“Se la boutade di Bertone (vedi post del 20 luglio, ndr) dovesse concretizzarsi, il nostro Movimento non esiterebbe un istante a organizzare une marcia di protesta dei cattolici sotto la Sinagoga di Verona”. Il movimento è “Sacrum imperium” e queste leggiadre parole sono firmate dal “coordinatore” Maurizio-G. Ruggiero. Nel titolo del comunicato figura l’espressione “Possibile marcia sulla Sinagoga se non cesseranno le pretese dei giudei di stabilire come e per chi i cattolici devono pregare”. Nel Vangelo è scritto “renderete conto di ogni parola che esce dalla vostra bocca”: è stato il primo pensiero alla lettura del comunicato. Subito dopo, chiuso il Compaq Evo N610 dal quale avevo appreso il lieto messaggio, sono entrato nell’aerostazione di Fiumicino e ho visto sullo schienale di un luggage trolley due scritte tracciate in nero, una davanti e l’altra dietro: “Morte ai froci – A morte il pedofilo”. “Renderete conto di ogni parola” ho ripetuto a me stesso. Non pensavo al mortifero scrittore né al “Sacrum imperium” ma a me e a ogni casuale destinatario di quei messaggi. Renderemo conto anche delle parole che leggiamo, cioè dei sentimenti che esse muovono in noi. Perché il male viene dal cuore e non dalle scritte che troviamo in giro per la città o nel Web. Che dice la nostra anima quando leggiamo “marcia sulla Sinagoga” e “morte ai froci”? E’ questo che conta prima e più dell’intenzione di quegli spensierati motteggiatori.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
“Auguri stellina brilluccicosa”: scritto sulla parete di destra dell’uscita dal sottopasso della stazione di “Roma San Pietro”.
Caro Maestro, le scrive il collega Bruno Volpe di “Millenio Messico” e collaboratore di “Petrus”. Abbiamo avuto il piacere di cenare assieme una volta in Cracovia con il compianto Petrosillo. Vorrei dirle con la massima franchezza: la idea di modificare il messale di san Pio V corretto da Giovanni XXIII ventilata per placare gli ebrei non mi trova d’accordo e cerco di spiegare il perché. Intanto non sta bene che una norma – cioè il motu proprio – viene messa in discussione ancor prima della entrata in vigore il 14 settembre, è di cattivo gusto. Poi: la preghiera sulla conversione dei perfidi ebrei si recita nel triduo pasquale che per lo stesso motu proprio è escluso dal messale tradizionalista. Nella messa della vigilia pasquale tra le intenzioni, la numero sei, ve n’è una che parla degli ebrei e nel capitolo 10 di Marco Gesù parla in tema di divorzio della durezza di cuore dei farisei, che erano ebrei. Vogliamo dunque riformare anche il Novus Ordo e il Vangelo di Marco? Grazie, Bruno Volpe
E’ la prima volta che uno mi chiama maestro e la prendo come una simpatica barzelletta. Le dico brevemente: sarei contento che la correzione ventilata dal cardinale Bertone si facesse, ma ritengo che sia difficile farla. Non per i motivi che dice lei, piuttosto per il rischio di scontentare la galassia tradizionalista che il motu proprio voleva avvicinare. Quanto all’esclusione dell’uso del vecchio ordo nel “triduo santo” va precisato che riguarda solo le celebrazioni senza il popolo. Per quelle con il popolo è possibile usarlo: questo punto è stato chiarito da varie autorità. Ma è possibile solo nel testo del 1962, che prega “per la conversione degli ebrei” senza le espressioni “perfidi” e “giudaica perfidia” già emendate da Giovanni XXIII. Sull’atteggiamento da tenere verso i “fratelli maggiori” il Vaticano II ha segnato un passo decisivo che è perfettamente rispecchiato dal rifacimento di quella preghiera voluto da Paolo VI. Sarebbe bello se per via di convincimento e non di autorità si arriasse tutti a pregare con quel testo. Luigi
