“Ti parla e ti mostra la via da seguire. Quando sbagli strada, te la fa recuperare. Se vai troppo veloce, ti invita a rallentare, a stare al passo di Dio”: è il navigatore satellitare secondo don Benzi, a quanto riferisce il biografo Valerio Lessi a p. 41 del volume Don Oreste Benzi. Un infaticabile apostolo della carità, San Paolo 2008 (vedi post del 2 e del 4 novembre). Non uso il navigatore perché mi diverto a cercare la strada sulla carta ma questa “parabola” di don Oreste mi pare garbata e non dissimile da quelle evangeliche del lievito o del chicco di senape: a parte il richiamo al “passo di Dio” che suppongo non abbia nulla a che fare con il limite dei 50, 90 e 130 . Me ne sono ricordato leggendo la messa in guardia dal TomTom che è venuta domenica dal creativo passionista di Mondragone Antonio Rungi, che ha proposto un suo decalogo dell’automobilista che parte dall’invito a evitare l’uso di “cellulare, dvd, TomTom, tv ed altro che ti deconcentrano dalla guida”. Già ero contrario al decalogo vaticano per l’automobilista (vedi post del 19 giugno 2007) che iniziava con l’ovvio “non uccidere” e ora lo sono due volte.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Ho aggiornato ancora l’agenda telefonica (vedi post del 14 novembre 2007) disegnando un fiore accanto ai nomi di amici che chiamavo al telefono e ai quali ora parlo direttamente: Achille Ardigò, Corrado Balducci, Enzo Biagi, Enrico Di Rovasenda, Leopoldo Elia, Paolo Giuntella, Michele Piccirillo. Questa dei fiori nell’agenda è un’operazione di ogni anno, nell’ottavario dei morti. Altri fiori ho disegnato accanto a nomi di partiti nell’anno che valgono solo per me, o quasi: Gianluigi Conti, Maurizio Di Giacomo, Mario Falciatore, Elda Forza, Lucio Raffa. A ognuno, famoso o sconosciuto, il bacio della pace. Siete tutti belli.
“Benedetto sei un maledetto!“: si legge sul parapetto del Tevere, riva sinistra, poco dopo il Ponte Regina Margherita, per chi cammini secondo la corrente. Chissà se mira al papa o a un ragazzo di nome Benedetto. Nè saprei chi scegliere, se fosse mia la responsabilità della scelta.
Ecco perché i miei amici gabbiani (vedi post del 25 giugno e altri lì richiamati) guardano con tanto distacco dall’alto dei tetti: perché sono di stirpe regale. Su un manifesto del Bioparco di Roma, che leggo in piazza Colonna, trovo la spiegazione di tanta dignità: “Il gabbiano reale – Laurus Michahellis – fino a qualche anno fa era considerato raro in città ma, dagli anni 70, quando iniziano le prime nidificazioni, la popolazione è cresciuta in modo continuo e ora è una delle specie più comuni. Sfrutta i tetti degli edifici per riposare e nidificare, si alimenta nelle discariche e nei fiumi”. E pensare che io li chiamavo “zampegialle” e attribuivo quell’alterigia all’indole solitaria della gente di mare.
Il presidente dei vescovi statunitensi, cardinale Francis Eugene George, parlando l’altro ieri ad apertura dell’assemblea dei vescovi, ha detto che i cattolici esultano e gioiscono per l’elezione di Obama, avendo storicamente contribuito al superamento del pregiudizio razziale: “Simbolicamente, questo è un momento che tocca particolarmente la nostra storia, dato che un Paese che un tempo aveva adottato la schiavitù razziale nel suo ordine costituzionale ora ha eletto un afroamericano alla sua presidenza. Per questo, lo credo sinceramente, dobbiamo tutti esultare. Dobbiamo allo stesso tempo augurarci che il presidente Obama possa riuscire nel suo compito, per il bene di tutti. Gli ostacoli sono formidabili. Siamo internamente divisi e, sotto l’aspetto globale, saremo meno padroni del nostro destino politico ed economico. Cionondimeno, oggi possiamo gioire con coloro i quali, seguendo figure eroiche come quella del reverendo Martin Luther King jr., sono stati parte del movimento che ha operato per affermare nel nostro Paese i diritti civili, la legalità, in migliore accordo con i diritti umani universali e con l’ordine di Dio. Tra così tante persone di buona speranza, preti devoti e religiose caritatevoli, i vescovi e i laici della Chiesa cattolica che hanno portato nel loro cuore la dottrina sociale possono ora sentirsi riscattati. I loro successori rimangono, specialmente fra coloro i quali in silenzio offrono le loro vite per insegnare e formare nelle scuole cattoliche buoni e gioiosi bambini afroamericani e di altre minoranze”.
