Il blog di Luigi Accattoli Posts

Vado a messa a Santa Maria Maggiore e si prega – come sempre – per il nostro papa tedesco, invitati a farlo da un celebrante polacco. Assiste alla messa solenne l’arciprete della Basilica che è un cardinale statunitense, mentre il diacono è un nero e il maestro che aiuta l’assemblea a rispondere ai canti lo diresti cinese, o coreano. Uscendo dalla Basilica mi imbatto in una processione della comunità filippina che ha sede in Santa Pudenziana e sfila festante e danzante con tamburi e statue coperte di fiori. Forse un giorno i romani riscopriranno il Vangelo attestato tra loro da forestieri, come ai tempi di Pietro e Paolo.

Da dieci giorni non ho pace – sul lavoro – per la vicenda dei preti polacchi che collaborarono con la polizia segreta del regime comunista, ma soprattutto sento una grande pena per quei poveri Wielgus! Ho studiato la questione e ho parlato a lungo con uno di loro, con il quale sono in trattative per un’intervista. Mi sono fatto l’idea che è ingiusto, ingeneroso, antistorico infierire su di loro per la “collaborazione”. Certo si dovrà appurare se hanno responsabilità specifiche, cioè se hanno danneggiato qualcuno con le “chiacchiere” con cui tenevano buoni gli agenti loro persecutori. E se hanno intascato denaro. E se hanno mentito quando è stata loro chiesta la verità su quel passato. Ma il fatto di aver “collaborato” io penso debba essere considerato veniale. Erano circuiti, pressati, minacciati, ricattati e generalmente – a quanto finora appurato – si sono limitati da dare informazioni “apparenti”, cioè a dire qualcosa di vagante per trarsi d’impaccio. Anche l’aver firmato un impegno a collaborare lo vedo come un gesto perdonabile: certo una debolezza, un’imprudenza, un errore. Ma se non c’erano di mezzo soldi, danni al prossimo e giuramenti falsi post-factum, io credo meritino una sanatoria. – Ecco il giuramento che Wielgus, l’arcivescovo dimissionario di Varsavia, rilasciò al nunzio prima della nomina: «Io giuro che nel corso degli incontri e dei colloqui con la polizia e i servizi segreti, in concomitanza con i miei viaggi all’estero negli anni settanta, non ho mai parlato contro la Chiesa e non ho mai detto niente di cattivo contro membri del clero o del laicato». Qui c’è – io credo – l’errore di non aver menzionato la firma di un impegno a collaborare: il “memorandum” dell’episcopato dell’agosto scorso invitata i “firmatari” a riconoscere la gravità di quell’atto. E poi Wielgus ha mentito di fronte alla nazione e anche quella è una colpa. Ma avesse ammesso d’aver firmato – come poi si è visto che aveva fatto dai documenti che sono stati pubblicati – e non avesse mentito ai media, di che lo si poteva accusare? Di non essere stato un eroe, non d’altro. Dove finirà la Polonia se non saprà perdonare ai figli che non erano nati per essere eroi?

“La società mi insegna solo a odiare – mi esprimo illegalmente e cerco di amare”: scritto a grandi lettere nere su un vagone della Metro B di Roma. Attenzione, questo imbrattatore di treni sembra aver letto Agostino: “Ama e fa’ cio che vuoi”.

Nei giorni della morte di Piergiorgio Welby (vedi post del 12, 22, 24 dicembre) appariva fugacemente nei telegiornali un sacerdote al quale veniva attribuito l’annuncio del funerale religioso e l’affermazione che “negli ultimi tempi” Piergiorgio si era “riconciliato con Dio”. Ho rintracciato quel sacerdote che da oltre sette anni frequentava la famiglia Welby e che l’aveva visto l’ultima volta due giorni prima della morte. Si chiama don Giovanni Nonne ed è uno dei salesiani della parrocchia San Giovanni Bosco sulla Tuscolana. Racconta che essendo andato a benedire la salma, all’uscita dall’abitazione gli fu chiesto da qualcuno quando ci sarebbe stato il funerale e che ne era del Welby un tempo “cattolico” e poi radicale o quasi. Aveva risposto che la data del funerale non era stata ancora fissata e aveva concluso: “Spero che negli ultimi istanti si sia riconciliato con Dio”. Mina e Piergiorgio, dice ora a me, si erano conosciuti in parrocchia e un tempo erano ambedue praticanti, ma lei lo è restata – e il prossimo 21 parteciperà alla messa di trigesimo – mentre lui da una decina d’anni si era “molto raffreddato” e non reagiva o si mostrava allergico a chi gli proponeva spunti cristiani. Quando Mina gli ha detto “ti farò un funerale religioso” aveva annuito. E un cenno analogo, ma senza parole, aveva fatto quando don Giovanni gli aveva parlato, nell’ultimo incontro, della “scommessa” di Pascal. Conclusione di don Giovanni: “Tanta sofferenza non può essere stata inutile”. Aggiungo di mio che al funerale sulla piazza nessuno ha detto parole cristiane. Soltanto in queste di Mina ho avvertito il respiro della preghiera: “Ora mi è passata anche la tristezza e ti sento contento, ti sento libero”

“Ho ricevuto un messaggino della befana, che dovevo mandare ad altre tre sennò ce restavo io befana! Ne ho mandato uno a Silvia, uno a Tiziana e il terzo, che non sapevo a chi darlo, l’ho mandato a mia cugina Giulia. Ma quella scema non ha capito e me ne ha rispediti tre a me. Adesso che faccio, ne devo mandare nove?” (conversazione ascoltata ieri sera sul bus 71, a Roma)

