Il blog di Luigi Accattoli Posts

Eccoci al cuore del discorso del papa ai vescovi svizzeri, che sto commentanto da tre post in qua: “Mi è venuta in mente la parola di sant’Ignazio: ‘Il cristianesimo non è opera di persuasione, ma di grandezza’ (Lettera ai Romani 3,3). Non dovremmo permettere che la nostra fede sia resa vana dalle troppe discussioni su molteplici particolari meno importanti, ma aver invece sempre sotto gli occhi in primo luogo la sua grandezza. Mi ricordo, quando negli anni ottanta-novanta andavo in Germania, mi si chiedevano delle interviste, e sempre sapevo già in anticipo le domande. Si trattava dell’ordinazione delle donne, della contraccezione, dell’aborto e di altri problemi come questi che ritornano in continuazione. Se noi ci lasciamo tirare dentro queste discussioni, allora si identifica la Chiesa con alcuni comandamenti o divieti e noi facciamo la figura di moralisti con alcune convinzioni un po’ fuori moda, e la vera grandezza della fede non appare minimamente. Perciò ritengo cosa fondamentale mettere sempre di nuovo in rilievo la grandezza della nostra fede – un impegno dal quale non dobbiamo permettere che ci distolgano simili situazioni”. – Più avanti torna a parlare della “grandezza” della fede: “Questo intimo essere con Dio e quindi l’esperienza della presenza di Dio è ciò che sempre di nuovo ci fa, per così dire, sperimentare la grandezza del cristianesimo e ci aiuta poi anche ad attraversare tutte le piccolezze, tra le quali, certamente, esso deve poi essere vissuto e – giorno per giorno, soffrendo ed amando, nella gioia e nella tristezza – essere realizzato”. – Ed ecco come insiste sull’argomento per la terza volta: “La cosa veramente grande nel Cristianesimo, che non dispensa dalle cose piccole e quotidiane, ma che non deve neanche essere coperta da esse, è questo poter entrare in contatto con Dio”. – Nel parlerò ancora, in altri post, di questo concetto che in Ratzinger è davvero centrale. Qui mi limito a tre osservazioni. 1: Benedetto XVI può essere visto come un cantore della “grandezza” della fede cristiana; egli sa che il futuro del cristianesimo dipende dalla percezione di quella grandezza. 2: Si tratta di una “grandezza” (bellezza, felicità, pienezza) che consiste nel porre il credente in  contatto con Dio e che si sperimenta essenzialmente nella preghiera. 3: per mostrare al mondo la grandezza della fede cristiana è necessario averla conosciuta; a nulla giovano le campagne promozionali che si appoggiano a mezzi umani.

“Il Signore ha un corpo in questo nostro tempo”: parole vive di papa Ratzinger ai vescovi svizzeri (vedi post precedente), improntate al coraggio cristiano e al sentimento del tempo difficile che viviamo. Eccole con il terreno da cui spuntano: “Vangelo e istituzione sono inseparabili, perché il Vangelo ha un corpo, il Signore ha un corpo in questo nostro tempo. Perciò le questioni che a prima vista appaiono quasi soltanto istituzionali, sono in realtà questioni teologiche e questioni centrali, perché vi si tratta della realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo”. La contrapposizione tra Chiesa mistero e Chiesa istituzione fu tipica del ’68 cattolico. Ratzinger è stato sempre tra coloro che mantennero inseparabili le due attenzioni ed è l’attaccamento a quell’unità cattolica che l’ha fatto papa. Ma mutano i tempi e oggi non è più alla sua difesa che si deve applicare il papa teologo, ma alla riscoperta della “grandezza del cristianesimo” (come vedremo nel prossimo post), in un’epoca che ne percepisce la stanchezza. E’ già sentimento di quella grandezza poter affermare – avere cioè l’anima e l’animo di farlo – che il Vangelo anche oggi ha un corpo: cioè un piccolo gregge che lo incarna, prima di professarlo. Ma ancora più felice è la proclamazione che “il Signore ha un corpo in questo nostro tempo”: sta a dire che non ci sono solo le parole di Gesù a ricordarlo all’umanità contemporanea, ma c’è pur sempre sulla terra la famiglia di coloro che egli ha chiamato amici e con i quali ha promesso di restare per sempre.

