“La violenza verso i cristiani in alcuni Paesi ha suscitato lo sdegno di molti, anche perché si è manifestata nei giorni più sacri della tradizione cristiana. Occorre che le Istituzioni sia politiche, sia religiose non vengano meno – lo ribadisco – alle proprie responsabilità. Non può esserci violenza nel nome di Dio, né si può pensare di onorarlo offendendo la dignità e la libertà dei propri simili“: così il papa nel dopo angelus, senza nominare alcun paese. L’accenno ai “giorni più sacri della tradizione cristiana” individua in particolare l’Egitto: i nove cristiani copti uccisi nel sud del paese il 7 gennaio sono stati colpiti con armi da fuoco mentre festeggiavano il Natale (che per il calendario giuliano viene 13 giorni dopo il nostro) davanti a una loro chiesa. Così Benedetto aveva parlato il giorno di Natale della “tribolata situazione” dei cristiani in diversi paesi, anche allora senza fare nomi: “La Chiesa annuncia ovunque il Vangelo di Cristo nonostante le persecuzioni, le discriminazioni, gli attacchi e l’indifferenza, talvolta ostile, che – anzi – le consentono di condividere la sorte del suo Maestro e Signore”.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
“Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare nell’ambito del lavoro dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita. La violenza non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano! Invito a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me“: così il papa oggi nel dopo angelus. SIAMO PERSONA COME VOI diceva un cartone dei manifestanti di Rosarno: vedi post precedente.
Tra i manifestanti violenti di Rosarno ce n’era uno pacifico con un cartone sul quale aveva scritto: “Noi siamo persona come voi”. Persona, non persone. Un’idea per la Caritas di Rosarno, se esiste: cercate quel cartone e conservatelo come un documento di umanità.
«I bambini stranieri devono essere inseriti nelle classi con i bambini italiani per evitare, come accade in molte città, che si formino scuole e classi composte solo da stranieri. Gli alunni non italiani hanno bisogno di stare con quelli italiani per potersi integrare al meglio»: così il ministro Matriagrazia Gelmini in una nota («Indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana») che fissa un tetto del 30% di presenza di alunni stranieri nelle singole classi e prevede un sostegno economico aggiuntivo alle scuole per l’inserimento di stranieri. La nota indica anche i criteri per la creazione delle contestate «classi di inserimento» di durata limitata per poter insegnare la nostra lingua a chi è appena arrivato in Italia: «Questi momenti di inserimento si svolgeranno sia la mattina sia il pomeriggio, mentre nella scuola media una parte di ore della seconda lingua potrà essere usata per lo studio dell’italiano». Chiedo il parere dei visitatori che lavorano nella scuola, ma io ci vedo un’interpretazione intelligente della mozione che istituiva le “classi di inserimento” proposta dalla Lega e votata dal Parlamento a metà ottobre. In due post del 2 e 5 gennaio avevo commentato alcune parole di fiducia del papa sulle classi miste come immagine dell’umanità rimescolata di domani.
Tra quanto ho letto e ascoltato sui fatti di Rosarno, le parole del padre La Manna del Centro Astalli (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati) sono quelle che meglio incontrano il mio sentimento: “È la privazione di tutto, in particolare dei diritti umani fondamentali, che spinge l’uomo a gesti estremi. La speranza è che questa volta si vada oltre l’episodio e ai affronti il dramma dei lavoratori stagionali nel Sud dell’Italia: immigrati che vivono in condizioni estreme, sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli. Sono giovani uomini in fuga da paesi come Togo, Congo, Costa d’Avorio: luoghi in cui miseria, guerra, dittature costringono a rischiare la vita nel Mediterraneo e ad accettare condizioni di vita degradanti in Italia. La disperazione li fa divenire, nelle nostre regioni, uomini da usare senza riguardo per la loro dignità”.
Me son sognada, me son sognada
Che ‘l Paolo sesto l’è borlà giò
Me son sognada l’aereo in fiamme
E ‘l Paolo sesto in un falò.
Papa Giovanni, tu che sei nel cielo
Salva per un pelo quel bravo fiöö
Papa Giovanni, tu che sei un santo
Ciapel pel manto che ‘l borla giò.
