Sento dire che per affrontare bene la vecchiaia uno dovrebbe avere due pensioni o una figlia femmina. Io di pensioni ne avrò una ma di figlie ne ho tre, vado dunque avanti fiducioso. E immagino che almeno qualche passaggio in macchina me lo daranno i due figli maschi. Sono felice di osservare le due ragazze più giovani giocare con i bimbi della più grande. E’ bello guardarle dalla finestra quando escono di casa la mattina baruffando tra loro e una prende a sinistra per andare al liceo, l’altra a destra per raggiungere la Metro B che la porta all’università La Sapienza. – “Dopo aver generato Set, Adamo visse ancora 800 anni e generò figli e figlie”: Genesi 5, 4.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Molti si meravigliano del fatto che io abbia difeso l’indifendibile Tommaso Stenico (vedi post precedente). Dal modo in cui viene espressa quella meraviglia comprendo di non essere stato abbastanza chiaro. Affermo dunque che trovo tre elementi di credibilità nella versione dei fatti fornita dal monsignore: essa mi appare sorprendente ma non posso tacere quei tre elementi e poco importa che io ci faccia la figura dell’ingenuo. L’elemento più importante l’avevo accennato nel post precedente: se voleva un rapporto omosessuale non c’era motivo che si qualificasse – fin dal contatto internet – come prete. Quella qualifica era invece essenziale nell’ipotesi dell’indagine sulle insidie tese ai preti. Ma ci sono altri due aspetti della vicenda che la rendono meglio compatibile con la versione difensiva. La prima riguarda il fatto che abbia portato il ragazzo in ufficio: comprensibile nel caso dell’indagine, costituisce invece un’incongruenza se il contatto era in vista di un rapporto sessuale. Se voleva portare a letto quel ragazzo, l’ufficio non era adatto! E l’abitazione di Stenico è appena fuori le mura vaticane, dunque non c’è neanche una ragione logistica che possa spiegare quella scelta incongrua. Il terzo elemento lo trovo nel modo in cui il monsignore tronca l’incontro e accompagna il ragazzo all’ascensore. Nel caso dell’inchiesta quella modalità è logica: l’interlocutore non aveva intenzione di passare ai fatti e dunque non c’era spazio all’indagine. Nel caso invece del convegno sessuale non si comprende come il monsignore che ha “finalmente” quel ragazzo a portata di mano non ne approfitti per un vero contatto – non lo abbracci, non tenti di baciarlo – e si limiti a delle provocazioni. – Quando tutti danno addosso a una persona io mi metto dalla sua parte.
“Provo, come italiano, vergogna e preoccupazione per la campagna di odio che si sta scatenando contro «gli zingari» o «i romeni», frutto dell’indignazione per isolati fatti di cronaca, ma anche di parole incaute e pericolose, di sapore razzista, che vengono pronunciate nei loro confronti e che ottengono un’immeritata pubblicità”: Arrigo Levi così scriveva lunedì sul quotidiano La Stampa sotto il titolo: Io sto con i romeni. Ho una grande simpatia per Arrigo e ho letto con piacere quelle sue parole e anch’io ho detto tra me: “Grazie romeni”. Un romeno mi ha imbiancato l’appartamento e ha fatto un buon lavoro. Una romena poverissima che ha scelto di tenere il figlio – nonostante fosse stata abbandonata dal padre del bambino – è una delle persone di mia conoscenza che più ammiro. Ma eccomi alle prese con la tribolazione della cronaca quotidiana. La notte scorsa, non riuscendo a prendere sonno, ho letto anche le notizie minori che fanno star male. Corriere della Sera, pagina 25: “Lo stupratore è un romeno di 36 anni”. Cronaca di Roma dello stesso giornale, p. 11: “Rosa, 93 anni, mette in fuga le ladre” e si tratta di “due rumene” specializzate nel “truffare vecchiette”. Stessa pagina: “Romana muore investita nel centro di Padova” e alla guida dell’auto investitrice “una ragazza romena di 18 anni neopatentata”. – Sento intorno a me crescere l’animosità contro i romeni e vedo le due scorciatoie: stare con loro censurando i fatti che provocano quell’animosità, o calvalcare lo sdegno magari a scopo elettorale. Mi appare chiara la difficilissima terza via che nella notte ho deciso di battere: stare con i romeni non lasciando passare inosservato – per quanto mi riguarda – nessuno dei fatti che possono metterli in cattiva luce. Per aiutarci a capire, per aiutarli a vincere lo scoraggiamento che viene loro – voglio dire alla maggioranza tra loro – dal peso di quei fatti.
