Il blog di Luigi Accattoli Posts

Riprendo la mia passeggiata tra le scritte del Ponte Milvio (vedi post del 28 settembre). Sto camminando verso il Foro italico e dal parapetto di destra trascrivo un ultimo giocoso graffito: “Sei proprio la mia toporagna”. Toporagna? Mi colpisce la scelta di questo animaletto notturno dal muso aguzzo per fare le fusa ed eccomi a spulciare il notes alla ricerca dei nomignoli più insoliti già incontrati. Tegolino mio, panzerottina mia: e qui siamo nel mangereccio. Tigrotta e tigrino fanno una coppia felicemente felina. Ciccino, kikkotto, pisola (che sarà magari una che dorme deliziosamente) e pagnottella (forse una rotondetta). Morbidone + patata, patata + piccolino, riccio, coniglietto, diavoletta, micia+ patato, pikkia.

La buona frequenza di patato e patata mi ha ricordato che una volta – a Ferrara – avevo trovato un appagato “Patatonzola ti amo. by patatonzolo” (vedi post del 13 novembre 2006). E’ evidente l’indole mammona dei nostri ragazzi: una si sente chiamare “patata” dalla mamma fino ai 15 anni e quando ne ha 16 chiama “patato” il ragazzo del primo bacio.

Il nomignolo più sorprendente che ho trovato sul ponte è questo: “Non ti lascerò mai puzzona mia!” Ma per lo più si va nel risaputo: “Valentina la pecorina mia per sempre. Andrea”. Oppure il nomignolo è per se stessi, anche se il motivo della felicità è l’altra che delicatamente resta innominata: “Io morbidone sono l’uomo più felice del mondo”.

L’immagine più viva di Piero Marini, cerimoniere papale uscente: la mossa decisa con cui afferra il braccio di papa Wojtyla e lo sostiene in un momento in cui sembra cadere in avanti, nella Cappella Sistina, domenica 11 gennaio 1998. “Ci eravamo fermati subito dopo l’ingresso, aspettando che il canto d’accoglienza finisse. Mi sono accorto che vacillava e sono intervenuto”: l’uomo è sobrio e parlò così ai giornalisti. L’opera che credo resterà di questo “maestro” delle celebrazioni: le liturgie ecumeniche con cui ha aiutato i papi Giovanni Paolo e Benedetto ad avventurarsi nel campo inesplorato della preghiera tra Chiese sorelle. Bella l’apertura a sei mani della “porta santa” del Grande Giubileo a San Paolo fuori le Mura il 18 gennaio dell’anno duemila. Indimenticabili gli incontri liturgici nella Basilica vaticana e a Istanbul tra i due papi e i patriarchi di Costantinopoli.

Conosco Carlo Di Cicco da 32 anni e grande è stata la mia meraviglia – almeno quanto la contentezza – quando ho saputo che il papa lo nominava vicedirettore dell’Osservatore romano. Da altrettanti anni conosco Giovanni Maria Vian, il nuovo direttore dell’Osservatore ma in lui c’erano tutti i presupposti per quel ruolo: prestigio di studioso, da sempre di casa in Vaticano dove avevano lavorato il nonno e il papà (Nello Vian, delizioso gentiluomo del quale ho un ricordo carissimo) e dove lavora un fratello. Ma Di Cicco no, viene dalla campagna, ha badato alle pecore da piccolo, ha fatto l’obiettore di coscienza ed è stato in carcere per questo. E’ nato povero e ama la povertà in cui è nato. Ha la mia età, abbiamo fatto insieme tante vacanze in Abruzzo, in Alto Adige e in Valtellina. I suoi due figli hanno l’età dei miei più grandi. Insieme siamo andati in pellegrinagguio familiare a Santiago de Compostela nel 1986 con un pulmino preso in prestito da parenti. In un periodo difficile della mia vita familiare egli e la moglie Flavia hanno tenuto a lungo i miei figli con loro. Siamo insomma come fratelli, stessa idea del giornalismo, stessa allergia ai ricevimenti. Carlo non ama la cravatta, non gli piacciono i piatti elaborati. E’ un appassionato della montagna. Ha sempre difeso chi paga di persona, chi aiuta il prossimo. Ha subito preso passione per papa Benedetto al quale ha dedicato un “fresco libro” (così l’avevo presentato in questo blog il 25 giugno 2006) scritto con intelletto d’amore: Ratzinger. Benedetto XVI e le conseguenze dell’amore (Edizioni Memori 2006). Per un mio incontro con lui il giorno del funerale in piazza di Piergiorgio Welby vedi un post del 24 dicembre 2006. A portarlo alla vicedirezione dell’OR è stato il fatto che aveva studiato dai Salesiani e quindi era conosciuto dal cardinale Bertone. Egli ora è come un contadino in Curia, uno spiazzamento che immagino fecondo. Una sorpresa della sorte. Lo abbraccio con entusiasmo.  

