L’Osservatore romano con un fondo del nuovo direttore Giovanni Maria Vian e un elzeviro del vice Carlo Di Cicco ha la data di oggi ma è uscito – com’è nell’uso di questo singolare quotidiano – nel pomeriggio di ieri. Noto cinque segni di novità che mi paiono buoni e li segnalo subito come uno che deposita una busta per una scommessa sul futuro: uscirà questo numero, o questo nome. Il nuovo Osservatore ha meno pagine, meno foto, meno giochi grafici e non ha più le testatine “A Roma” e “In Italia”. L’edizione di oggi ha solo otto pagine, contro le 12-14-16 degli ultimi tempi. Ha solo otto foto contro le 18 che c’erano nelle prime otto pagine dell’edizione di ieri. Non ci sono gli sfondi grigi, i riquadri, le cornici, le “testatine” con propria grafica (quei riquadri ad apertura di pagina con – poniamo – il Colosseo stilizzato e la dicitura “A Roma”). I titoli sono meno variati nella grafica e meno marcati nel carattere, come si fosse tornati alla veste classica dell’Osservatore di Raimondo Manzini o di Valerio Volpini. Chissà se sono scelte, o prove, o frutti del caso: stiamo a vedere. A me paiono scelte nel senso della sobrietà e chiarezza comunicativa. Più d’ogni altra novità mi piace il fatto che siano cadute le pagine dedicate a Roma e all’Italia. A pagina tre c’è una notizia nostrana: “In Italia stipendi tra i più bassi in Europa” e questo fatto mi fa pensare che l’Italia sarà considerata alla stregua degli altri paesi. Ne sono felice: non se ne poteva più di un Osservatore extraterritoriale che entrava con tutti i piedi nelle questioni territoriali e municipali che sono tutte nostre. In attesa di vedere come andrà domani e dopo, rinnovo il mio “in bocca al lupo” a Giovanni Maria e a Carlo (vedi post del 30 settembre: Carlo Di Cicco un obiettore in Curia).
Il blog di Luigi Accattoli Posts
C’è un passo del volume del papa su Gesù (vedi post del 20 settembre) che dice “comprensione” per gli ebrei che resistettero alla predicazione cristiana perchè volevano restare al vino vecchio dell’ebraismo da loro conosciuto come “buono”. Poche parole che mi scatenano dentro cento domande. Eccole:
“Nei confronti degli israeliti l’evangelista Luca mostra una comprensione particolare (…) A me sembra significativo il modo in cui egli conclude la storia del vino nuovo e degli otri vecchi o nuovi. In Marco si legge: ‘Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi!’ (Marco 2, 22). In Matteo 9, 17 il testo è simile. Luca ci tramanda la stessa conversazione, aggiungendo tuttavia alla fine: ‘Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perchè dice: il vecchio è buono!’ (5, 39) – un’aggiunta che forse è lecito interpretare come un’espressione di comprensione nei confronti di coloro che volevano restare al vino vecchio” (pp. 216s).
E’ per me impreveduta e bella questa comprensione di Ratzinger per chi diffidò della novità cristiana. Una conferma della sua capacità di porsi le domande del non credente, che si avverte quando le richiama e le soppesa per cercare la risposta. Quanto poi all’attitudine di Ratzinger-Benedetto a porsi gli interrogativi degli uditori ebrei della predicazione di Gesù il lettore attento del volume ne aveva avuto una lunga attestazione nella simpatia con cui alle pp. 131ss vengono esposte le obiezioni del rabbino Jacob Neusner, che si dice “toccato” dalle parole del rabbi di Nazaret ma conclude che non le può seguire e rimane fedele all’Israele eterno. – Ma dicevo che il brano riportato sopra mi riempie di domande che fanno baldoria nella mia testa. Le butto là alla rinfusa. A me piace il vino novello e lo sto giusto aspettando in questi giorni, ma come avrei reagito se mi fossi trovato ad Atene ad ascoltare Paolo all’areopago? Non avrei detto che preferivo restare alla mia fede conosciuta come buona? Sappiamo bene che Ratzinger è astemio, ma un uomo con il suo gusto per il vino vecchio avrebbe mai accettato di assaggiare quello nuovo portato da Gesù? E ancora: se applicassimo l’immagine del vino vecchio conosciuto come buono al vecchio rito della messa? Sono solo una decina di righe quelle che ho riportato, ma c’è da uscirne ubriachi!
Leggo di un bambino di 11 anni che si è impiccato – nel vicentino – perchè i compagni ridevano delle sue orecchie a sventola. Non so passare oltre ma non so che dire. Allora faccio questo: lo chiamo Luca (sui giornali il nome non c’era), mi fermo nel lavoro, scendo in strada e faccio il giro dell’isolato portandolo con me. Dopo un lungo silenzio gli dico che sono così belli i ragazzi con le orecchie a sventola.
