Stazione di Terni, attendo sul marciapiede del secondo binario l’eurostar delle 20, 27 per Roma e ascolto un predicatore irsuto che cammina avanti e indietro sul marciapiede del primo binario e grida verso di me: “Lei va a Roma – Roma è Babilonia la Grande – sta scritto nell’Apocalisse – alla fine dei tempi sarà distrutta da guerre fame e pestilenze”. Mi ha riconosciuto come il moderatore del dibattito sulle “radici cristiane dell’Europa” durante il quale si era fatto sentire con mite insistenza, ogni volta che veniva fatto il nome di Gesù e ora così riassume quel dibattito: “Viene la fine dei tempi e si fa a Terni questo convegno con Antiseri, Buttiglione, il vescovo e quell’altro imbecille [che sarei io] e nessuno dice la verità – la verità è che Roma e la sua menzogna sarà distrutta – e sapete, voi che andate a Roma, quando cadrà la grande meretrice?” Ora è fermo davanti a me e sta per darmi quell’indicazione sui tempi quando arriva il treno che mi impedisce di udire le sue parole accese.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Al Concistoro straordinario di venerdì il cardinale Tauran ha parlato del “segno incoraggiante rappresentato dalla lettera delle 138 personalità musulmane” arrivata al papa in ottobre e alla quale “presto” sarà data “una risposta”. Domanda: la Santa Sede, cioè il papa, risponderà da sola? Non sarebbe meglio se rispondesse insieme agli altri 26 leaders delle Chiese cristiane che erano nominate nell’intestazione della lettera? Essa è infatti concepita come un appello delle “Guide religiose musulmane” indirizzato alle “Guide delle Chiese cristiane in tutto il mondo”. Non solo cita le Scritture ebraico-cristiane nel loro testo canonico ma anche si rivolge agli interlocutori con perfetta conoscenza dell’ufficialità cristiana e li elenca secondo l’ordine di precedenza corrente da anni in ambito ecumenico: per primi vengono il papa e gli altri quattro patriarchi maggiori, seguono i patriarchi di Mosca, Serbia, Romania, Bulgaria e tutta l’Ortodossia e le Chiese orientali non ortodosse, il primate anglicano, i presidenti delle famiglie confessionali della Riforma e del Risveglio, il segretario del Cec. Perché allora non rispondere insieme, o almeno non provarci? Diamo per scontato che il mondo cristiano oggi è più diviso al suo interno di quanto non lo sia quello musulmano? L’ecumenismo più che affermato andrebbe messo in opera quando possibile e questa a mio avviso sarebbe un’ottima occasione: un fatto nuovo al quale rispondere in modo nuovo. Senza contare il fatto che una risposta corale avrebbe maggior peso di interlocuzione.
Gli Accattoli sono tanti nelle campagne tra Recanati e Osimo. Nonno Luigi e nonna Rosa avevano sette figli, tre maschi (Giuseppe, Enrico, Giulio) e quattro femmine (Laura, Filomena, Palmina, Giulia) e tutti si sposarono ed ebbero figli e figlie e oggi ci siamo ritrovati per la prima volta quasi tutti, in una tavolata presso un ristorante di Campocavallo di Osimo. Eravamo venticinque tra cugini e cognati. Alcuni più frettolosi nel frattempo se ne sono andati, altri sono malandati: io in questa tavolata ero uno dei più giovani! Abbiamo calcolato che se fossero venuti i nostri figli e i nipoti saremmo arrivati al centinaio e oltre. L’iniziativa è venuta da una tra noi che si chiama Marina ed è un bello spirito, anzi uno spiritaccio e l’ha messa così: “Prima di morire voglio rivedere tutti i cugini”. Mi sono subito detto d’accordo, perché questi raduni vengono meglio se si fanno “prima” di quell’altra faccenda. Battutacce a parte, è stata una simpatica occasione, utile a percepire la forza della stirpe. Il ceppo era contadino, ma ognuno – con la crisi dell’agricoltura – si è inventato una nuova professione e oggi quasi tutti abbiamo lasciato i campi: chi lavora nelle costruzioni, chi ha aperto un supermercato, chi commercia in vini, chi ha un’impresa di trasporti o per il movimento terra. Uno è emigrato in Argentina e ora è rientrato. Io sono l’unico che lavora con le parole e vive lontano. Che cari questi miei parenti burloni e laboriosi. Per fortuna nessuno legge il Corriere della Sera e perciò con loro non ho da sostenere dispute. Mi conoscono per quello che ero quando facevamo la lotta nei fienili e dicono che ero bravo. Ci capiamo abbracciandoci.
