L’orrida caccia a Gheddafi – come fosse un topo da schiacciare nel buco a furia di bombe – è alle ultime battute e mi torna all’orecchio una preveggente conversazione con Tonino Guerra, di cui ho riferito in un post del 25 febbraio. “Scapperà appena possibile” diceva uno di noi in visita alla sua casa incantata di Pennabilli. “Non scapperà, vedrete” replicava Tonino: “quello è uno che piuttosto sceglie di morire: quando la vita degli altri vale per qualcuno così poco, finisce che anche la propria vita perde valore e la sfida al destino prevale su tutto”. Tra poco sapremo se Tonino il saggio aveva visto giusto.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Una cicala alta e io
su quale linea d’acqua
amico di quale gabbiano
che mi porta dove – dove
“Può darsi che vi disprezzino, come si suole fare verso coloro che richiamano mete più alte o smascherano gli idoli dinanzi ai quali oggi molti si prostrano. Sarà allora che una vita profondamente radicata in Cristo si rivelerà realmente come una novità, attraendo con forza coloro che veramente cercano Dio, la verità e la giustizia”: così ha parlato oggi Benedetto – a Madrid – ai seminaristi della Giornata mondiale della Gioventù. Nei primi due commenti una mia veloce interpretazione dei richiami papali alla radicalità evangelica e alla teologia della croce contenuti nei discorsi di oggi e di ieri. Qui l’avvertenza che sono contento delle sue parole. Esse mi sono di aiuto a intendere quello che mi succede nei giorni.
«Cari ragazzi, oggi il dolore gonfia il mio cuore e spezza la mia voce. Non ho la forza di parlarvi. Ma dobbiamo avere la forza di tornare a casa e di dimenticare ogni rancore, cercando di essere più umili, di non offendere nessuno e di offrire sempre a ogni uomo la possibilità di rialzarsi e di ricominciare. Vorrei fare arrivare il mio abbraccio anche al ragazzo che mi ha tolto il figlio e ai suoi genitori, perché alla fine deve vincere il bene. Spero di poterli incontrare. Grazie, vi voglio bene, la mamma di Lorenzo»: parole scritte su un foglio da Carolina Porcaro e lette da un’amica, ieri, alla messa di addio per il figlio ucciso da un coetaneo, che si è tenuta nella parrocchia di Cristo Re di Sovico, Monza [vedi post del 13 agosto]. Parole rare come perle preziose. Le trovi in parte nell’Avvenire di oggi a pagina 13 sotto il titolo “Vorrei che tutti lasciassimo da parte ogni rancore”, in parte in Corriere Milano a pagina 5 con il titolo “Vorrei abbracciare il ragazzo che ha ucciso mio figlio”. Qui invece una registrazione parziale delle stesse, offerta in video dal Corriere Milano on line.
“L’economia non funziona solo con una autoregolamentazione mercantile ma ha bisogno di una ragione etica per funzionare per l’uomo e appare di nuovo quanto aveva già detto nella sua prima enciclica sociale Giovanni Paolo II, che l’uomo deve essere il centro dell’economia e che l’economia non si deve misurare secondo il massimo di profitto, ma secondo il bene di tutti e include la responsabilità dell’altro, e funziona veramente bene solo se funziona in modo umano nel rispetto dell’altro con le diverse dimensioni: responsabilità per la propria nazione e non solo per se stesso, responsabilità per il mondo, anche la nazione non sta in sé, anche l’Europa non sta in sé ma è responsabile per l’intera umanità e deve pensare ad affrontare i problemi economici sempre in questa chiave di responsabilità anche per le altre parti del mondo, per quelle che soffrono hanno sete e fame e non hanno futuro“: così ha parlato Benedetto stamane in aereo ai giornalisti. E’ buona cosa sentire il papa tedesco che parla della responsabilità dell’Europa per chi ha “sete e fame”. Nel primo commento un altro passo della conversazione.
Se la gente alta fosse tra sé diversa come la genia dei cani, un dalmata un bassotto e un bracchetto che avessero ad annusarsi nel mezzo del carrugio a mezza estate [vedi post precedente] mai si riconoscerebbero. Se pure arrivassero ad annusarsi, ognuno prendendo a schifo quelle altre bestie così diverse.
Tre cani tra loro diversissimi si annusano – nel mezzo del carrugio di Sestri Levante – e si riconoscono come cani. Infine allentano il collo e muovono le code. Noi gente alta siamo meno diversi ma impieghiamo di più.
Ho un reddito che supera i 90 mila euro e dunque pagherò per tre anni il “contributo di solidarietà” deciso venerdì dal governo per rimettere in sesto i conti. Non mi dispiace di poterlo fare.
“Su chi sia il cristiano termino con una storia. C’è in parrocchia l’esame di ammissione al battesimo e viene un uomo e il parroco gli chiede dove sia nato Gesù e la risposta è ‘non lo so’; ‘quanti sono i Vangeli’ – ‘non lo so’; ‘dimmi i nomi dei sacramenti’ – ‘non li so’. ‘Bada, dice il parroco, io non ti posso battezzare se rispondi sempre che non sai. Perché dunque chiedi il battesimo?’ – ‘Perché io ero un ubriacone, bevevo tutto quello che guadagnavo e la sera quanto tornavo a casa la moglie e i figli avevano paura di me perché gridavo e li colpivo. Una sera li ho trovati che pregavano per me davanti al crocifisso e allora io ho visto in quell’uomo insanguinato il volto di Dio e ho pianto e da allora lo prego anch’io e non bevo più e chiedo il battesimo perché so che Gesù è il mio Salvatore” – Così ha terminato oggi l’omelia il prete nero – viene dall’Indonesia – che celebra in questi giorni nella Chiesa dell’Opera Madonnina del Grappa di Sestri Levante dove mi trovo in vacanza [vedi post del 12 agosto]. Dedico il suo racconto ai visitatori come dono per la festa dell’Assunta.
“Mi dispiace per lui, per tutto quello che dovrà sopportare e superare e mi dispiace per i suoi genitori. Sicuramente non voleva uccidere mio figlio e spero che questa storia sia di esempio per tutti i giovani. L’odio bisogna metterlo da parte, la vita merita rispetto da parte di tutti“: così ha parlato dell’uccisore del figlio Carolina Porcaro, 51 anni, la madre di Lorenzo Cenzato, il 18enne di Sovico, Monza, che il 10 agosto ha avuto la gola tagliata, con un vetro di bottiglia, da un coetaneo dell’Ecuador. Il suo è affidamento al Signore ma è anche – nell’immediatezza della tragedia che l’ha colpita – avvertenza della confusione dei propri sentimenti e dunque queste altre parole sono – se possibile – più giuste delle prime: “Non ho bisogno di perdonare chi ha ucciso mio figlio, perché nemmeno per un attimo ho pensato di odiarlo. È la fede che mi dà la forza di essere serena, o forse ancora non mi rendo conto di quello che è successo veramente“. Da quando le ho lette [vedile in Avvenire.it e nell’Avvenire cartaceo del 12 agosto pagina 17: “Non odio chi me l’ha ucciso”] porto con me giorno e notte quelle parole rare e mando un bacio a Carolina per averle pronunciate.
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