Il blog di Luigi Accattoli Posts

In mezzo mondo l’omosessualità è condannata dalle leggi e punita in vario modo, fino alla pena di morte: sono perciò favorevole all’iniziativa francese per una “depenalizzazione universale” e appoggio il governo italiano che la sostiene. Sono contrario all’introduzione nel nostro ordinamento del matrimonio omosessuale e mi adopererò, nell’ambiente in cui vivo, perchè non vi sia equivoco tra le due questioni: chi fu contrario alla lapidazione per gli adulteri non intendeva favorire la diffusione dell’adulterio.   

Ci sono in giro quattro vaticanisti che hanno compiuto o stanno per compiere 65 anni, tutti attivissimi e tra loro amici: Angelo Bertani che dirige Adista, Carlo Di Cicco vicedirettore dell’Osservatore romano, Sandro Magister dell’Espresso e io. Mi è venuta l’idea di confrontarne le parabole – nel senso di traiettorie professionali – pensando a Bertani, a me il più caro, che ha preso la direzione dell’agenzia Adista in ottobre. Paragonando le posizioni dei quattro a inizio carriera e quelle di oggi, c’è da muovere gli occhi in tutte le direzioni! Per dirla grossolanamente, Angelo Bertani era quello più a destra (è stato ad Avvenire e poi a Famiglia cristiana) e ora è il più a sinistra. Sandro Magister ha fatto lo spostamento opposto, non con passaggio di testata (dal 1974 è all’Espresso, prima era a Settegiorni) ma voltando il capo come fa il girasole. Il mutamento più vistoso – non in orizzontale ma dal seminterrato al piano nobile – è quello di Di Cicco, che era stato per una vita all’agenzia Asca e da un anno e due mesi è il vice di Vian all’Osservatore. Egli era il più anticonformista tra i quattro, scamiciato nato e obiettore di coscienza. Di me non dico perché ogni parola potrebbe rivoltarmisi contro. Né tiro conclusioni: ammiro il movimento dei quattro e l’ampiezza del campo che coprono prendendosi per mano.

“Non so vivere senza la mia vita”: scritto a grandi lettere rosse sul selciato di via dell’Arancio a Roma, in prossimità di via del Leoncino. Apprezzo chi ha tracciato la scritta per essere riuscito – o riuscita – a dire “tu sei la mia vita” senza scrivere le famigerate parole. Per la cui ricorrenza universale segnalo: il sottomaglia del calciatore brasiliano della Juve Amauri con le parole dedicate alla moglie “minha vida” che ci ha mostrato ultimamente sollevando la maglia davanti alle telecamere; il canto liturgico “Sei la mia vita – altro io non ho” e le parole “lui era la mia vita” scritte dalla poetessa tedesca Ingeborg Bachmann in memoria del poeta Paul Celan poco dopo che lui si era gettato nella Senna.

“Francesco avrebbe pregato per il suo sputatore” scrive il padre Rosario Pierri dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme raccontando di aver ricevuto uno sputo in faccia e di averlo restituito con prontezza, avvedendosi che lo sputatore – giovane ebreo osservante – stava “caricando” un secondo sputo. Il buon padre annota  che l’interlocutore aveva una mira “precisa” e fa una descrizione impagabile dei manifestanti che – arrivati all’altezza del convento della Flagellazione, nel quartiere arabo – procedono al “caricamento dello sputo”. Distingue tra sputo con molta saliva e quello con molto muco. Ci offre infine il neologismo “sputacchierìa” – inteso come azione dello sputare in gruppo e ripetutamente – che da solo vale la lettura dell’intera lettera pubblicata poco fa da Terrasanta.net. Si potrebbe evocare una qualche continuità biblica e gerosolimitana facendo perno su Isaia 50: “Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi; e su Luca 18: “Sarà coperto di sputi”. Ma conviene prenderla alla leggera e ammirare questi abitatori della Città Santa dotati di gran fede e buona salivazione. Nel primo commento il testo integrale della lettera.

“Nun me tenete in conto!”: scritto con spray nero su un palazzo di viale Somalia, a Roma, poco dopo largo Somalia per chi vada verso via Magliano Sabina. Per una scritta simile, ma che la buttava in politica, vedi post del 21 aprile 2007: “Non comando nè sarò comandato”.   

