Non bisogna illudersi, i problemi che pone il secolarismo del nostro tempo e la pressione delle presunzioni ideologiche alle quali tende la coscienza secolaristica con la sua pretesa esclusiva alla razionalitá definitiva, non sono piccoli. Noi lo sappiamo e conosciamo la fatica della lotta che in questo tempo ci è imposta. Ma sappiamo anche che il Signore mantiene la sua promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”: così Benedetto ha parlato alla Curia romana venerdì e mi pare leghi a meraviglia i due sentimenti del cristiano nell’imminenza del Natale, l’uno che viene dal bambino che sarà sempre con noi, l’altro dal dileggio di chi ci vede inteneriti da quel mistero. Aggiungo solo che quella tenerezza riscatta il dileggio.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
“Un bambino amato non sarà mai abusato”: scelgo questa frase di don Fortunato di Noto per segnalare il libro che ha scritto in collaborazione con Antonino D’Anna, giornalista del quotidiano online Affaritaliani.it e visitatore – con il nome Tonizzo – di questo blog: Corpi… da gioco – Il prete delle calzette sui marciapiedi dei bimbi dimenticati – La lotta contro pedofilia e pedopornografia. Rispondendo alle domande del giornalista, il sacerdote siciliano racconta la sua battaglia, ricorda la sua adolescenza da promessa del basket, il seminario, l’esperienza di parroco e il salvataggio di una bambina, la scelta di occuparsi dei più piccoli schiavizzati dai pedofili e la lotta per loro. Don Fortunato interpreta l’oscuro mondo degli orchi e chiarisce come la loro attività non sia solo immorale ma anche criminale e “culturale”, volta cioè ad affermare l’idea che esista una pedofilia “buona” da riconoscere nelle sue ragioni. Oltre a gettare luce sul business miliardario della pedopornografia, rievoca il piano di un gruppo pedofilo che voleva colpirlo e il processo vinto contro due appartenenti a quel gruppo da cui ricevette anche minacce di morte. Il libro è pubblicato dalla EdiArgo (www.ediargo.it ) di Ragusa. Sul sito dell’editrice è possibile ordinare il libro online.
“Venerdì scorso abbiamo chiuso la scuola alle 12 mentre infuriavano gli attacchi aerei e il fuoco incrociato fra talebani e forze governative. Eravamo molto preoccupate per la sicurezza dei nostri 150 bambini che piangevano. Li abbiamo nutriti con pane e marmellata e una tazza di tè”: così suor Costantine della Congregazione del Carmelo Apostolico scrive all’Osservatore Romano da Lahore (Pakistan). Lo riporto per dire come è fatto il nuovo OR e per fornire un esempio di quei “cuori” che si pongono “al servizio dei piccoli e dei poveri” e nei quali Dio “dimora”, secondo quanto ha detto domenica papa Benedetto (vedi post del 17 dicembre). In quella stessa corrispondenza quell’impagabile sorella scrive: “Ora dobbiamo aspettare per vedere cosa ci riserverà il futuro. È tutto nelle mani di Dio. Attendiamo che ci dica qualcosa”. E noi attendiamo che suor Costantine ce lo comunichi, via Osservatore.
L’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede Antonio Zanardi Landi offre una simpatica colazione a vaticanisti e assimilati, in larga tavolata. Ci sono Franca Giansoldati e Marina Buttiglione per nominare due donne. Sandro Magister, Marco Tosatti, Andrea Tornielli, Paolo Rodari per citare alcuni che hanno un blog. E tanti altri naturalmente, siamo più di venti. Capito tra Francesco Margotta Broglio e il consulente ecclesiastico dell’ambasciata don Marco Ceccarelli. Prima e dopo il pranzo sportivamente strologhiamo che la sostituzione del cardinale Ruini al Vicariato dovrebbe arrivare a fine primavera, ma qualcuno butta là che c’è stata un’accelerazione e sarebbe da attendere per febbraio-marzo. Io resto favorevole alla primavera avanzata. Complimento il caro Di Cicco – da due mesi vice-direttore dell’Osservatore romano (vedi post del 30 settembre) – per l’occasione che ha avuto – l’8 dicembre – di essere invitato con il direttore Vian alla tavola del papa. L’ambasciatore – che conosco da quando fu il numero due dell’Ambasciata, una quindicina di anni addietro – nel saluto iniziale mi nomina come il decano della compagnia. Ringrazio e preciso che in verità, quando iniziai questo lavoro, 32 anni fa (ero nella redazione della Repubblica impegnata nei “numeri zero” – cioè le prove di stampa che non andavano ancora in edicola), erano già in questo lavoro – per citare solo i presenti alla colazione – Carlo Di Cicco (allora all’Asca), Sandro Magister (allora e oggi all’Espresso), Marco Politi (allora al Messaggero oggi alla Repubblica). “Ma perché lei viene sempre indicato come il decano?” chiede l’ambasciatore. Rispondo che è una questione di immagine alla quale contribuiscono la barba bianca, l’ordine alfabetico e la testata di appartenenza. Non lo dico ma in effetti mi piace passare per il decano senza averne diritto.