C’è una donna milanese di trent’anni con tre figli piccini e un compagno che è finito in carcere per droga a Singapore. Il poveretto è abbandonato dalla sua famiglia per la comprovata attitudine a mettersi nei guai e in quel carcere potrebbe restarci anche dieci anni. Lei prende su i tre figli e si stabilisce a Singapore, parla lingue che non conosce, attraversa la città due volte al giorno con i piccini intorno, cucina per lui e i suoi compagni, lavora di notte per comprare i cibi da cuocere, elemosina via posta elettronica dagli amici per pagare l’avvocato. Così va avanti da mesi. Da quando so la sua storia me la ripeto ogni giorno come una parabola evangelica.

Altre due scritte dai parapetti di Ponte Milvio, a Roma, che ne ha più di millanta (vedi post del 26 settembre). “Cucciolo mio ti amo da morire. Non importa dove, Roma, Modena, Australia… L’unica cosa che voglio è stare con te. Elisa”. Mi azzardo a immaginare che Elisa sia di Modena, essendo Roma e l’Australia mete del suo vagabondare in coppia. – “Cri e Marty. Io e te sempre o mai”: qui c’è il rifiuto della provvisorietà, come a dire che se il nostro legame non è “per sempre” dovremmo lasciarci subito.

Essendo stato alla conferenza stampa di MicroMega sulla “dolce morte” di papa Wojtyla (vedi post del 24 e 25 settembre) e avendo riletto e riparlato con le persone informate dei fatti, sono arrivato a tre conclusioni polemiche nei confronti di quell’iniziativa. Una riguarda il metodo, un’altra la conoscenza dei fatti e l’ultima – ma forse la prima per importanza – l’idea caricaturale della morale cattolica che ispira quella campagna. Sul metodo ho già detto nei giorni scorsi: una ricognizione medica a distanza può porre domande o azzardare ipotesi, qui invece si arriva ad affermazioni trancianti. Non sono medico ma ho parlato con dei medici. Non potendo accedere alla cartella clinica, ci si potrà chiedere come mai il sondino permanente o altra forma di alimentazione artificiale non sia stata adottata prima del 30 marzo, ma certo non si arriva ad affermare “con certezza” che deve esserci stato un rifiuto di quella risorsa da parte del paziente.

(continua nel primo commento a questo post)

Ecco altre due scritte che ho letto sui parapetti del Ponte Milvio (vedi post dell’11 settembre). “Oggi sono due mesi che stiamo insieme e direi che sono stati mesi bellissimi ke nemmeno Dio sa!!!” L’iperbole tradizionale suonava “ti voglio bene che solo Dio sa quanto”: è conseguente che la cultura secolare suggerisca che “nemmeno” Dio può saperlo. – Oggi facciamo un mese e io ti amo da una vita. By Momo x Moma”. Nella stagione dei legami brevi il “compimese” è divenuta una gran tappa.