La fede cristiana – ha detto il papa stamane durante l’udienza generale – “non è un pensiero, un’opinione, un’idea”: “Questa fede è comunione con Cristo, che il Signore ci dona e perciò diventa vita, diventa conformità con Lui. O, con altre parole, la fede, se è vera, se è reale, diventa amore, diventa carità, si esprime nella carità. Una fede senza carità, senza questo frutto non sarebbe vera fede. Sarebbe fede morta”. Il papa commentava le parole di Paolo ai Galati (5,6) sulla fede “che si rende operosa per mezzo della carità”. Ha detto ancora – proponendo una sintesi creativa della predicazione cattolica e luterana che un tempo si ponevano in contraddizione reciproca: “Giustificati per il dono della fede in Cristo, siamo chiamati a vivere nell’amore di Cristo per il prossimo, perché è su questo criterio che saremo, alla fine della nostra esistenza, giudicati”. Ha fatto questo esempio audace che già aveva proposto in tempi recenti (vedi post del 1° ottobre 2008): “A che cosa si ridurrebbe una liturgia rivolta soltanto al Signore, senza diventare, nello stesso tempo, servizio per i fratelli, una fede che non si esprimesse nella carità?” Ha concluso con parole slanciate: “Lasciamoci quindi raggiungere dall’amore ‘folle’ di Dio per noi: nulla e nessuno potranno mai separarci dal suo amore”. – Una catechesi chiara e calda, a superamento del contrasto sulla “sola fede” e la “sola carità” (vedi post del 20 novembre 2008), a sviluppo della predicazione sull’amore come parola chiave della lingua cristiana.

Il dibattito che qui si è sviluppato negli ultimi giorni mi provoca a dire una parola di amico su Hans Küng (vedi post del 21 novembre). Un poco infatti gli sono amico – avendolo incontrato più volte a Roma e a Tubinga – e debbo qualcosa alla fatica che ha sempre svolto per rendere credibile all’uomo d’oggi la fede cristiana. Una dichiarazione della Congregazione per la dottrina che ha la data del dicembre 1979, autorizzata da Giovanni Paolo II ma preparata sotto Paolo VI, l’ha privato del mandato canonico per insegnare nella facoltà di “teologia cattolica” di Tubinga, perché sostenitore di opinioni che si oppongono “in diverso grado” alla dottrina della Chiesa. Chi legge Küng è bene che lo sappia. Come è bene sappia che non vi è stato mai nei suoi confronti un giudizio di eresia e che egli è un sacerdote che celebra regolarmente l’Eucarestia, in comunione con il suo vescovo. Questa collocazione ecclesiale – come anche il colloquio “amichevole” che ebbe con lui Benedetto XVI nel settembre del 2005 – sta a dire che gli viene riconosciuto, di fatto, un ruolo nella vita della Chiesa cattolica e più ampiamente in quella dell’ecumene cristiana. Un ruolo che non è più quello del teologo con mandato canonico, incaricato della formazione intellettuale dei futuri sacerdoti, ma quello del teologo che opera in campo aperto, nel libero dibattito accademico ed ecumenico, impegnato ad aiutare l’umanità del nostro tempo a comprendere e ad amare la figura di Gesù. Io di questo gli sono grato.

In treno da Firenze a Bologna. Appennino squadernato. L’oro del sole sulle foglie. E io che guardo.

«Quando un grande teologo perde i denti, è maturo per il cardinalato»: è un motto mordace di Hans Küng contenuto nel primo volume delle Memorie (Diabasis, Reggio Emilia 2008), che narrano i primi quarant’anni del teologo svizzero tedesco che oggi ne ha 80. A 21 anni Küng, alunno del collegio germanico di Roma, annota in data 18 settembre 1949: «Signore, concedimi di essere sempre dalla parte del papa in ogni cosa».

“L’espressione ‘sola fide’ di Lutero è vera se non si oppone la fede alla carità, all’amore”: l’ha detto ieri il papa all’udienza generale e mi appare come un punto centrale della sua predicazione, nella quale si incontrano spesso espressioni del tipo “basta amare” (vedi post del 13 settembre). Sempre ieri Benedetto ha usato anche l’espressione “solo amore, sola carità”. Ecco la conclusione della catechesi, aperta dalle parole riportate all’inizio del post: “La fede è guardare Cristo, affidarsi a Cristo, attaccarsi a Cristo, conformarsi a Cristo, alla sua vita. E la forma, la vita di Cristo è l’amore; quindi credere è conformarsi a Cristo ed entrare nel suo amore. Perciò san Paolo nella Lettera ai Galati, nella quale soprattutto ha sviluppato la sua dottrina sulla giustificazione, parla della fede che opera per mezzo della carità (cfr Gal 5,14). Paolo sa che nel duplice amore di Dio e del prossimo è presente e adempiuta tutta la Legge. Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l’amore. Vedremo la stessa cosa nel Vangelo della prossima domenica, solennità di Cristo Re. È il Vangelo del giudice il cui unico criterio è l’amore. Ciò che domanda è solo questo: Tu mi hai visitato quando ero ammalato? Quando ero in carcere? Tu mi hai dato da mangiare quando ho avuto fame, tu mi hai vestito quando ero nudo? E così la giustizia si decide nella carità. Così, al termine di questo Vangelo, possiamo quasi dire: solo amore, sola carità. Ma non c’è contraddizione tra questo Vangelo e San Paolo. È la medesima visione, quella secondo cui la comunione con Cristo, la fede in Cristo crea la carità. E la carità è realizzazione della comunione con Cristo. Così, essendo uniti a Lui siamo giusti e in nessun altro modo“.