Il blog di Luigi Accattoli Posts

“Pisè, io e te contro ogni regola sempre”: scritta in nero sul muraglione di un terrapieno lungo la via Cavour a Roma, poco dopo la Salita dei Borgia per chi vada verso i Fori Imperiali.

Sono stato a messa nella chiesa della “Trinità dei pellegrini” (a due passi da piazza Farnese) che da domenica otto giugno è sede della “parrocchia personale” per quanti “desiderano la messa e tutti i sacramenti secondo la forma antica del Rito romano”. Centocinquanta persone, più uomini che donne. Una decina le donne con il velo in testa. Buono il gregoriano del Coro del Collegio americano. La comunione inginocchiati alla balaustra. Rigorosi i gesti e il silenzio tra il prefazio e il Pater, scandito dai gesti e dal campanello che segnalava la consacrazione. “Nobis quoque peccatoribus” – Anche a noi peccatori – è l’una frase del canone che si è udita. Il Pater l’ha pronunciato il sacerdote da solo. Un cultore del vecchio Rito che ho trovato in chiesa, Giuseppe Pallanch, già portavoce del Gemelli, mi ha fatto osservare che c’era dell’eccesso in quel celebrante nel dire sottovoce le parole della consacrazione e nel pronunciare da solo il Pater. Ho ammirato la lentezza e anche la modestia dei mezzi. All’omelia il “parroco” ha invitato a farsi vivo chi volesse “donare un banco”, perché non ce ne sono abbastanza con inginocchiatoio. Ho trovato ottima l’omelia, senza alcuna inflessione antimoderna. “Con questo rito l’altare prende un ruolo principale” ha spiegato, ma senza dire che nell’altro vi sia di meno. Sono contento di questa giusta misura e ci tornerò per intendere alcuni gesti che non ricordavo e per reimparare l’immersione in quel lungo silenzio di tutti che avevo dimenticato.

Oggi sono felice perchè si sposa Agnese, la seconda dei miei figli (vedi post del 12 giugno 2007)

A mio padre che stava morendo, in un momento che mi pareva più difficile di altri, ho chiesto: che posso fare? Mi ha risposto: guarda e impara”: parla così Beatrice Toboga, una dei due malati terminali (l’altro è Gianni Grassi) intervistati da Francesca Catarci nel documentario “Intorno alle cose ultime”, che sarà trasmesso da Raitre il 12 giugno – cioè domani sera – alle 23,45.

“Accogliamo, accogliamo, ma cùccateli tu, popolo stronzo! Così vescovi, arcivescovi, prefetti, questori, onorevoli, intellettuali, alto borghesi, tutte merde al sicuro in blindati palazzi con la ‘volante’ sul portone pagata dai contribuenti. Avesani Vittorio, Verona”. E’ una lettera che mi è arrivata ieri, senza indirizzo del mittente e dunque gli rispondo qui: come vedete, miei bloggers, ci si divaga anche nella realtà, non solo on line. Avevo appena letto questa lettera sull’autobus 71 quand’è salita una che ha gridato “Autista guida bene” e a un’altra che saliva alla fermata seguente: “Non ti sedere qui, vecchia lesbica, pecorara”. Poi di nuovo all’autista: “Operaio, fammi scendere”.

L’incontro occasionale con un amico valdese ha risvegliato in me i sentimenti di una contesa che si è svolta in questo blog sul modo di rapportarci ai cristiani non cattolici (vedi molti dei 331 commenti al post del 26 maggio). Ci torno per chiarire quanto nella contesa io temo non sia risultato evidente e mi preme che lo sia. Il primo punto è che c’è molto di veramente cristiano e ci sono molti veri cristiani anche fuori della Chiesa cattolica. A quei veri cristiani noi dobbiamo ogni rispetto e anche gratitudine per il fatto che mettono alla prova la nostra fedeltà al Vangelo e in tale gara ci sono di aiuto e quasi necessari. Per il fatto che noi riteniamo realizzata (subsistit) nella Chiesa cattolica la Chiesa di Cristo non siamo in alcun modo tenuti a negare ad altri d’essere cristiani o a contestare alle loro comunità un carattere ecclesiale. Nell’attesa dell’unità – che trova fondamento nel fatto che abbiamo in comune il centro contenutistico della fede, quale si esprime nella Scrittura, nel Credo e nel battesimo – dobbiamo gareggiare nello stimarci a vicenda e in ogni possibile collaborazione, realizzando un’accettazione vicendevole sempre più piena, nella convinzione che riceviamo l’uno dall’altro, viviamo l’uno per l’altro, siamo cristiani l’uno insieme con l’altro. In questo modo renderemo feconda la separazione che abbiamo ereditato e impareremo che possiamo essere uniti anche nella divisione, esercitandoci a portare la spina dell’alterità e al tempo stesso a cambiare la divisione in una preghiera reciproca e comune. Questo è il mio ecumenismo di cristiano comune.