Come domenica 9 (vedi post in questa data: Se somiglieremo al bambino) anche ieri Benedetto ha detto il cuore del cristianesimo con le parole più semplici: “La gioia entra nel cuore di chi si pone al servizio dei piccoli e dei poveri. In chi ama così, Dio prende dimora, e l’anima è nella gioia“. Già domenica 21 novembre aveva pronunciato parole splendenti sullo stesso tema, quello del Dio amore che si fa vicino a noi in Cristo e che noi incontriamo nel prossimo di cui ci prendiamo cura: “In ogni piccolo ma genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo“. Vedi anche il post in tale data, sulla forza di parola del papa, che si impenna quando tocca il cuore del cuore del messaggio cristiano. Ormai sono sicuro che ogni domenica mi porta dell’oro all’angelus.
Stamane sono stato a messa a Santa Pudenziana, una delle due chiese romane date in uso alla comunità filippina. Un pieno di donne, ma anche famigliole e – a occhio – un quarto di uomini. Tanti canti e fiori, addobbi di Natale più vivi e colorati rispetto ai nostri. Una celebrazione impeccabile nei gesti, ma calorosa nelle voci e negli sguardi. Abito a due passi dalla bellissima chiesa e sempre vedo la domenica la vivace comunità che – davanti alla chiesa e per un buon tratto di via Urbana – mangia, gioca e si diverte pacificamente per gran parte della giornata. Più volte avevo visto questa comunità sfilare per le vie del quartiere festante e danzante con tamburi e statue coperte di fiori (vedi post del 14 gennaio: Cristiani autoctoni e forestieri). Mai ero stato a messa con loro. Ero l’unico non filippino, felice d’essermi mescolato a loro. Abituati a temere la crescita degli stranieri tra noi, rischiamo di non vedere le presenze che incoraggiano a sperare.
Il passaggio dalla Rete alla realtà mi fa sempre senso e me l’ha fatto anche stamane quando ho incontrato davanti alla pasticceria Regoli, all’Esquilino, due tra i visitatori più assidui di questo blog: Matteo e il Moralista. Mi era già capitato con un’altra decina di visitatori tra i quali nominerò quelli che si sono fatti conoscere attraverso i commenti: Gianluca, Tonizzo, Luisa, Bruno Volpe, Alessandro Iapino. Gianluca venne a Roma da Battipaglia e ci conoscemmo a tavola. Tonizzo mi organizzò un incontro all’Augustinianum di Milano dov’era stato studente. Luisa la vidi in occasione di una sua venuta dalla Svizzera a Roma avendo io da passarle alcuni permessi per un concerto nell’Aula Nervi. Bruno l’ho trovato a sorpresa nella Sala Stampa della visita del papa a Vienna lo scorso settembre. Alessandro Iapino l’ho incontrato a un dibattito a Perugia e abbiamo cenato insieme alla vigilia della marcia Perugia-Assisi. Mi pare di non aver dimenticato nessuno. Tra quelli che non nomino perché mi hanno mandato e-mail ma non si sono “registrati”, ricorderò due fratelli di Sestri Levante e una signora di Gargnano (Brescia) che ho poi conosciuto in occasione di mie conferenze. Matteo e il Moralista sono l’unico caso di incontro a tre e tra persone che abitano nello stesso quartiere romano. Dirò che il Moralista mi è parso più alto e più serio di come me l’ero figurato, mentre Matteo l’ho trovato meno puntuto ma romanesco quanto i suoi commenti. Faceva freddo e tutti e tre benché romani siamo stati puntuali. Uno forse teme che fuori della Rete se non sei di parola ti smarrisci. Io avevo fretta perché a casa mi aspettavano due nipotini venuti dal nonno a fare il presepe, Non abbiamo parlato granché ma abbiamo convenuto che incontrare persone è cosa buona comunque tu le abbia conosciute, al pozzo, in treno, per lettera o nella Rete. La verificata rispondenza tra la realtà e la Rete – o meglio: tra il mondo dei corpi e quello della parola scritta – è tra le sensazioni che incoraggiano ad andare avanti con l’una e con l’altra. Che poi la Rete ti aiuti a popolare di volti amici il quartiere che abiti, è il dono di questa giornata.
– Boom di vocazioni a Milano!
– Ma che dici? A giugno hanno avuto appena dodici ordinazioni di preti, pare sia il minimo storico…
– Ma se guardi alle vocazioni episcopali ti ricredi: a settembre hanno avuto ben sei ordinazioni!
“Luna vorrei averti mia per sognare insieme a te”: letto sul marciapiede davanti al liceo artistico Alessandro Caravillari di piazza Risorgimento a Roma. Il fatto che la ragazza si chiami Luna fa lievitare l’epigramma.
Molti intorno a noi rifiutano il cristianesimo e qualche volta avvertiamo che lo rifiutano con buona intenzione, perchè non lo trovano di vero aiuto per la vita. Più di una volta il papa nella nuova enciclica (vedi post dal 30 novembre al 5 dicembre) accenna a questo rifiuto. “Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo”: così scrive al paragrafo 10. In un altro passo segnala la sordità dei post-cristiani al Dio vicino dei Vangeli: “Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile” (paragrafo 3). Ma forse la sua idea la esprime meglio che in ogni altro modo con una citazione di Kant, al paragrafo 19: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso”. Ora mi stacco dall’enciclica e domando: il nostro cristianesimo è degno di essere amato? Ben sappiamo che “solo l’amore è credibile” (von Balthasar). Ma forse dobbiamo riconoscere che il nostro modo di segnalarlo non risulta convincente. O è necessario che l’umanità europea si allontani ancora dal fuoco evangelico e avverta il grande freddo per riscoprirlo degno di amore?
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