Torno sul discorso a braccio fatto dal papa ai vescovi svizzeri il 9 novembre: si presta al mio progetto di mostrare la forza di parola di Benedetto XVI (vedi post del 12 giugno e del 19 ottobre). Quel discorso l’ho lasciato posare dentro di me e ora lo riprendo in alcuni post, nei passaggi più vivi. – Il papa innanzitutto si scusa di parlare a braccio. Noi guardiamo alle parole che improvvisa come a una buona opportunità per entrare nella sua veduta e lo stesso – possiamo immaginare – sarà stato per i vescovi che l’ascoltavano. Ma egli si rammarica di non aver avuto il tempo per una riflessione compiuta, che comporta lo sbocco nella pagina scritta: “Vorrei chiedere scusa anche per il fatto che mi sono presentato già nel primo giorno senza un testo scritto; naturalmente, un po’ avevo già pensato, ma non avevo trovato il tempo di scrivere. E così anche in questo momento mi presento con questa povertà; ma forse essere povero in tutti i sensi conviene anche ad un Papa in questo momento della storia della Chiesa”. – Qui la povertà reale – cui allude quella simbolica della mancanza di un testo scritto – è l’assenza di una risposta soddisfacente alle necessità vissute oggi dalla Chiesa: diminuiscono le vocazioni, cala la pratica, scemano i battesimi e la natalità, si indeboliscono i matrimoni: che fare? “Non lo so” aveva detto ai vescovi tedeschi nell’agosto del 2005 a Colonia, e lo stesso dice ora in sostanza agli svizzeri. La povertà del trovarsi senza discorso allude alla mancanza di risposte sicure, tipica dell’oggi della Chiesa. – In questa richiesta di scuse troviamo anche la spiegazione del perchè il povero papa senza risposte non abbia potuto sopportare che si desse per pronunciato il discorso che il 7 novembre, ad apertura della visita dei vescovi svizzeri, per errore la Segreteria di Stato aveva trasmesso alla Sala Stampa (vedi post dell’8 novembre). Quel testo era sì scritto, ma non era affatto portatore delle risposte tanto attese. E non solo: in esso non era espressa la consapevolezza della povertà di risposte. Una consapevolezza che Benedetto avverte come possibile punto di partenza per la preghiera e la riflessione. Se c’è coscienza della povertà, egli viene a dire, siamo almeno nella verità.

La satira di Crozza non è granchè, ma non credo che il papa se ne offenderebbe, se la vedesse. Baso questa presunzione sulle parole con cui rispose – l’agosto scorso – a una delle domande che gli furono poste da un pool di televisioni tedesche: “Quale ruolo hanno nella vita di un Papa lo humour e le leggerezza dell’essere?” Questa la risposta: “Io non sono un uomo a cui vengano in mente continuamente delle barzellette. Ma saper vedere anche l’aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio. E noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo così tanta importanza”. 

L’Ansa ha pubblicato ieri questa notizia:

TELEPACE: COMUNE ROMA VOTA MOZIONE CONTRO CHIUSURA. DOCUMENTO VOTATO ALL’UNANIMITÀ, PRIMO FIRMATARIO BALDI (FI) (ANSA) – ROMA, 13 nov – Impegno per il sindaco a tutelare la redazione romana di Telepace «che da anni costituisce una risorsa dell’informazione cittadina e un punto di riferimento nel panorama internazionale». È questo il punto principale della mozione votata oggi dal consiglio comunale di Roma, all’unanimità, primo firmatario il capogruppo di Fi, Michele Baldi, in merito alla recente disposizione di Telepace che ha previsto una drastica chiusura degli spazi informativi della
redazione romana e annunciato la necessità di cessare i rapporti di lavoro coi giornalisti, tutti romani, che la compongono. «Forza Italia – spiega Baldi – è contraria a questa decisione e nell’imminenza del decisivo e delicato confronto tra l’Fnsi e Telepace previsto per il 17 novembre, ho provveduto a presentare questa mozione nella quale si  parla anche della necessità di salvaguardare la dignità e il lavoro dei giornalisti, di indurre i dirigenti a revocare la decisione di chiudere gli spazio informativi e licenziare i giornalisti con un provvedimento dell’Associazione Stampa Romana definisce e l’opinione pubblica avverte come ritorsivo». Nella mozione si chiede che Telepace di  Roma non sia discriminata rispetto alle altre sedi, e infine si impegna il sindaco a favorire un’intesa tra Fnsi e Telepace, sulla base delle determinazione dell’ordine dei giornalisti, dell’Inpgi, del ministero del Lavoro e della magistratura «in un quadro di ripristinata legalità e normali relazioni sindacali».