“E’ mia intenzione di continuare a essere al servizio di tutti gli iracheni, cristiani e musulmani” dice della sua nomina a cardinale il patriarca caldeo Emmanuel III Delly intervistato dall’Osservatore Romano. Ha compiuto 80 anni il mese scorso e queste sue parole sono le più evangeliche che io abbia trovato girando intorno al Concistoro: “In Iraq non c’è persecuzione verso i cristiani in quanto tali ma verso il popolo iracheno, perchè le autobombe ammazzano cristiani e musulmani indifferentemente, senza guardare all’etnia o alla religione. Le sofferenze dei cristiani sono quelle dei musulmani e viceversa. Sono state distrutte non solo chiese ma anche moschee. E ciò in un Paese in cui entrambe le comunità vivono insieme da quattordici secoli. È per questa ragione che i musulmani – sanniti e sciiti – vengono da me e io vado da loro”. Il mio abbraccio al cardinale patriarca che parla la lingua dei giusti.
Sono le 22 e 30. Mia moglie ed io passeggiamo per viale Manzoni davanti al Santa Maria, in attesa che la figlia più giovane esca dalla riunione del gruppo Scout. Un fioraio bengalese piccolo e storto vuole vendermi una rosa per due euro, io gliene chiedo tre per cinque euro e lui me ne dà quattro. Ride felice, si inchina a mia moglie e bacia con garbo il risvolto del mio giaccone.
“In ogni piccolo ma genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo“: l’ha detto domenica Benedetto all’Angelus e io sono entusiasta di queste parole. Da quando le ho ascoltate le rumino come a volte cerco di fare con le beatitudini e altri detti di Gesù. Una volta – da teologo – aveva scritto: “L’amore basta e salva l’uomo. Chi ama è un cristiano” (Joseph Ratzinger, Tempo di Avvento, Queriniana 2005, p. 63 – l’originale tedesco è del 1965). Anche nella Deus caritas est c’è una perla di grande splendore: “Il cristiano sa che Dio è amore e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare” (n. 31). Ma forse il motto di domenica è il più bello dei tre. Lo dedico ai miei visitatori come un piccolo dono e come una riprova della forza di parola del nostro Benedetto (vedi post del 15 aprile, del 19 febbraio e – in particolare – del 10 agosto 2006).
Mando un saluto ai miei bloggers da Gela, dove sono con don Giuseppe Costa – direttore della Libreria editrice vaticana – per la presentazione del libro del papa su Gesù che si è tenuta qui, presso la parrocchia Regina Pacis, su iniziativa del parroco don Angelo e del vescovo di Piazza Armerina Michele Pennisi. La generosa ospitalità dei siciliani mi ha permesso di vedere per la prima volta il “muro greco” di Gela, sulla collina di Capo Soprano, meraviglia del costruire bello dei greci della Trinacria che inseguivo con la fantasia da quando avevo letto “Sicilia mia” di Cesare Brandi. Ho anche sognato a occhi aperti nelle sale del museo archeologico di cui nulla sapevo, guidato di meraviglia in meraviglia dall’archeologa Lavinia Sole, avventurata scopritrice delle sorprendenti “arule” arcaiche che lì sono esposte.
