“Combatteremo insieme contro questo mondo di merda. Ti amo Marta”: scritta rossa – come si addice all’amare e al combattere – che leggo sul muretto di un belvedere a lato della chiesa di San Nicolò all’Isola, a Sestri Levante. Cosa non siamo capaci di scrivere, noi scriventi, per fare colpo sulle ragazze.
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“La politica come ordine supremo della carità: questa io credo dovrebbe essere la grande avventura per chi ne sente la missione. A questo penso si riferisse Paolo VI quando parlava della politica come della ‘forma più alta della carità’. E’ questo che mi ha spinto a essere fin troppo chiaro (qualcuno ha scritto ‘rude’) negli interventi di questi ultimi giorni sui drammi dei profughi e dei rifugiati: nessun politico dovrebbe mai cercare voti sulla pelle degli altri e nessun problema sociale di mancanza di lavoro e di paura per il futuro può far venir meno la pietà, la carità e la pazienza”: così il segretario della Cei Nunzio Galantino in un testo su De Gasperi pubblicato ieri. Colui che ha scritto “rude” sono io. Ma ora Galantino è mezzo pentito delle polemiche che sono venute da quegli “interventi” e ieri ha rinunciato a tenere a Pieve Tesino la lectio degasperiana nella quale sono contenute le parole che ho riportato sopra. Nei commenti qualche spiegazione di servizio.
Torno a Sestri Levante, salgo alla chiesa romanica di San Nicolò, che è sempre chiusa, e ritrovo le amiche cicale che sono sempre aperte.
In parrocchia c’è il Rosario che precede la processione con la statua dell’Assunta, la sera del 15 alle 21. Ogni decina è per uno dei continenti, in risposta all’idea della Chiesa in uscita di Papa Francesco e la coordinatrice chiama a guidare le decine persone che rappresentano varie categorie parrocchiali: “Vengano due bambini della Prima Comunione, due giovani non sposati, una coppia di sposi, due vedovi, due vedove”. Per gli sposi si avvicinano due con lei che ha in braccio una bambina di sei anni, Eleonora, operata per tumore al cervelletto. Testolina in un foulard bianco. Tutta occhi. Non c’era accordo: dopo un momento d’incertezza, si sono mossi loro. Ne avevano motivo. E’ stata la decina più pregata.
Manzoni 17. Eccoci a un capitolo 17 dei “Promessi sposi”, quello del passaggio dell’Adda da parte di Renzo in fuga da Milano, che amo più d’ogni altro per le pagine d’avvicinamento al fiume, che da ragazzo avevo imparato a memoria: nei commenti riporto i brani di maggior presa. E’ anche il capitolo dove più spesso torna la parola Provvidenza, che è – forse – il vero protagonista del romanzo: nove volte, e nei commenti li riporto quasi tutti. Ma è anche il capitolo dove Renzo formula questa sentenza che dedico ai visitatori riferendola abusivamente agli insulti via blog, mentre lui la rivolge contro “quel mercante” che in un’osteria di Gorgonzola aveva ascoltato narrare i disordini milanesi di cui era diventato un involontario protagonista: “E imparate a parlare un’altra volta; principalmente quando si tratta del prossimo”.
“Rivedremo i pellegrini camminanti per le vie di Roma: l’austerità di Papa Francesco e i pochi fondi per risanare le strade ci faranno riscoprire il pellegrinaggio a piedi. Sarà il miglior dono che verrà a noi romani dal Giubileo della Misericordia, se – come pare – avrà un poco di misericordia anche per la città”: è l’avvio di un mio articolo di finta erudizione sui romei appiedati, pubblicato lunedì dal Corsera romano.
“Galantino taglia e cuce ma non lo fa per inesperienza della vita o della lingua. Quando qualifica i politici che cavalcano la ‘paura dell’invasione’ come ‘piazzisti da quattro soldi’, intende affermare proprio questo”: sono parolette di un mio commento pubblicato oggi dal Corsera.
Aggiornamento al pomeriggio dello stesso giorno. L’elemosiniere Konrad Krajewski è un altro rude collaboratore di Francesco, somigliante al nostro Galantino. Il Papa delle periferie ama affidarsi a pastori mezzo dialettali più che a quelli ben filettati.
Sabato 8, l’altroieri, sono stato al Santuario della Trinità di Vallepietra: quell’icona dei tre in uno, la moltitudine di pellegrini che si muovono in confidenza con il luogo e con il Cielo, le croci che i devoti piantano a lato del sentiero che porta alla Grotta dell’icona, la roccia che s’impenna al di sopra. E’ detta “Lo Scoglio”: la Grotta s’annida a metà dello strapiombo, a metri 1337. Ho detto i quattro motivi per andarvi. Sono 80 chilometri da Roma, due dal confine dell’Abruzzo, in zona Subiaco, nella Valle del Simbrivio. Nei commenti altri patetici inviti alla visita e una citazione da Emilio Cecchi.
Ieri ho visto il Colosseo di notte. Venti euro per la visita guidata: “la notte non c’è lo sconto per i giornalisti”. “Sono archeologa, mi chiamo Cristina”. Per la prima volta sono sceso nei sotterranei e ho immaginato la vita che vi facevano le fiere e gli schiavi, stipati nei quindici corridoi: nel buio, intronati dal puzzo delle torce e dalle grida. “Le fiere venivano portate dentro tre notti in anticipo e tenute senza mangiare per farle più aggressive”. Avevo con me i versi di Marziale e mi dispiaceva contrastare il suo entusiasmo: Omnis Caesareo cedit labor Amphitheatro, / unum pro cunctis fama loquetur opus. Nei commenti una mia pedestre traduzione del trionfale epigramma.
Manzoni 16. “Visto finalmente uno che veniva in fretta, pensò che questo, avendo probabilmente qualche affare pressante, gli risponderebbe subito, senz’altre chiacchiere; e sentendolo parlar da sé, giudicò che dovesse essere un uomo sincero. Gli s’accostò, e disse: – di grazia, quel signore, da che parte si va per andare a Bergamo?”: è Renzo in fuga da Milano verso Bergamo e sono io che dai quindici anni – dunque da più di mezzo secolo – mi chiedo come si cavi la sincerità dal parlare tra sé. Nei commenti le mie illazioni.
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