Il blog di Luigi Accattoli Posts

Priebke ha diritto come tutti a un funerale e a una sepoltura. Tutti moriamo, giusti e uccisori dei giusti. Dal momento poi che si discute del funerale religioso, vale il principio che siamo tutti peccatori. Ma ritengono che il funerale in Roma di un uomo che trattò i romani come ostaggi da fucilazione sia bene avvenga nella forma più discreta. Perché le teste deboli e quelle calde non abbiano ad approfittarne per fare politica con le ferite di tanti che anche a causa di costui conobbero la disperazione. In una chiesa? E perchè no, se questa fu la sua richiesta e se le circostanze lo permetteranno. Ma avendo cura che non vi siano le sole persone interessate ad accompagnarlo.

“Anche nella Chiesa è importante chiedersi: quale presenza ha la donna? Io soffro – dico la verità – quando vedo nella Chiesa o in alcune organizzazioni ecclesiali che il ruolo di servizio – che tutti noi abbiamo e dobbiamo avere – che il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di servidumbre. Non so se si dice così in italiano. Mi capite? Servizio. Quando io vedo donne che fanno cose di servidumbre, è che non si capisce bene quello che deve fare una donna. Quale presenza ha la donna nella Chiesa? Può essere valorizzata maggiormente? E’ una realtà che mi sta molto a cuore”: così stamane il Papa a un seminario sulla Mulieris Dignitatem. Nei primi due commenti altre parole del Papa.

Un 24 dicembre a Regina Coeli, reparto delle mamme con bambini, c’è uno sgargiante Babbo Natale che distribuisce pacchi e pacchetti e se ne va. Un piccolino chiede “dov’è andato Babbo Natale” e un altro gli risponde: “E’ andato a riposarsi in celle”. Nella giornata del Premio Castelli (vedi post di ieri) abbiamo ragionato a lungo dell’amaro scandalo dei bambini in carcere; delle forme di “custodia attenuata” che si dovrebbe attuare per quelle donne, prevista dalla legge ma per la quale mancano fondi; delle vie alternative cercate dal volontariato e dai cappellani per rendere minimamente vivibile la minima vita di chi è appena arrivato ed é già in galera. Nel primo commento una buona proposta venuta da don Virgilio Balducchi e finanziata dalla Cei.

Oggi e domani sono in carcere a Mantova per il Premio Castelli, essendo per la seconda volta il presidente della giuria per tale premio. Devo parlare due volte, nella giornata di domani: al mattino durante la premiazione nella Casa Circondariale di Via Poma e al pomeriggio nella Sala Chiostro di San Barnaba al convegno – collegato al premio – “Famiglia e affetti nella vicenda penitenziaria”. Il tema del premio quest’anno era “Ma tu ce l’hai una famiglia?” Hanno mandato racconti, riflessioni, poesie, testi multimediali 185 carcerati di 72 istituti di pena. Il vincitore è un napoletano di nome Gianluca Migliaccio, che è in carcere ad Ascoli Piceno, il cui testo ha questo attacco: “Due volte sono venuti da quando sto qui, e sono quattro anni”. Come già l’anno scorso è stata una cura di realismo leggere le confessioni di tanti carcerati, uomini e donne, italiani e stranieri. Nessuno dei concorrenti ha dato una risposta negativa alla domanda, pur trovandosi più d’uno in una situazione anagrafica o affettiva di conclamata solitudine. Leggendo i loro testi dolorosi sono tornato a intendere che ogni uomo e ogni donna sa di appartenere nativamente ad altre persone e afferma con decisione di avere comunque una famiglia, o presume di averla, o la rivendica, o la sogna come un indispensabile completamento dell’esistenza.

“Avrei voluto avere la sua [della mamma] pelle bianca come il giglio, i suoi lineamenti fini e i suoi occhi verdi, e invece ho ereditato la carnagione olivastra, il grosso naso e gli occhi marrone di mio padre. A 13 anni poi smisi di crescere e da allora ho l’ossessione dell’altezza. Tutte le mie compagne erano più alte di me. Pregavo Allah di farmi diventare più alta, di superare i 152 cm. Ma siccome non accadde, iniziai a indossare tacchi alti anche se li odio”: così Malala Yousafzai al Corriere della Sera, che oggi è in edicola con il libro che racconta la storia della ragazzina pakistana sfregiata dai talebani perchè voleva studiare: Io sono Malala. La mia battaglia per la libertà e l’istruzione delle donne. Mando un bacio a Malala festeggiandola con il motto la fede e le donne salveranno l’islam.

«Lavorare dove vengono prodotte armi da guerra non era certo la mia massima aspirazione da neodiplomata, ma il Signore mi ha voluto qui, ed è proprio su questo campo di battaglia che si è svolta la mia conversione»: parole di Sabrina Viti che il 3 ottobre ha avuto il premio “Frate Jacopa 2013”, che ogni anno i francescani della Porziuncola assegnano a una donna con una storia di conversione, in memoria dell’amica e discepola di Francesco, Jacopa dei Settesoli, che il Poverello chiamava “Frate Jacopa”. Nella “testimonianza” in occasione del premio Sabrina narra la sua azione di promozione di gruppi di preghiera e di carità in quella fabbrica d’armi e il pianto per quel lavoro, che fu all’origine del suo cammino. La saluto con un bicchiere di Vino Nuovo

Questo è un avviso per i visitatori romani: domani sera, alle 19,30, parlo di Papa Francesco alla Madonna dei Monti, che è la mia parrocchia. Il tema è “Papa Francesco eletto a mezzo secolo dal Concilio e da Medellin”. La Madonna dei Monti è la bella chiesa barocca che si trova nel cuore del rione Monti e nella quale è sepolto Benedetto Giuseppe Labre, il santo che si fece barbone. Nel primo commento pongo una domanda a chi passa di qua.

Oggi pomeriggio a Modena viene proclamato beato Rolando Rivi, seminarista di 14 anni, ucciso da un gruppo di partigiani nella zona appenninica di Monchio (Modena) il 13 aprile 1945 perché vestiva da prete. Qui le notizie sulla celebrazione e qui un mio ritratto di Rolando.

“Questo è un giorno giusto per fare un invito alla Chiesa a spogliarsi” ha detto ora ora Francesco ad Assisi, nella Sala della Spoliazione, dove Francesco nel 1206 si spogliò dei vestiti e li restituì al padre Pietro di Bernardone che l’accusava di dilapidare in elemosina la ricchezza della famiglia. Ha ricordato Gesù che si fece “strada di spoliazione”, umiliandosi “fino alla croce”. Così dobbiamo fare tutti se non vogliamo essere “cristiani di pasticceria”. Tutti e non solo vescovi, cardinali e papi devono “spogliarsi” di “un pericolo gravissimo: il pericolo della mondanità, che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all’orgoglio; l’idolatria è il peccato più grosso”. Parlava ai poveri assistiti dalla Caritas: “Tanti di voi siete stati spogliati da questo mondo selvaggio che non dà lavoro, che non aiuta”. Ha ricordato i morti di Lampedusa: “Non importa [al mondo selvaggio] che tanta gente debba fuggire e morire”. “Oggi è giorno di pianto”.