Il blog di Luigi Accattoli Posts

Partecipo – quasi per caso – a una riunione di esperti in liturgie papali e sento questo bel racconto di come ebbe inizio, con Paolo VI, l’uso della “croce astile” nelle celebrazioni. Papa Montini fu il primo papa, non so da quanti secoli, a celebrare con il popolo: prima di lui i papi – compreso Giovanni XXIII – in San Pietro e altrove assistevano alle celebrazioni ma non celebravano. Celebravano solo in privato. Paolo VI che firmò i documenti conciliari con il titolo di “vescovo di Roma” volle anche celebrare con il popolo come fanno i vescovi diocesani. Ma celebrando “non sapeva dove tenere le mani”, perché da arcivescovo di Milano aveva il “pastorale” ma i papi – l’avvertirono i cerimonieri – non hanno mai avuto il pastorale e la “croce papale”, quella con tre bracci, veniva usata solo per aprire la “porta santa” dei giubilei, o per la proclamazione dei dogmi. Egli dunque li incoraggiò a offrirgli una croce astile, cioè con l’asta come il pastorale ma senza i tre bracci tanto impegnativi. Ecco come è nata la croce a cui si aggrappava tremante negli ultimi tempi, che fu poi raccolta con timore e tremore da papa Lucani,  che papa Wojtyla brandiva i primi tempi con il piglio del missionario del mondo e che oggi papa Ratzinger impugna con mite fermezza.

Eccoci al secondo tempo – annunciato (vedi post del 15 settembre) – della riflessione sul “carattere esorcistico del cristianesimo” di cui tratta il libro del papa su Gesù alle pagine 207-210. “Esorcizzare – spiega Ratzinger-Benedetto – cioè collocare il mondo nella luce della ratio che proviene dall’eterna Ragione creatrice come pure dalla sua bontà risanatrice e a essa rimanda – questo è un durevole e centrale compito dei messaggeri di Gesù”. Poi cita l’apostolo Paolo che al capo sesto della Lettera agli Efesini avverte: “La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Per una interpretazione immediatamente fruibile di questa “rappresentazione della lotta del cristiano” riporta una pagina dell’esegeta Heinrich Schlier, che riprendo nel primo commento a questo post, limitandomi qui a suggerire ai visitatori un’attualizzazione letteraria di grande efficacia di tale “battaglia contro i dominatori di questo mondo di tenebra”: ed è quella del Signore degli anelli di Tolkien, mitologia interpretativa dell’avventura umana che il cristianissimo autore scrisse durante la seconda guerra mondiale. Per chi fosse interessato a vagliarne le risorse, rimando a tre miei piccoli saggi che sono riportati nella pagina “Collaborazione a riviste” elencata sotto la mia foto ad apertura del blog e intitolati cumulativamente “Che cosa ci insegnano gli hobbit”. La conclusione di Ratzinger-Benedetto (che riporto per esteso nel primo commento, insieme alla pagina dello Schlier) è per l’evidenza degli “avvelenamenti mondiali del clima spirituale che minacciano l’umanità”. Anche a me sono evidenti, ma non trovo le parole per dirli nella lingua della nostra epoca se non – al momento – quelle della parabola letteraria.

(continua nel primo commento)

“Principessa Gloria… m’innamorerò sempre di te! Tuo Fabio”: letto sulla parete di sinistra della galleria romana Principe Amedeo Savoia-Aosta per chi la percorra andando verso il Tevere (vedi post del 16 luglio). Mi sembra più forte della promessa abituale “ti amerò sempre”, perchè mette insieme la fedeltà e l’avventura dell’innamoramento.

Sul sito di MicroMega e sulla Repubblica sono chiamato in causa per l’articolo sulle ultime settimane di papa Wojtyla che ho pubblicato sabato sul Corrriere della Sera con il titolo “Quel sondino che nutriva Wojtyla. Ma l’annuncio arrivò molto dopo”. Con quell’articolo rspondevo a una delle questioni sollevate dal medico anestesista Lina Pavanelli con un saggio pubblicato sull’ultimo numero di MicroMega intitolato “La dolce morte di papa Wojtyla”: come mai i medici curanti del papa gli abbiano impiantato il sondino nasogastrico solo il 30 marzo, come risulta dal bollettino medico di quel giorno e non l’abbiano fatto prima, stante l’insieme delle sue patologie che certamente gli impedivano un’alimentazione adeguata per bocca. La mia risposta era che del sondino fu dato annuncio quel giorno ma esso era impiegato già da tempo: veniva impiantato per far fronte al “deficit nutrizionale” e poi veniva tolto quando il papa doveva affacciarsi alla finestra. Lo portava stabilmente dal 21 marzo ma già a più riprese gli era stato impiantato e tolto durante l’ultimo ricovero al Gemelli che va dal 24 febbraio al 13 marzo. Lina Pavanelli in una “risposta” sul sito di MicroMega osserva che se anche le mie informazioni fossero vere, quell’uso con interruzioni del sondino sarebbe risultato di un’efficacia “molto ridotta”. Sia lei, sia Paolo Flores d’Arcais (direttore di MicroMega) oggi su Repubblica sotengono che dev’esserci stata una “decisione” di rifiuto del sondino da parte di Giovanni Paolo, della cui possibilità e necessità i medici dovrebbero certamente averlo informarlo. Il papa dunque avrebbe optato per un deperimento progressivo e una fine meno tragica di quella a cui sarebbe andato incontro con il protrarsi dell’alimentazione artificiale, che comunque l’avrebbe potuto tenere in vita anche a lungo. Avrebbe cioè scelto per sè quello che nei documenti del pontificato aveva escluso in linea di principio: che si possa cioè lecitamente rifiutare una terapia salvavita. Non sono medico e neanche cultore di bioetica. Mi limito a precisare un dato di fatto e un convincimento da cronista che ha seguito l’intero pontificato di Giovanni Paolo II. Il dato di fatto è che la mia ricostruzione dell’uso già in febbraio del sondino non è il frutto di una macchinazione vaticana dell’ultimo momento, tendente ad accreditare “una nuova versione ad hoc delle ultime settimane del papa” come scrive Flores d’Arcais: quella ricostruzione io l’avevo pubblicata su questo blog in data 14 aprile 2006 come ognuno può controllare. Aggiungo – come appendice a questo dato di fatto – che il sondino tolto solo quando il papa si doveva affacciare non può essere considerato poco efficace, in quanto gli affacci del papa sono stati pochi e la loro durata sempre breve. Il convincimento poi è questo: che la questione del deficit nutrizionale – affrontata con flebo e sondino impiantato e tolto – vada inquadrata nell’insieme delle circostanze in cui è maturata la morte del papa: 85 anni, un parkinson che andava avanti da oltre 15, un indebolimento generale e progressivo evidente da più mesi. Farne una questione a sè mi appare come un’operazione ideologica.

