Il blog di Luigi Accattoli Posts

Ecco una foto dalla periferia, ma da una periferia a noi familiare: ritrae la cara Chen-Chen che già conosciamo, con due sue figlie, in una casa di missionari saveriani in Indonesia. Chen Chen  Muthahari è la musulmana sciita di cui ho pubblicato il 27 agosto un appello ai sunniti nel quale erano le parole “Anche se ucciderete me e le persone a cui voglio bene, io davvero vi amo. Io vi perdono a partire da adesso. Io vi amo perché Allah vi ha creati”. Il missionario che le è accanto è il padre Bagnara, da più di 50 anni in Indonesia. La foto è stata scattata in occasione di un ritiro della scorsa quaresima in cui Chen-Chen aveva parlato del digiuno nell’Islam agli studenti saveriani indonesiani.

“Il mistico riesce a spogliarsi del fare, dei fatti, degli obiettivi e perfino della pastoralità missionaria e s’innalza fino a raggiungere la comunione con le Beatitudini. Brevi momenti che però riempiono l’intera vita”. A Lei è mai capitato? «Raramente. Per esempio quando il Conclave mi elesse Papa. Prima dell’accettazione chiesi di potermi ritirare per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza. La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso. Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente. Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività. Ad un certo punto una grande luce mi invase, durò un attimo ma a me sembrò lunghissimo. Poi la luce si dissipò io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione. Lo firmai». – E’ il brano dell’intervista del Papa a Scalfari che ho commentato per il “Corriere della Sera”. Ora propongo le sue parole, domani metterò il link al mio testo. Stasera parlo a Bresso, Milano, in occasione della sagra della Madonna del Pilastrello. L’argomento sono i “fatti di Vangelo” raccolti lungo le strade e dietro le siepi.

Aggiornamento al 2 ottobre. Qui il mio commento all’intervista pubblicato oggi dal “Corriere della Sera”.

Noi qui vivevamo tranquilli e non si sapeva che c’era tanta cattiveria nel mondo, non si sapeva che i tedeschi cercavano gli ebrei e li volevano morti. Erano rifugiati vicino a noi ma che erano ebrei l’abbiamo saputo dopo“: parole di Mary Rovai, 84 anni, che da ragazzina vide – senza capirla – l’ospitalità offerta dai Certosini di Farneta, Lucca, in un loro casale, a una trentina di ebrei. L’ho intervistata mercoledì in vista di un libro sulla strage della Certosa (settembre 1944) nella quale i tedeschi fucilano 12 monaci colpevoli di ospitare ebrei e perseguitati politici. E le ho dedicato un bicchiere di Vino Nuovo.

Dio non ha paura delle periferie. Se voi andate alle periferie, lo troverete lì. Dio è sempre fedele, è creativo. Non si capisce un catechista che non sia creativo. E la creatività è come la colonna dell’essere catechista. Dio è creativo, non è chiuso, e per questo non è mai rigido. Dio non è rigido! Ci accoglie, ci viene incontro, ci comprende. Per essere fedeli, per essere creativi, bisogna saper cambiare. ‘E perché devo cambiare?’. E’ per adeguarmi alle circostanze nelle quali devo annunziare il Vangelo. Per rimanere con Dio bisogna saper uscire, non aver paura di uscire. Se un catechista si lascia prendere dalla paura, è un codardo; se un catechista se ne sta tranquillo finisce per essere una statua da museo: e ne abbiamo tanti, eh! Per favore, niente statue da museo“: così oggi Francesco al Congresso internazionale sulla catechesi. Nei primi commenti altri due passaggi.

Gli eletti da Berlusconi vogliono che il loro elettore resti eletto. Trattengo il fiato per il paese. Mi vengono parole ma non le dico.

Oltre alla cappa del postulante, dal priore di Farneta ho avuto un’altra sorpresa: mi ha invitato a parlare ai 21 confratelli con i quali due volte ho cantato il Mattutino e due volte sono stato alla Messa conventuale. Mi hanno chiesto una conversazione su Papa Francesco e mi hanno fatto le domande che già avevo raccolto nelle varie conferenze ma senza i toni polemici che sempre spuntano in esse. Ho visitato – prima di prendere congedo – i vecchi ambienti di lavoro dei “conversi”: stalle e fienili, lavatoio per le pecore, pollaio, frantoio, mulino, cantina, distilleria, forgia, forno. Le pecore che scendono e risalgono dalla vasca, prima e dopo la tosatura: guardando com’era fatta mi pareva non solo di vedere il passaggio del gregge ma di sentire i graffi della forbice sul groppone. Ho trovato questi ambienti più interessanti della biblioteca e dell’archivio, della sartoria e della cucina, che pure ho visto, sempre domandando. La pazienza dei Certosini provoca all’inchiesta.

Ho cenato alle 18, sono andato a dormire alle 19,30 mettendo la sveglia alle 23. Alle 23,25 ho indossato la cappa nera dei postulanti e ho percorso vialetti, salito gradini, costeggiato celle per arrivare alla chiesa conventuale, guidato dal padre bibliotecario che è il mio tutor in questi giorni. Al centro del coro dei monaci era inginocchiato il sacrista, immobile nel buio, con le due mani sulla corda della campana. Alle 23,30 ha suonato i rintocchi del Mattutino e abbiamo avviato i canti del “primo notturno”. Straordinario equilibrio della riforma liturgica certosina: ha introdotto la comunione sotto le due specie, la concelebrazione, le letture in italiano; ma ha conservato il latino della salmodia, quel loro recto tono simile al gregoriano, la messa solitaria di ogni monaco sacerdote. Chi ha detto che non vi può essere osmosi e reciproco arricchimento tra vecchio e nuovo ordo? Il Rito certosino ora unisce la vitalità del nuovo alla solennità dell’antico. Potrebbe costituire un modello per lo scambio tra le due forme del Rito romano auspicato da Papa Benedetto.