A prolungamento della vacanza in Sicilia (vedi post della seconda metà di agosto) continuo a leggere testi di Cesare Brandi che mi è caro anche per la vivacità senese della lingua. In uno intitolato “Naro che cade e Naro che rinasce” si dice che sull’isola “le stelle sono lucide come avessero le lacrime” (Sicilia mia, Sellerio 1989, p. 101). Quelle felici parole mi ricordano che ieri dopo una pioggia, uscendo dal portone dove mi ero riparato in via Due Macelli, ho sentito una piccola mamma che diceva ai figli: “Guardate come è pulito il cielo, somiglia agli occhi che hanno pianto”. C’è poesia nella conversazione della gente (vedi post del 6 agosto 2006).
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Ero in automobile ieri a mezzogiorno quando ho ascoltato papa Benedetto che diceva: “Al tramonto dei nostri giorni sulla terra, al momento della morte, saremo valutati in base alla nostra somiglianza o meno con il Bambino che sta per nascere nella povera grotta di Betlemme, poiché è Lui il criterio di misura che Dio ha dato all’umanità“. Parole trasparenti. Felice io di udirle. Chiarivano tutto. Il detto di Gesù “se non diventerete come bambini” e il motto di Giovanni della Croce: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”.
“Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te e con il tuo sposo Giuseppe”.
Credo di aver trovato l’ispiratore dell’autocritica del cristianesimo moderno proposta da Benedetto con la nuova enciclica (vedi post del 5 e del 2 dicembre): è Henri de Lubac. Nell’introduzione a Cattolicismo (citato da papa Ratzinger alla nota 10 dell’enciclica) egli così scriveva nel 1937: “Ci si rimprovera d’essere individualisti anche a nostro malgrado, a causa della logica della nostra fede, quando in realtà il cattolicesimo è essenzialmente sociale. Tuttavia, non è un po’ anche colpa nostra se un tale malinteso ha potuto nascere e ha messo radici, e se quel rimprovero è così diffuso? (p. 9 dell’edizione Studium del 1964). Ed ecco un passo dell’enciclica, al paragrafo 16, sotto il titoletto “Trasformazione delle fede-speranza cristiana nel tempo moderno”, che riecheggia le parole del teologo francese: “Come ha potuto svilupparsi l’idea che il messaggio di Gesù sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati a interpretare la «salvezza dell’anima» come fuga davanti alla responsabilità per l’insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesimo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri? Per trovare una risposta all’interrogativo dobbiamo gettare uno sguardo sulle componenti fondamentali del tempo moderno. Esse appaiono con particolare chiarezza in Francesco Bacone…“. Dunque oggetto centrale dell’autocritica benedettina non è il Vaticano II e il connesso cattolicesimo dialogante come ha ipotizzato per esempio Antonio Socci, se si tratta – alla lettera – di una questione formulata un quarto di secolo prima dell’avvio di quel concilio.
Ci porteremo dietro a lungo la domanda su che cosa ci voglia proporre il papa con l’invito a sviluppare un’autocritica del cristianesimo moderno (vedi post del 2 dicembre): perchè nell’enciclica egli quell’autocritica non l’abbozza e non troviamo precedenti espliciti nelle pubblicazioni del cardinale Ratzinger. Cinque giorni di riflessione mi hanno portato a formulare questi cinque punti fermi: 1. dice “cristianesimo” e non Chiesa cattolica e neanche Chiese cristiane, o Santa Sede o altro soggetto storico preciso; credo dunque che si debba guardare il più ampiamente possibile all’intero mondo cristiano e all’insieme delle sue manifestazioni; 2. dice “cristianesimo moderno” e non “contemporaneo”, o “ecumenico”, o “degli ultimi due secoli”; ne deduco che anche storicamente egli opti per il campo lungo; 3. nell’accennare a personaggi e questioni parte da Francesco Bacone: forse ci vuol dire che dobbiamo guardare all’intera modernità intesa nel senso più ampio; come a dire che dovremmo tener presente l’ultimo mezzo millennio; 4. come temi dell’autocritica segnala la riduzione della speranza alla prospettiva individuale e ultraterrena, la concentrazione esclusiva dell’impegno cristiano nella formazione delle persone e sulle virtù: dovremmo dunque portare l’indagine su orientamenti a lungo perseguiti dall’intero mondo cristiano; 5. sarebbe in conclusione da escludere ogni possibilità di individuare un obiettivo ravvicinato e particolare dell’autocritica, come lo “spirito conciliare”, o la “scelta religiosa” dell’Azione cattolica, o la spiritualità del clero e dei religiosi quale si è venuta a determinare a seguito dei restringimenti disciplinari seguiti alla crisi modernista, o gli orientamenti dello stesso modernismo. Dobbiamo guardare dunque ampiamente e andare al largo per cogliere lo spirito della proposta del papa. Il mondo spingeva i cristiani a occuparsi dei destini individuali delle persone e i cristiani – quasi senza avvedersene – si sono mossi in quella direzione. Per esempio – come diceva il professore Arsenio Frugoni quando frequentavo le sue lezioni di Storia medievale alla Sapienza – se un ragazzo praticante di vent’anni avesse consultato un trattato di morale durante la seconda guerra mondiale per sapere che cosa gli diceva il “cristianesimo” per le sue scelte di vita, “avrebbe trovato un intero volume sulla morale sessuale e mezza pagina sulla guerra”. E’ solo un esempio, ma un esempio chiaro di ripiegamento dai destini collettivi a quelli individuali, di concentrazione sulla salvezza ultraterrena e di dimenticanza della dimensione sociale del dogma. La stessa opzione avevano compiuto tutte le Chiese e da gran tempo. Lo indico come un filo rosso per l’indagine.