Raccolgo e porto al cestino i giornali abbandonati sul marciapiede della stazione Cavour della Metro B – a Roma – e una signora indignatissima dice: “Stavo per farlo io”. Un’altra: “Che maleducati”. Una terza: “Con questi giornali nuovi non se ne può più”. Vengono infatti lasciati dappertutto. Il fatto che te li danno gratis ti autorizza a gettarli gratis. Metro, Leggo, City e non so quanti altri. Nella panchina accanto due uomini passano a considerazioni socio-politiche. “Con tutta questa carta per terra ci puoi scivolare sopra come niente. E non ti dico quand’è bagnata!” fa uno. L’altro con tono grave: “Mi chiedo se qualcuno del governo se ne sta occupando”.

Nel decidere “un’accurata riforma generale della liturgia” la Sacrosanctum Concilium (1963) decise tra l’altro che si “restaurasse” nelle celebrazioni una lettura della Sacra Scrittura “più abbondante, più varia e meglio scelta”. Nella messa di oggi ne abbiamo visto uno dei frutti più sapidi: le tre parabole lucane della misericordia proposte nella loro integrità (Luca 15, 1-32). Una meraviglia.

Il mondo antico ha vissuto l’irruzione della fede cristiana come liberazione dalla paura dei demoni, una paura che nonostante lo scetticismo e l’illuminismo dominava tutto; e lo stesso accade anche oggi ovunque il cristianesimo prende il posto delle antiche religioni tribali e, trasformando i loro elementi positivi, li assume in sè. Si sente tutto l’impeto di quest’irruzione nelle parole di Paolo, quando dice: “Nessuno è Dio se non uno solo…” (1 Corinti 8, 4ss). In queste parole c’è un potere liberatorio – il grande esorcismo che purifica il mondo. Per quanti dei possano fluttuare nel mondo – Dio è uno solo e uno solo è il Signore. Se apparteniamo a lui, tutto il mondo non ha più potere, perde lo splendore della divinità“. Riprendo la lettura del volume di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI su Gesù (vedi post del 1° agosto) segnalando questo brano di p. 208 che commenta l’invio dei discepoli ad “annunciare e scacciare i demoni” (Marco 3, 1,14ss). Forse la difficoltà principale per la fede cristiana nel tempo della ragione secolare è la quasi impossibilità mentale ed emotiva a percepire la realtà – il cosmo e la storia – come “dominato dalle potenze del male”, per usare un’altra espressione di Ratzinger-Benedetto (p. 207). Sembrerebbe a prima vista che il mondo secolare non abbia fatto altro che portare a termine il “grande esorciso” cristiano, eliminando anche il Dio di Gesù Cristo. Ma questa è apparenza, ci avverte il nostro autore: “Dove la fede nell’unico Dio scompare, il mondo diventa solo apparentemente più razionale. In realtà devono allora essere riconosciuti i poteri del caso” (p. 209). Sono pienamente d’accordo con il papa: nella disputa con i non credenti – vivo e lavoro con loro – mi è sempre apparso centrale questo problema di comprensione. Non si coglie l’apporto storico del cristianesimo e la sua necessità per ognuno oggi se non si vede il male che apposta l’umanità, che avvelena la relazione tra le persone, che insidia la stessa natura. Presentare la fede cristiana all’uomo d’oggi – ai nostri figli – vuol dire mettere in luce quel dramma e quella lotta: la lotta contro le potenze del male. Tornerò su questo nodo con un’altra riflessione e un’altra citazione da Ratzinger-Benedetto. 

La differenza tra un liturgista e un terrorista? “Con il terrorista alle volte puoi aprire una trattativa”.

“C’è stata una maggiore attenzione alla donna quando la Chiesa cominciò a promuovere il culto della Vergine Maria” dice oggi Jacques Le Goff in un’intervista alla Repubblica. Sono stato alla scuola di Franco Rodano e mi torna all’orecchio uno dei suoi aforismi più frequenti: “La donna ha avuto un maggiore rispetto nei paesi cattolici che in quelli protestanti a motivo del culto mariano”.  

Federico ed Emanuela si amano come nessuno mai è riuscito fino a oggi” leggo sul parapetto del Ponte Milvio a Roma, verso la metà di quello di destra per chi viene dal centro della città e va verso il Foro italico. La pretesa dei due è così ingenua che altri due la cavalcano goliardicamente, scrivendo accanto: “Io e Simo di più. Ah ah!!”