L’intervista dell’arcivescovo Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, segretario della Congregazione per il Culto, pubblicata venerdì da Fides preannuncia nuovi interventi correttivi del papa in materia liturgica: «Molte cose ancora devono essere messe in ordine». Affronto la prima delle “cose” segnalate: comunione nella mano, abolizione delle balaustre e degli inginocchiatoi, introduzione di danze, strumenti musicali e canti “che ben poco hanno di liturgico”, usi impropri delle chiese, omelie politico-sociali. Cito: “La riforma post conciliare non è del tutto negativa; anzi ci sono molti aspetti positivi in ciò che fu realizzato. Ma ci sono anche dei cambiamenti introdotti abusivamente che continuano a essere portati avanti nonostante i loro effetti nocivi sulla fede e sulla vita liturgica della Chiesa. Parlo qui per esempio d’un cambiamento effettuato nella riforma, il quale non fu proposto né dai Padri Conciliari né dalla Sacrosanctum Concilium, cioè la comunione ricevuta sulla mano. Ciò ha contribuito in qualche modo ad un certo calo di fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia”. Davvero la comunione nella mano è stata introdotta abusivamente? Paolo VI prima di autorizzare a tale innovazione le conferenze episcopali consultò l’intero episcopato della Chiesa latina dandone conto nell’istruzione Memoriali Domini (1969) e subordinò la decisione alla maggioranza qualificata dei due terzi e alla conferma da parte della Santa Sede. E’ sulla base di quella procedura che la novità è stata introdotta in quasi tutto il mondo, incontrando il gradimento dei praticanti. I vescovi italiani l’approvarono nell’assemblea del 1989 – dopo averci pensato su dieci anni – e il decreto attuativo è firmato dal cardinale Ugo Poletti presidente e dall’arcivescovo Camillo Ruini segretario. Un cambiamento autorizzato da un papa, deciso dai vescovi, confermato da un altro papa e serenamente recepito dai cristiani comuni – che a maggioranza tendono le mani, mentre alcuni si avvicinano con la bocca – può essere definito “abusivo”? E’ una domanda di giornalista, intesa a conoscere e non a polemizzare, che rivolgo all’arcivescovo Patabendige Don al quale va tutta la simpatia che merita un uomo dello Sri Lanka che vive e opera dentro le mura leonine.
“Teniamoci stretti per mano amore mio – in due non si può avere paura”: messaggio di lui a lei nel sito dei lucchetti che abbiamo visitato nei post del 5 e dell’11 novembre. Vedo in quelle poche parole un documento dell’epoca, quando uomini e donne sembrano cercarsi per vincere la percezione di una solitudine insostenibile.
Può capitare che la morte di un uomo racchiuda più di una verità: oggi il modo di morire di papa Wojtyla è stato citato da Benedetto XVI come esempio di rifiuto dell’eutanasia e dall’arcivescovo Ravasi — ministro vaticano della Cultura — come rifiuto dell’accanimento terapeutico. E’ ancora negli occhi di tutti la tenacia del papa polacco che scelse di continuare la sua «missione» benchè ormai incapace di camminare e di parlare. E sappiamo che quando arrivò la crisi finale rifiutò il ricovero chiedendo: «Se mi portate al Gemelli avete modo di guarirmi?» (vedi post del 18, 24, 25, 27 settembre). Quelli i fatti. Ed ecco le parole con cui sono stati richiamati dal papa e dal suo ministro. «In più occasioni — ha detto Benedetto XVI — il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, che specialmente durante la malattia ha offerto un’esemplare testimonianza di fede e di coraggio, ha esortato gli scienziati e i medici a impegnarsi nella ricerca per prevenire e curare le malattie legate all’invecchiamento, senza mai cedere alla tentazione di ricorrere a pratiche di abbreviamento della vita anziana e ammalata, pratiche che risulterebbero essere di fatto forme di eutanasia». Ed ecco il richiamo alla morte del papa polacco fatto dall’arcivescovo Gianfranco Ravasi in un’intervista pubblicata ieri dal «Corriere della Sera»: «Quando un malato si sta avviando alla fine della vita vanno evitati gli esami eccessivi e le cure troppo invasive. Ricordiamoci della scelta fatta da Giovanni Paolo II».
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