Tra le parole audaci che il papa ha scritto nel messaggio alla Fao per chiedere ai paesi ricchi di autotassarsi per aiutare quelli della fame (messaggio letto il 3 giugno dal cardinale Bertone ad apertura del summit sull’alimentazione), la più forte è una sentenza del “Decreto di Graziano” (378-379 dopo Cristo) che ha presentato così: “La Chiesa cattolica desidera unirsi al vostro sforzo! In spirito di collaborazione, essa trae dalla saggezza antica, inspirata al Vangelo, un appello fermo ed accorato, che rimane di grande attualità per quanti partecipano al vertice: ‘Dà da mangiare a colui che è moribondo per la fame, perché, se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso’ (Decretum Gratiani, c. 21, d. LXXXVI)”. Già in un commento a un post del 7 gennaio avevamo ascoltato un simile monito di papa Gregorio Magno, che sentendo di un morto per fame a Roma “se ne fece una colpa personale come se lo avesse ucciso con le sue mani” (Giovanni Diacono, Gregori Magni vita 2, 29). Dunque Gregorio faceva suo il monito dell’imperatore Graziano, ora ripreso dal dotto Benedetto. Che dice il creativo Tremonti di quel dovere nell’attuale congiuntura (vedi post del 30 aprile)? Che possiamo fare per smuovere – su questo – i nostri governanti? 

Ho una buona nuova per i miei bloggers che ricordano la storia di una mamma donatrice di midollo a un ragazzo che non conosce (vedi post del 20 maggio: “Antonella che vede più del samaritano”): gli italiani che hanno donato il proprio midollo osseo nel 2007 sono stati 432. I donatori iscritti nel “Registro italiano donatori di midollo” al 31 dicembre del 2007 erano  325.097: nel 1990 erano appena 2.500. C’è dunque un forte aumento di vocazioni samaritane ma la domanda è molto più alta dell’offerta: si valuta che in Italia siano necessari circa 1.000 donatori effettivi all’anno. Altre splendide gesta dell’umano si registrano con i “trapianti da vivente” di reni e di fegato: i donatori italiani di un rene (ne abbiamo due e uno basta per vivere) sono stati 99 nel 2007, quelli di una parte del fegato (organo che si rigenera) 27. Sommando i donatori viventi di midollo, rene e fegato abbiamo un albo d’oro di 558 uomini e donne che hanno dato un pezzo del proprio  corpo a chi ne aveva bisogno per sopravvivere. Non è un fatto grande? Gesù fece la lode più alta del samaritano che aveva dato del tempo e del denaro per salvare un viandante assalito dai briganti: “Lo vide e ne ebbe compassione”. Qui abbiamo centinaia di samaritani che hanno avuto compassione – a volte – senza avere visto e che oltre al tempo e al denaro hanno dato se stessi. Io credo si possa dire che da queste parti Cristo non è passato invano.

(Segue nel primo commento)

– Mi sa dire che sono queste impalcature?

– Sono le tribune per la parata di domani.

– Che parata?

– Quella del 2 giugno per la festa della Repubblica.

– Lei mi sembra una persona informata e forse mi può spiegare che sta succedendo a Napoli: perché i napoletani non vogliono la raccolta della monnezza?

– La vogliono sì, ma c’è la camorra che mette i bastoni tra le ruote.

– Ho sentito questo fatto ma non lo capisco: se c’è la puzza la sente anche la camorra, non le pare?

– La camorra non si preoccupa della puzza ma vuole tangenti sulla raccolta dei rifiuti.

– Ora ho capito! Se le cose stanno così bisogna pregare San Giuseppe Moscati.

(Conversazione tra una donna con fagotti e un passeggero con occhiali udita sul bus 84 in transito per via dei Fori Imperiali, a Roma, alla vigilia del 2 giugno)

Qui si racconta di un travestito di grande vocazione “senza fissa dimora e senza pace”: è un angelo di luce ma appare a tutti come un angioletto nero, persino i bambini che hanno l’occhio puro lo scambiano per un pipistrello e i grandi neanche sospettano che si possa nascondere nel marocchino che vende fazzoletti di carta e rose bianche alla porta della chiesa. Il “gloria” in latino gli manda a fuoco la testa – ma non lo spoglia dei suoi travestimenti.. Non conosco romanza più seducente e trasversale di questi nostri giorni intricati tra l’invadenza degli immigrati e la tentazione del ritorno al latino, tra buoni che sembrano neri e cattivoni che candeggiano le vesti.

Elena Bono pubblica prose e poesie dal 1950, pratica anche il teatro, ha avuto tanti riconoscimenti ed è tradotta nel mondo ma io l’ho appena scoperta. Me ne ha parlato con contagiosa passione la collega Stefania Venturino che ho conosciuto durante le ore trascorse al centro stampa di Savona in occasione della visita del papa, sabato 17 maggio. Tutte le opere di Elena sono pubblicate dall’editrice Le Mani. La poesia che riporto nel primo commento a questo post è del 2002 ed è contenuta nel volume Poesie. Opera omnia, 2007.