Durante la grande guerra un soldato polacco e uno tedesco stanno per sparare l’uno verso l’altro in una radura ai margini di un bosco, quando un contadino anziano esce dal folto e grida: “Non sparate sul futuro papa!”. – I due si fermano e chiedono: “Chi è il futuro papa?” – “Tutti e due” risponde il contandino.
Durante la grande guerra un soldato tedesco sta per sparare a un polacco a terra che gli tende le mani dicendo: “Non sparare, io futuro papa”. – Il tedesco abbassa l’arma, pensa un attimo e poi fa: “Io non sparare, ma papa dopo di te”.
– “Come abbrevi nelle citazioni l’enciclica Spe Salvi?” – “SS2007: non male per un papa tedesco!”
“Autocritica del cristianesimo moderno” sono le parole dell’enciclica per me più inaspettate. Essa afferma che il restringimento della speranza in epoca moderna – divenuto evidente con la caduta delle ideologie – richiede un ripensamento da parte del mondo secolare e da quello cristiano: “Bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso”. L’autocritica cristiana deve riguardare in particolare il fatto che esso – incalzato dall’avanzare della scienza” – si è “in gran parte concentrato sull’individuo e la sua salvezza” e “con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito, anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti”. In altro passo dell’enciclica il papa afferma che dalla scommessa dell’umanità moderna sulla scienza la fede “viene spostata su un altro livello, quello delle cose solamente private e ultraterrene”, diventando quasi “irrilevante per il mondo”. L’autocritica del cristianesimo – dunque – dovrebbe partire dal rifiuto di quell’irrilevanza e dalla rivendicazione del dovere di occuparsi della “storia universale” e di comunicare un messaggio non solo rilevante ma decisivo per l’intera umanità. Non avevo mai incontrato questa idea di un’autocritica del “cristianesimo moderno” – forse analoga a quella del cristianesimo antico svolta da papa Wojtyla – negli scritti del cardinale Ratzinger e nei testi di papa Benedetto. Non la capisco per intero ma ne sono attirato. Nel primo commento a questo post fornisco i quattro testi nei quali il concetto è formulato.
“Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna”: così Benedetto nella nuova enciclica. Colpisce sempre un papa che dice “io sono convinto”. Ci ricorda il libro su Gesù, dove aveva scritto: “Ognuno è libero di contraddirmi”. Quelle tre righe sulla giustizia mi sono parse le più originali dell’intero messaggio, letto nel trambusto delle discussioni redazionali: “Titoliamo sull’inferno, no sul marxismo, no sulla scienza”. Mi hanno ricordato Franco Rodano che diceva: “Se tutto finisce con la morte che ne è dei giustiziati per errore, degli schiavi crocifissi lungo la via Appia, della fame patita dalle generazioni dei cinesi?”
La cognata Francesca – catechista di lungo corso – si rammarica di aver dovuto lasciare per salute la sua classe di catechismo nella parrocchia di Santa Maria Goretti a Latina: “Proprio ora che era diventato più facile e più bello spiegare il Padre nostro, con la nuova traduzione che dice non ci abbandonare alla tentazione“.
Il voto dell’Onu sulla moratoria delle esecuzioni capitali è stato provvisorio a metà novembre e si spera che diventi definitivo a metà dicembre. Il mio entusiasmo quando ne parliamo in casa è condiviso dai figli che però raccontano con simpatia del motto che hanno scelto per la loro protesta i sostenitori della pena di morte, “Nessuno tocchi Abele”: “Dai papà, è una bella trovata come rovesciamento di Nessuno tocchi Caino!” Riconosco l’efficacia del contropiede verbale ma non attenuo la mia contentezza per il fatto che l’Italia e l’Unione europea siano state in prima linea nella campagna per quel voto. Tanto che mi avventuro anch’io in un contropiede propagandistico: “Occhio alle firme: Nessuno tocchi Caino l’ha detto il Signore, mentre Nessuno tocchi Abele è il motto di Forza Nuova”.
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