“Da oggi è attivo il mio blog” avverte un’e-mail di Andrea Tornielli vaticanista del Giornale: http://blog.ilgiornale.it/tornielli. Segnala, tra i blog “amici”, anche il mio e io gli ricambio il bel garbo segnalando il suo. Andrea è un caro collega, attivo e combattivo, che diversi tra i miei visitatori citano nei loro commenti. Sta avendo un buon successo con il volume su Pio XII appena uscito da Mondadori e sono in commercio decine di altre sue pubblicazioni. Gli auguro il meglio anche per il blog. – Quanto a questo mio “diario in pubblico” lo vedo e lo voglio diverso da quelli professionali di altri colleghi, da Magister a Rodari per rifarmi a quelli segnalati da Tornielli. Immagino che risulterà diverso anche rispetto alla variante proposta ora da Andrea. Non voglio dire parole eccessive per una piccolezza come un blog, che considero poco più di un gioco ma sta il fatto che io scrivendo per il Corsera e per la rivista Il Regno non avrei affatto bisogno di una terza bacheca per “dire di più” in quanto osservatore delle fedi: qui io cerco di esprimermi oltre la professione. Mi propongo di reagire ai giorni come uomo, se la frase non suonasse eccessiva. E cerco di farlo come uomo cristiano. Forse è una pretesa semicomica ma se qualcuno mi chiedesse che cosa mi riprometto riguardo ai visitatori, sarei tentato di rispondere che anche nei loro confronti – o almeno nei loro commenti – io cerco l’uomo. E’ per questo che mi sono imposto una regola empirica di alternanza tra i temi che vengo trattando: a un post d’argomento professionale cerco di farne seguire uno di varia umanità. Perché se cerchi l’uomo devi guardare dappertutto. – Avendo detto del blog, approfitto per ringraziare i visitatori che sono in costante crescita e in particolare quelli che lasciano commenti. I tre post sulla messa tridentina hanno avuto complessivamente 216 commenti. Il più commentato è arrivato a quota 131! Ringrazio anche – senza nominare nessuno – i commentatori che apprezzano il mio modo di “moderare” il dibattito e quello di proporre spunti puntando sulla variazione e la contaminazione degli argomenti. Buona estate a tutti. Luigi
Una nipote che vive nelle Marche – dove sono nato – mi manda questa piccola storia vera, che considero un’aggiunta a quelle che ho raccontato nel volume Islam. Storie italiane di buona convivenza. Grazie Agnese, ti voglio bene!
Sono in ospedale con il nostro bimbo di 4 anni, Riccardo, per un controllo. La caposala ci assegna una stanza, entriamo, è buio, l’odore che si respira non è gradevole. Nell’ombra scorgo una ragazza con il velo che le copre i capelli. Penso a dove siamo capitati.
Ripongo le mie cose con un po’ di freddezza e noto su un letto la piccola Elahe immobile con un tubo alla gola, attaccata ad un macchinario che le consente di vivere. Esmet, la mamma, apre le finestre per cambiare l’aria. Ci accoglie con un grande sorriso e ci presenta la figlia.
Inizialmente é un po’ difficile capirsi con la lingua. Esmet e Elahe sono iraniane, ma lei era insegnante nel suo paese come lo sono io nel mio e iniziamo a parlare. Nasce una bella intesa e anche Riccardo si avvicina al letto per accarezzare Elahe.
Esmet mi ha chiesto di scriverle le preghiere italiane: l’angelo di Dio, il Padre nostro, l’Ave Maria. Le abbiamo regalato il Vangelo, ci ha ringraziato in modo unico come pochi sanno fare. Erano in ospedale da due anni impedite a rientrare in Iran perché la bambina non reggerebbe il viaggio senza la macchina che la tiene in vita.
Ora Esmet e la figlia sono uscite e abitano vicino all’ospedale così per le emergenze lo possono raggiungere in poco tempo. Elahe vive immobile nel suo lettino in una cameretta con tanti giochi che non userà mai. La mamma ha decorato la stanza con pupazzetti attaccati ai vetri, ha cucito delle tendine dolci e colorate.
A Natale hanno chiesto a un infermiere di assistere la bambina e sono venuti a casa nostra, a Riccardo hanno regalato un microscopio. La loro visita è stato il più bel regalo di Natale che la nostra famiglia abbia ricevuto.
Ci sentiamo spesso e quando posso le vado a salutare. Il marito di Esmet cerca un lavoro ad Ancona per stare vicino alla famiglia. Per ora riesce a venire solo il fine settimana. Grazie a Dio per questo incontro. Agnese Accattoli
“Francesca che brilla nel cielo come la luna. Super Nello”: letto sulla parete di sinistra della galleria romana Principe Amedeo Savoia-Aosta per chi la percorra andando verso il Tevere.