Per cinque volte ho avuto figli di tre anni, per quattro volte ne ho avuti di 17 e 18 anni e dunque il fattaccio di Bormio mi attanaglia a tutte le età. Tre anni li aveva Renzo, il cucciolo d’uomo travolto e ucciso mentre sgambettava sulla bici. “Qui possiamo stare tranquilli” aveva detto la mamma. E lui altro che tranquillo, era felice della bici e di farsi vedere dalla sorella più grande e sbandava per superarla. Quattro dei miei figli sono passati per i 17 e i 18 anni, una ci deve ancora arrivare. Ma già avverto la piena dei sentimenti quando potrà dire a un’amica più grande: “Sali che ti porto a casa”. Non sapendo ancora che la vita è piena di trabocchetti, bella sì, bellissima ma storta e fragile. Magari l’altra osserverà: “Ti senti sicura?” E lei magari risponderà: “Prendiamo la pista ciclabile e lì possiamo stare tranquilli”. Era cattiva la notizia della morte di Renzo ma è più cattiva per me quest’altra notizia dei due adolescenti che credevano di fare una cosa quasi innocente e hanno travolto il bimbo e la sua felicità senza neanche vederli. E’ come se di colpo e insieme io abbia 3 anni, 17 e 18 e viva a Bormio e mi trovi a un tempo su quella bici e su quella moto.
I ragazzi in cura all’Istituto dei tumori di Milano sono in piazza San Pietro all’udienza del papa che li saluta – “cari piccoli amici” – e quelli saltano e gridano, gioiosi per un momento. Mi si confonde il cuore. Gioisco con loro.
Domenica andrò a votare per Rosy Bindi e su questo non dico di più: una parola è troppo e due sono poche. Ma vedi post del 10 febbraio, 4 aprile, 20 maggio.
Pazzerello seduto sulla scala di Trinità dei Monti tiene le due mani sugli occhi e sembra piangere quieto. Ma poi le toglie e si stupisce di ogni vista, indica con la mano una donna, un cavallo che tira la carrozzella, il cielo – e ride ride. Un minuto dopo ricopre gli occhi e piange mentre prepara una nuova risata. Che arriva puntuale, con nuovi gesti chiassosi. Non finirei di guardarlo. Mi pare abbia trovato il giusto ritmo per far fronte alla meraviglia e allo scandalo della vita.
Che bello il serpentone con la bandiera della pace che correva ieri sera intorno alla fontana di Nicola e Giovanni Pisano nella piazza centrale di Perugia. Lo portavano gli scouts a braccia alzate. Io ero là per una tavola rotonda convocata dalle Acli, con la partecipazione di Focsiv e Agesci, per i quarant’anni della Populorum progressio. Nel mio intervento ho segnalato ai marciatori le parole “urti di civiltà” (paragrafo 10) e “dialogo di civiltà” (paragrafo 73) di incredibile anticipo sui tempi. In finale ho dedicato loro queste parole sapienti: “Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” (paragrafo 66).
Tenere pulita Roma è un’impresa che neanche Ercole! Salgo su bus 71 fermo al capolinea di piazza San Silvestro e lo trovo pieno dei giornali usa e getta abbandonati dai passeggeri (vedi post del 17 settembre). Sono le 20,30 e ci sono le carte dell’intera giornata. E’ troppo immaginare che i concittadini gettino il giornale gratuito nei cestini. Ed è utopia supporre che gli autisti che fumano intorno al box dell’Atac mentre attendono l’ora di partenza possano raccogliere quella carta. E allora lo faccio io. Lascio la mia borsa portafogli su un sedile ancora libero e faccio il giro del bus raccogliendo i fogli. Con garbo metropolitano i passeggeri si spostano per lasciarmi prendere i giornali che hanno sotto i piedi. Nessuno dice nulla, tranne una giovane signora che domanda incredula: “Lo fa lei?” Allargo le braccia cariche di fogli nel gesto di chi dice: meglio io che nessuno. Un ultimo passeggero, circa la mia età, racoglie i giornali che sono accanto a lui, infilati tra la parete del bus e il sedile e me li porge. Gli dico un bel “grazie”. Scendo, infilo i giornali in un cestino, torno dentro, cavo dalla borsa una salviettina rinfrescante e pulisco le mani. “Che sporchi” fa un signore seduto accanto a me: “Che zozzoni!”
«Io sono un missionario della foresta, non sono un teologo, non sono nessuno e voglio tornare nella mia parrocchia. Voglio essere un uomo normale, ho il diritto di essere sporco»: così aveva parlato ai confratelli gesuiti e ai giornalisti il missionario polacco Adam Kozlowiecki al momento della nomina a cardinale nel 1998. Il padre Adam è morto il 28 settembre in Zambia all’età di 96 anni. Cinque anni passati nei campi di concentramento nazisti e poi tanti decenni in sperduti villaggi africani. Fatto cardinale da Giovanni Paolo era voluto tornare laggiù, dov’era viceparroco nella foresta a 40 chilometri dal primo posto telefonico pubblico. Di quelle parole da pesce fuor d’acqua, pronunciate al momento di indossare la porpora, mi è stata testimone diretta la collega dell’Ansa Elisa Pinna che l’aveva intervistato alla vigilia del concistoro. – Altro cardinale africano – stavolta non d’adozione ma nativo – che ha colpito tutti con il suo spirito di nascondimento è Bernardin Gantin, che dopo 25 anni passati nella Curia romana, al compimento degli 80 rinunciò senza esservi tenuto alla carica di “decano” del collegio dei cardinali (il suo posto fu preso da Ratzinger) e tornò nel suo Benin dove vive tutt’ora.
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