“Patatonzola ti amo. by patatonzolo”: letto a Ferrara, su un muro di via Gianfranco Rossi (scrittore).

Stazione Termini. Giovane zingara con tetta di fuori allatta il bimbo e occhieggia intorno cercando chi borseggiare. Incrocia una suora di Madre Teresa curva sul suo borsone con latte e coperte, che cerca chi aiutare. Due donne velate. Altera la zingara, dimessa la suora indiana. Ugualmente dotate di sguardo.

Gaffe, giallo, cortocircuito, incidente, disguido: i media hanno qualificato fantasiosamente il discorso del papa ai vescovi svizzeri pubblicato ieri pomeriggio e subito ritirato. Ho letto che era un fatto senza precedenti e questo non è vero: ben ricordo lo sbalordimento di noi giornalisti nella sala stampa della visita papale a Lubiana, Slovenia, il pomeriggio del 17 maggio 1996, quando fu distribuito il testo inglese di un discorso del papa – il secondo della visita – che conteneva un paragrafo assente dal testo ufficiale in sloveno e dalle traduzioni in altre lingue; un paragrafo in cui Giovanni Paolo II addirittura annunciava la convocazione di un sinodo europeo. Errori del laboratorio papale, che non è affatto quella macchina straordinaria di cui parla la leggenda. Un’altra volta per una delle tante visite di papa Wojtyla ad Assisi ci fu dato un discorso “giusto”, ma con la data di una precedente visita dello stesso papa ad Assisi. Gli uffici della Segreteria di Stato prima di abbozzare un testo per il papa vanno a vedere i precedenti e possono succedere pasticci, come in ogni “segreteria”. E’ già tanto che ieri si siano accorti dell’errore nel giro di qualche ora! Del resto non ne è venuta nessuna conseguenza: il testo pubblicato, che era stato preparato per la visita che i vescovi svizzeri avrebbero dovuto fare a Giovanni Paolo all’inizio del 2005 (poi cassata per l’aggravamento del papa), era perfettamente collimante con le preoccupazioni di papa Ratzinger. Ma questa mia reazione fredda, quasi divertita, non è di tutti: stamane un osservatore di lungo corso delle cose vaticane, con il quale commentavo la faccenda, mi ha detto allarmato che ci vedeva “il segno chiaro che qualcuno in Vaticano boicotta il papa”.

Oggi non mangio per i morti di Napoli e per solidarietà con i napoletani. “Pregare e digiunare, due mezzi apparentemente insignificanti, che hanno la forza della debolezza e la potenza di attraversare le nubi e giungere al cuore del Padre”: così ha parlato il cardinale Crescenzio Sepe chiamando per oggi a una giornata di digiuno e di preghiera per la città, “colpita da un rigurgito di violenza che opprime e offende la dignità di ogni uomo”. Non vivo a Napoli ma mi veco coinvolto perchè sostengo che gli uomini di Chiesa dovrebbero ristabilire l’antico uso delle preghiere e dei digiuni pubblici come reazione alle sventure della città degli uomini. In un post del 12 aprile intitolato “Chiamare al digiuno” riportavo il grido di sgomento del vescovo di Arezzo per il ritrovamento di due morti ammazzati in un fosso, a Terranuova Bracciolini e scrivevo: “Perchè in casi come questi non si invita al digiuno oltre che alla preghiera?” Ora qualcuno invita e io digiuno.

“Nei primi giorni avevo con me un Corano. Leggerlo mi dava conforto. Ma poi sono stato trasferito da un’altra parte e non l’ho potuto potare con me”: è il racconto al collega Renato Caprile di Repubblica fatto da Gabriele Torsello, il fotografo convertito all’islam rapito in Afghanistan da guerriglieri nati musulmani. Anche Aldo Moro prendeva conforto da una Bibbia nel carcere delle Brigate Rosse. Gliel’avevano procurata i rapitori, nati cristiani.