Dedico tre battute a Gaspare Barbiellini Amidei che ci ha lasciati l’altro ieri a 72 anni: quella che mi disse al momento della mia assunzione al Corsera nell’agosto del 1981, una dell’ultimo incontro e una terza con cui gli hanno reso “onore” i colleghi di “Avvenire”. L’assunzione l’aveva decisa il direttore Alberto Cavallari che dopo firmato il contratto mi portò da Barbiellini Amidei che aveva la carica di “vicedirettore vicario”. “Non ho nessun merito o demerito per la tua assunzione – disse quando restammo soli – perché neanche sono stato consultato, ma sono contento perché ti conosco come un cristiano e qui siamo davvero pochi. Questo crocifisso che ho messo alla parete credo sia l’unico in tutta la redazione”. L’ho visto l’ultima volta il settembre scorso, all’indomani dell’incidente di Regensburg e questo fu il suo commento: “Dobbiamo aiutare il papa a intendere le ragioni dei musulmani e dobbiamo aiutare i laici a capire che ha ragione il papa. Con i musulmani noi giornalisti non credo che possiamo fare nulla finchè non ci sarà libertà nei loro paesi”. Infine Avvenire che ha dedicato a Gaspare queste belle parole: “In tempi e in ambienti in cui non era facile dichiararsi cattolici egli non si è mimetizzato, diventando un chiaro punto di riferimento”.
Un ragazzo vicino alla laurea tornando a casa dalla palestra si affaccia sul giardino e dice: “Papà e mamma, vi devo parlare”. Il papà – che sta dando acqua alle piante – risponde da dietro una siepe: “Parla alla mamma che poi mi dice”. “No” fa il ragazzo, “ci dovete essere tutti e due”. “Accidenti” pensa il papà: “E’ andato a sbattere con la macchina”. “Invece doveva dirci che aveva deciso di farsi prete”, conclude il mio amico commosso.
A proposito della messa tridentina ci scrive un amico missionario in Congo che già aveva partecipato ai nostri dibattiti e che anche stavolta invita a guardare più ampiamente e andare al largo. Il suo è un aiuto a ridimensionare i problemi mettendoli – come è giusto – su un tappeto grande quanto il pianeta. Grazie Mario!
Kinshasa, 11 luglio 2007 – Caro Luigi, vedo nel tuo sito e altrove molti interventi circa il motu proprio sulla Messa tridentina, come se si trattasse di un evento che mette in questione il cammino conciliare. Tutto questo, visto di qui, mi sembra un po’ esagerato. Voglio solo portare la testimonianza di cosa capita qui a Kinshasa ove da molti anni convivono pacificamente i due riti: quello Romano e quello Zairese, senza che alcuno pensi che siano in contraddizione (entrambi però seguono il Messale e Lezionario di Paolo VI). Inoltre in quasi tutte le parrocchie di Kinshasa alla domenica vi è la Messa “latino-francese” ove si cantano molte parti in latino (Asperges, Kyrie, Gloria, Credo, Prefazio, Pater) mentre il resto è in francese. Ho sentito molto più latino qui a Kinshasa che in Europa o in nord America. Una tipica domenica di Kinshasa avrà la Messa in rito zairese (dura almeno 2 ore) in lingua lingala con molti canti e danze; una Messa latino-francese e una Messa francese alla sera. Tutte frequentatissime e ben curate sia nella rispetto delle norme liturgiche del sacerdote e ministri che nel canto molto curato (ogni parrocchia ha varie corali ben preparate). Per quanto posso capire, non credo che il Motu Proprio porterà scompiglio o scandalo nella Chiesa della Repubblica Democratica del Congo (che è pur la più vasta d’Africa con oltre 30 milioni di cattolici). Un cordiale saluto a te e alla tua famiglia. Complimenti per il tuo sito che consulto ogni giorno (quando c’è corrente e riesco ad aprire internet). Mario Barbero
Le righe della lettera del papa ai vescovi – pubblicata sabato ad accompagnamento del motu proprio sulla messa – che meglio mi hanno raggiunto sono queste: “Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente”. Credo che indirettamente qui vi sia riassunto il sentimento di papa Benedetto nei confronti del mea culpa wojtyliano: esso principalmente ci ammaestra sul dovere di fare ogni sforzo perchè la “colpa” non si ripeta.
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