“La parola ‘clandestino’ è impropria ed ha acquisito ultimamente un tono criminalizzante” dice il direttore di Redattore Sociale, Stefano Transatti, annunciando che l’agenzia non l’userà più “per rispetto degli stranieri che sono tra noi: sia quelli che vivono in Italia da tempo e per qualche motivo non sono in regola con il permesso di soggiorno, sia quelli che l’estrema povertà o la guerra o la persecuzione hanno costretto ad affrontare pericoli mortale per arrivare qui”. Da oggi i lanci del notiziario DiReS – incrocio tra l’Agenzia Dire e l’Agenzia Redattore Sociale – non conterranno la parola “clandestino” riferita a persone immigrate, a meno che essa non sia presente in testi altrui riportati tra virgolette. Al posto di “clandestino” useranno “irregolare, migrante, immigrato, rifugiato, richiedente asilo, persona, cittadino, lavoratore, giovane, donna, uomo e così via”. – Avevo già sentito il motto Non ci sono clandestini sulla terra, non ricordo da chi e l’avevo apprezzato. Nei miei articoli quella parola l’usavo e forse l’userò, ma sono contento che venga posto il problema. E’ utile scoprire in quanti modi si può dire “raca” (in Matteo 5,22: parola aramaica che vuol dire “testa vuota”) a un “fratello” magari senza avvedersene: Gesù diceva che equivale a uccidere. Il termine più appropriato mi è sempre parso lo spagnolo “indocumentado”, che però in italiano suona male: “senza documenti”. I francesi hanno “sans papiers”.
“E’ vietato scendere dalla parte opposta al marciapiede riservato al servizio viaggiatori”: lo ripete il capotreno a ogni fermata. Era un avviso che da sempre davo ai figli in partenza per il primo viaggio da soli perchè mi era mancato una notte del secolo scorso quando ero sceso con lieta furia dalla parte “opposta” e non avevo trovato quella che era corsa a cercarmi lungo le carrozze, guardando avanti e dietro. Non c’erano i telefonini e ci perdemmo. Chissà a quanti sarà capitato. Ed ecco il provvidenziale avviso: davvero il progresso non ferma.
La guerra all’Iraq e i fallimenti delle banche hanno eletto Barak Obama ma io sono contento perchè un giovane uomo nero entra alla Casa Bianca e lo vedo come un segno dei giorni che viviamo.
“La devozione senza la rivoluzione non basta” è un’affermazione di don Oreste Benzi commentata senza accomodamenti dal vescovo di Rimini Francesco Lambiasi presentando una biografia del prete riminese (vedi il primo commento al post precedente). La frase – pronunciata da don Benzi in un impegnativo discorso alla Settimana sociale dei cattolici italiani il 19 ottobre dell’anno scorso, due settimane prima di morire – è alla pagina 21 del volume di Valerio Lessi che veniva presentato venerdì 31 a Rimini: Don Oreste Benzi un infaticabile apostolo della carità, San Paolo 2008. Il vescovo ha pure raccontato che don Benzi lo salutava a gran voce dandogli del lei e dicendogli “Eccellenza eccellenza” e ha così continuato: “Gli dissi che avrei preferito mi desse del tu e lasciasse stare quell’eccellenza, ma lui niente: lei è mio padre, diceva, debbo chiamarla così e anche di più. Il calore con cui parlava mi obbligava ad accettare, ma stasera dico a voi di lasciare da parte l’eccellenza”. Il moderatore della tavola, che era Valerio Lessi, autore del volume biografia, gli fa: “Ma così mi mette in imbarazzo: come la chiamerò?” “Chiamami Francesco” risponde il vescovo.
– Don Oreste, tu sei un santo – disse il cardinale Carlo Caffarra a don Oreste Benzi al termine di una conversazione che era stata per ambedue, ricorda Caffarra, “molto coinvolgente”.
– Eminenza non dica mai più queste parole! Io sono lo scarabocchio di Dio – fu la replica del prete di Rimini, che si era fatto improvvisamente “serio, anzi severo”.
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