A Como per una conferenza vado in Duomo e vi trovo il vescovo Sandro Maggiolini che ogni pomeriggio passa due ore in confessionale. “Spero di poter continuare con questa mia regola anche quando sarà arrivato il nuovo vescovo”, mi dice con riferimento al fatto che ha compiuto i 75 anni ed è già nominato il successore, che è il vescovo di Livorno Diego Coletti. Ci abbracciamo, ricordiamo a chi è presente all’incontro che ci conosciamo dai tempi della Fuci, quando io ero uno studente universitario e lui un giovane assistente, tant’è che ancora lo chiamo “don Sandro”. Parliamo della sua salute, gli dico che è bravo nella reazione al tumore che lo tormenta da diversi anni. Ed ora, da lontano, aggiungo che quel “bravo” era riferito in particolare alla forza che dimostra parlando con libertà di spirito della sua malattia che l’ha reso per più aspetti invalido. Nel 1982 pubblicò un volumetto da Rizzoli intitolato “Quasi sorella morte”, che aveva un’introduzione di Giovanni Testori e che mi chiamò a presentare a Milano. Ricordo d’avergli mosso un mezzo rimprovero, dicendo che “se i laici censurano la morte, i cristiani a volte ostentano una confidenza eccessiva”. Oggi do atto a don Sandro che la sua non era ostentazione.

Di passaggio a Firenze vado a sedermi sulla gradinata di Palazzo Vecchio come facevo in libera uscita quand’ero “lupo di Toscana”. Sento avvicinarsi le grandi ombre del Savonarola che qui fu bruciato e di La Pira che qui fu sindaco. Già vedo intenzionati a piantare grane Michelangelo e Donatello che proprio su questa gradinata hanno un David e una Giuditta. Ma è con me la figlia più giovane! Chiedo scusa alle grandi ombre e con lei mi diverto a movimentare la vita ai due leoni che hanno la zampa su una sfera di marmo, davanti alla Loggia dei lanzi. Aiutato dai cartoons li convinco a giocare a palla per la piazza, scartando i turisti e facendo girare le statue. Ride Miriam al mio gioco e mi pare che un poco ridano i due felini solenni e ginnici, appena si riprendono da quel palleggio scatenato.

Tra i regali di Natale ho avuto l’ultimo poemetto di Alda Merini, Cantico dei Vangeli, appena pubblicato da Frassinelli. E’ una lettura felice, dell’unica voce di mia conoscenza che parla con naturalezza di Dio, dopo la morte di Raboni e di Luzi. Ecco le parole sorprendenti che mette in bocca al Cristo “fuggito” dal sepolcro: “Addio crocifissione, / in me non c’è mai stato niente: / sono soltanto un uomo risorto”. Riporta la profezia del Battezzatore che annuncia “colui” che verrà a battezzare “in Spirito e fuoco” e nove pagine più avanti fa tre versi con tre parole per dire la “prova d’amore” offerta da Cristo all’uomo: “carne, / spirito, / fuoco”. Leggendo Alda, donna pazza d’amore, hai l’impressione di toccare il mistero quasi a ogni pagina: “sfioro le acque come sfioro la mano di Dio”.

Ho visitato una mostra stupenda, che dà una buona idea di come sia antica l’anima di Roma e formicolante di segni umani il terreno su cui noi romani camminiamo: “Memorie dal sottosuolo. Ritrovamenti archeologici, 1980 – 2006”, alle Olearie papali, aperta fino al 9 aprile. Seconda scoperta: rivedere le Olearie – cioè le cantine per la conservazione dell’olio – dopo il restauro. Con le loro volte abbassate e con tutte quelle cisterne e anfore, curate come opere d’arte. Realizzate nel Settecento: e dunque non era solo arretratezza lo Stato Pontificio d’allora. Ma che cosa non è mai il sottosuolo di Roma: in soli 25 anni, scavando per la linea C della metropolitana e le autostrade e i parcheggi sotterranei, o per risistemare il Palatino, la piazza del Pantheon, un convento a Trinità dei Monti, un tratto qualsiasi dell’Appia o della Prenestina, ecco che saltano fuori in continuità monili e pietre preziose, monete, statue, oggetti d’oro e argento, mosaici, sarcofagi (bellissimo il Sarcofago degli sposi, ritrovato a Lunghezzina, lungo l’autostrada Roma-L’Aquila), tombe con arredi fastosi per la bellezza femminile o per banchetti. Già Fellini, in Roma, aveva festeggiato la città sotterranea che ritrovi scavando per la Metropolitana. Ma pareva licenza poetica, qui invece trovi più di mille reperti, a campione di tantissimi altri, ritrovati in appena due manciate di anni. Quando si dice Roma si dice questo affollamento sotto i piedi. Questa densa profondità. E lo stupore delle scritte su lapidi, cippi, stele funerarie, frontoni di templi, incise con i caratteri esatti del maiuscolo del computer: insomma l’Old Roman accanto al New Roman.

“Che stai cercando?” chiede lui all’uscita della metro, aspettando che lei si stacchi dalla vetrina. E la donna: “Cerco sempre qualcosa che non si trova”. – Quella battuta mi è tornata di notte e mi cresceva dentro, tanto da costringermi a ritrovarla a pagina 85 dell’edizione Rizzoli delle Poesie mistiche di Gialal Ad-Din Rumi: “M’han detto: non si trova quello che cerchi, molto l’abbiamo cercato! / Ma la cosa che mai non si trova, quella io desidero!”