Sono le prime due strofe della canzone L’AEREO DEL PAPA di Gino Negri (1965) cantata a suo tempo in maniera magistrale da Nanni Svampa. Il 7 gennaio 1964 – oggi sono 46 anni tondi – Paolo VI tornava dal viaggio in Terra Santa. Era la prima uscita di un papa dall’Italia in epoca contemporanea ed era la prima volta che un papa saliva su un aereo. Secondo i cultori di Gino Negri e di Nanni Svampa è a quella data che va collocata l’idea felicissima della canzone, tra l’incubo del papa che precipita e l’invocazione al predecessore perché lo salvi: Giovanni XXIII era morto appena sei mesi prima e tutti l’avevano per santo. La canzone e il suo legame con il primo viaggio di papa Montini mi sono stati segnalati da Giovanni Bachelet. Nel primo commento il resto della canzone e nel secondo il link all’album “The Music of Italy: Milan, Vol. 2” dove si può ascoltare l’avvio della canzone e scaricarla comprandola.
“Al vedere la stella provarono una gioia grandissima”: Matteo 2.
Torno sulle classi miste, di italiani e stranieri, di cui ho parlato in un post del 2 gennaio prendendo spunto da una frase del papa e dall’esperienza di mia moglie che è madre e maestra. Lei conosce la fatica della compresenza in aula di alunni che vengono da paesi diversi ma apprezza quanto essa comporta: cioè l’educazione alla convivenza e l’immagine di un’umanità futura più mescolata e colorata rispetto all’attuale. Mi racconta anche di colleghe maestre e di genitori che non amano quella compresenza, né come fatto né come immagine. Ragionando con lei ho colto la distinzione tra il fatto e l’immagine che è nelle parole del papa dalle quali ero partito: “anche quando ciò non avviene [cioè anche quando non si hanno le classi miste], i loro volti sono una profezia dell’umanità che siamo chiamati a formare”. Ho interpretato questa sua insistenza – che mi pare istruttiva – a proporre l’immagine anche disgiunta dal fatto in un articolo che è pubblicato oggi da LIBERAL con il titolo IL DISCORSO DI BENEDETTO XVI IL 1° GENNAIO 2010 che si può leggere nel primo commento a questo post.
“La vita dell’uomo oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi“: quando Michele Cargiolli – vent’anni, inchiodato a una carrozzella da una malattia irrimediabile, con la passione per la filosofia – ha letto questo famoso aforisma di Schopenhauer si è molto arrabbiato e ha sentenziato che l’autore de IL MONDO COME VOLONTA’ E RAPPRESENTAZIONE “è un vecchio stronzo, che non ha capito niente: la vita è bella comunque”. Chi volesse conoscere l’intero dibattito legga la storia di Michele nel capitolo quarto LA REAZIONE ALL’HANDICAP della pagina CERCO FATTI DI VANGELO elencata sotto la mia foto.
Susanna si fa i ricci. Susanna e i vecchioni. Susanna salta la transenna e prende il papa per il pallio. Infine – e finalmente – don Georg va a fare visita a Susanna. “A seguito di alcune notizie apparse sulla stampa, il Direttore della Sala Stampa conferma che, nei giorni scorsi, il Segretario personale del Santo Padre, mons. Georg Gaenswein, ha compiuto in forma riservata una visita alla Signorina Maiolo, manifestandole l’interessamento del Santo Padre per la sua situazione. Quanto all’iter avviato dalla magistratura dello Stato della Città del Vaticano, esso seguirà il suo corso fino al suo espletamento“: così un comunicato poco fa. Il fatto è buono, la prosa è pessima: “signorina Maiolo”, “fino al suo espletamento”. E’ la finzione dello Stato Vaticano a produrre quella prosa. Prima finisce e meglio è: la finzione per completo dello Stato – intendo dire – non la sua esistenza sostanziale. Se non c’era la mania di quella finzione, il papa avrebbe potuto benissimo salutare Susanna alla fine della messa, in sacrestia. O il giorno dopo, lasciando alla polizia e alla magistratura italiane ogni altra faccenza. Lei voleva parlare al papa. E’ forse malata, ma di certo sono i malati che hanno bisogno del medico. E meno male che almeno abbia potuto parlare all’ottimo don Georg. I malati, i piccoli, i semplici devono trovare spazio nella Chiesa: dove se no? E spesso lo Spirito parla attraverso di loro.
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