Il Vaticano non parla, almeno per ora. Pare che abbiano deciso di mantenere un riserbo totale di fronte alle obiezioni mediche e bioetiche di Lina Pavanelli sulla morte di Giovanni Paolo II pubblicate da “MicroMega” con il titolo La dolce morte di Karol Wojtyla (vedi post del 14 aprile 2006, 18 e 24 settembre 2007). In vista della conferenza stampa di domani (vedi post precedente) mi sono preparato a fare qualche domanda. Lina Pavanelli afferma:“Nei due mesi antecedenti la morte, il paziente non ha ricevuto una quantità di nutrimento sufficiente e non ha usufruito in  tempo utile di quei presidi terapeutici che sono normali per molti malati con patologie simili”. Come può formulare questa affermazione non potendo accedere alla cartella clinica? Afferma anche che le dichiarazioni di Navarro-Valls non menzionano mai – eccetto una volta – il 3 marzo – all’aspetto nutrizionale della situazione del paziente. Ma questo non è vero, io ho trovato cinque riferimenti alla nutrizione tra il 4 febbraio e il 3 marzo: il 4 febbraio, il 7 febbraio, il 28 febbraio, il 3 marzo il portavoce dice che GPII si alimenta regolarmente; il 25 febbraio dichiara che “stamane ha fatto la prima colazione con buon appetito”. La questione nutrizionale seria dobbiamo dunque immaginare che prenda corpo dopo il 3 marzo, poniamo intorno al 10 marzo, quando viene annunciato un prolungamento della degenza in ospedale. Le informazioni da me raccolte per indiscrezione dicono che l’impianto ripetuto del sondino nasogastrico inizia nell’ultima fase del secondo ricovero. Ma se questo – più o meno – è il quadro dei fatti, su che cosa si basa l’affermazione che l’impianto permanente del sondino era un provvedimento salvavita e che il mancato ricorso “tempestivo” ad esso non può che essere dovuto a un rifiuto del paziente? Combinando la residua alimentazione per via orale con il supporto della flebo e del sondino nasogastrico impiantato a più riprese non si potrebbe concludere per un nutrimento sufficiente? Sono domande che avanzo analizzando le affermazioni della dottoressa Pavanelli e confrontandole con le affermazioni ufficiali e ufficiose venute dall’ambiente vaticano. E concludo: non disponendo di dati clinici su che cosa possiamo fondare la certezza che il “deficit nutrizionale” grave si sia manifestato molto prima – addirittura due mesi prima – di quando esso è stato affermato dal medico curante, cioè il 30 marzo? Se non vi è questa certezza che senso ha la questione bioetica che viene sollevata?

La conferenza stampa di MicroMega sulle ultime settimane di vita di papa Wojtyla (vedi post del 18 settembre) è stata spostata da martedì a mercoledì 26 e dunque cadono le mie riserve sulla possibilità di esserci (esposte in un commento al post citato), dovute alla concomitanza – su domani – di un’altra conferenza stampa del vescovo Betori segretario della Cei. Andrò dunque alla Facoltà Valdese e ascolterò le argomentazioni che verrano proposte a sostegno dell’affermazione che il il vecchio papa abbia rifiutato l’alimentazione tramite sondino che il magistero papale ritiene moralmente doverosa per pazienti in quelle condizioni. Alla conferenza stampa parteciperanno “Paolo Flores d’Arcais direttore di MicroMega, Lina Pavanelli medico anestesista, Mina Welby moglie di Piergiorigio Welby, Giovanni franzoni, teologo, già abate di San Paolo fuori le mura”. Ho esposto sul “Corriere della Sera” e in questo blog la mia idea, che contrasta con quell’affermazione. Invito i visitatori che hanno competenza medica o bioetica a fornirmi argomenti, se ne hanno, a sostegno della mia posizione. Grazie a tutti in anticipo. Luigi 

Sono stato a un matrimonio e ne sono felice. Gli sposi si chiamano Daniela e Massimo. Per oggi non scrivo altro. Luigi