che “ci sono cristiani che tutti i giorni si lamentano, su come va il mondo” tant’è che “non si sa se credono in Dio o nella Dea Lamentela”.
Voglio ringraziare e salutare Vincenzo Cerami con le parole di un grande poeta: “Vincenzo non stare a guardare, non preoccuparti se stanno cadendo le stelle ma guardale per tenerle a mente: il futuro è appena cominciato Vincenzo”: sono parole di Roberto Benigni in morte dell’amico Cerami, parole che festeggio con un bicchiere di Vino Nuovo. Chiedo ai visitatori chi sia l’autore di quelle parole e se Benigni le abbia citate con esattezza.
Molte informazioni da decifrare sono contenute nella decisione del Papa di non accettare domande dai giornalisti sull’aereo che lo portava a Rio: egli è meno moderno, nel rapporto con i media, rispetto ai predecessori che quelle domande le accettavano; ed è geloso dell’autonomia delle sue parole, che non vuole siano condizionate dalla curiosità del mondo. C’è di mezzo il Vangelo che dice «siate candidi come colombe e astuti come serpenti». Né bisogna dimenticare la sua formazione di gesuita: egli probabilmente si sente chiamato a essere povero come Francesco ma anche prudente come Ignazio. E forse la sedia vuota al concerto non è lontana da questo scenario. – E’ l’attacco di un mio fondo – che mi pare passabile – pubblicato oggi dal “Corriere della Sera” con il titolo Le colombe e i serpenti.
Sono al mare nella luce e profitto di ciò che vedo. Ecco una mamma con il pancione, cinque bambini e una babysitter, da più giorni ospiti dell’ombrellone accanto. Il più grande avrà otto anni, poi un altro di sei, cinque, tre, due. Tre maschi e due femmine: immagino che sarà femmina quello che è dentro, tanto qui le cose vanno in bell’ordine. Il più grande abbraccia la mamma, mette l’orecchio sulla pancia rialzata, sarà al settimo mese, e dice: “Perché quando provo io non si sente mai?” La babysitter li porta tutti in acqua e li trascina a turno su una tavola salvagente. La piccina il turno l’intende che a ognuno dei fratelli ritocca a lei e non c’è verso di smuoverla da quell’idea. All’ora del pranzo vanno in fila verso il pergolato con i tavoli: avanti la babysitter con la borsa frigo, poi in fila dal più grande, ognuno con un pezzo delle salmerie, ultima la piccina che dà la mano alla mamma e tiene con l’altra il secchiello. Mangiano e aiutano a raccogliere piatti e bicchieri. Non è poco quello che ho visto.
Papa Bergoglio va fiducioso – fin troppo – in mezzo alle folle ma resta guardino con i media, perché sta scritto “siate candidi come colombe e astuti come serpenti”: è la chiusa ad effetto di un mio articolo pieno di supponenza pubblicato oggi dal “Corriere della Sera” a pagina 21 con il titolo Tra la folla come Wojtyla ma senza dominarla.
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