“Un sacerdote di Novara mi ha riferito che il tema ‘Gesù’ è molto dibattuto sui blog dai ragazzi. Il loro approccio però è impostato da libri distruttivi oggi molto diffusi e non dal testo di Benedetto XVI su ‘Gesù di Nazaret’. Quale sarà tra dieci anni l’idea di Cristo se queste idee dovessero avere la meglio? Io non mi intendo di Internet, ma specialmente le giovani suore dovrebbero entrare nei blog per correggere le opinioni dei ragazzi e mostrare loro il vero Gesù”: l’ha detto il cardinale Ruini mercoledì scorso all’assemblea dell’Unione Superiori Maggiori d’Italia (USMI). Se qualcuno dei visitatori sa del dibattito su Gesù nei blog dei ragazzi me ne dà un’idea?
I numeri del papa a Napoli (vedi post del 20 ottobre) sono usciti tutti e tre: il 15 – il papa – sulla ruota di Napoli, il 72 – la piazza – sulla ruota di Venezia, il 15 e il 32 – Napoli – sono usciti sulla ruota nazionale. In quella passeggiata in via Chiaia ero con il collega Giuseppe Rusconi della rivista “Consulente Re” che – rientrato a Roma – ha raccontato scherzando alla segretaria di redazione quel suggerimento del tabacchino per le puntate, lei ha giocato i tre numeri e ha fatto ambo. Altrettanto è capitato a due visitatori del blog che me ne hanno informato per telefono: non loro – i bloggers pare non giochino come non giocano i giornalisti – ma loro amici e parenti hanno fatto buone vincite. Diremo che papa Ratzinger sta dando i numeri (vedi commento n. 12 al post del 20 ottobre)? No di certo ma pare che qualcosa si agiti se metti un papa tedesco nella smorfia napoletana.
Ho passato quattro giorni a Napoli per il papa e la Comunità di Sant’Egidio alloggiando al Grande Hotel Vesuvio in una camera con vista su Castel dell’Ovo. Giorni volati nella solita fretta dei giornalisti e di tutti ma il mattino e la sera c’era quella veduta che mi è parsa degna della Minas Tirith del “Signore degli anelli”. Mi sono chiesto se quanto vediamo ci possa migliorare. Ho risposto di sì e quasi mi sono spaventato per i debiti accumulati lungo una professione che mi ha fatto passare da una meraviglia all’altra.
“Un istante con te vale più di una vita da solo”: letto su un muro di Rampe Paggeria, Napoli. Lo trovo esagerato ma non so deplorare chi va sopra le righe.
Nella città insanguinata Benedetto bacia il sangue di San Gennaro.
Il giornalista a volte soffre per non poter narrare il più importante: mi capita oggi per quanto ha detto il monaco buddista birmano U Uttara al Teatro San Carlo di Napoli ad apertura del meeting interreligioso “Per un mondo senza violenza” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Riporto qui alcune delle sue giuste parole, che a motivo della fitta giornata rischiano di non entrare nelle cronache: “I monaci buddisti del mio paese, tormentato da povertà, repressione e corruzione, sono usciti per via allo scopo di chiedere al regime di mettere fine a questi mali. Hanno fatto la loro richiesta pacificamente, esprimendo gentilezza e amore per ogni creatura. La repressione armata li ha colpiti in maniera terribile insieme agli studenti e ai cittadini che protestavano con loro. Tanti di noi sono stati imprigionati e non sappiamo dove siano stati portati. Abbiamo avuto dei morti, sappiamo che tanti di noi sono stati torturati. Aiutateci pregando con noi per la fine della repressione e il ritorno al rispetto dei diritti umani nel nostro paese. Grazie. Anche noi preghiamo per la pace di ogni creatura”. Al monaco saggio e mite che ha parlato così, avvolto nel suo vestito rosso, il mio più forte abbraccio.
“Il papa a Napoli 15 – 32 – 72”: così un cartello allo sportello del lotto, in una tabaccheria di via Chiaia. Chiedo come si calamitano i tre numeri e il tabacchino me lo dice con il sussiego suggerito dall’insolita circostanza: “15 il papa, 32 Napoli, 72 la piazza. Li volete giocare? Il papa porta fortuna”. Non gioco ma mi auguro – con lui – che Benedetto porti fortuna a Napoli (vedi post del 7 novembre 2006). Al tassista che mi porta all’albergo chiedo se il presidente Prodi – che sarà qui domani a ricevere il papa – corra il rischio d’essere fischiato dalla folla. “No – mi risponde con molte ‘o’ – gli battono le mani per l’indulto, per tutti i figli che erano carcerati e sono tornati a casa e noi ce li abbiamo tra i piedi”. Chissà se al papa diranno che la sua visita i napoletani se la sono giocata al lotto e se Prodi saprà mai la ragione della buona accoglienza – se buona sarà.
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