Il blog di Luigi Accattoli Posts

Il primo volume del SIGNORE DEGLI ANELLI si apre con UNA FESTA A LUNGO ATTESA per il centoundicesimo compleanno del signor Bilbo Baggins di Casa Baggins. Gran preparativi, fuochi d’artificio che “illuminavano a giorno il cielo” e doni “straordinariamente belli” per tutti, tanto che “i bambini Hobbit a causa dell’eccitazione per un po’ dimenticarono persino di mangiare”. Ma ovviamente il mangiare era il culmine e la fonte della festa: “Tre erano i pasti ufficiali: colazione, merenda e cena. La colazione e la merenda erano caratterizzate dal fatto che gli invitati sedevano a tavola e mangiavano assieme. Durante il resto del tempo, si vedeva invece solo una quantità di gente che mangiava e beveva senza interruzione e ciò dalle undici alle sei e mezzo, ora in cui cominciò lo spettacolo pirotecnico”. Avevo promesso un raffronto con quanto da me osservato durante la “crociera paolina” a bordo della “Navigator of the seas” (vedi post dal 28 giugno al 5 luglio). Ebbene sulla Navigator avveniva la stessa cosa, con la differenza che lo spettacolo della gente che “mangiava e beveva senza interruzione” non andava dalle “undici alle sei e mezzo” ma copriva l’intera giornata. In dettaglio le cose andavano così: i 3.500 ospiti della nave crociera sedevano a tavola e mangiavano assieme ai ristoranti dei piani 3 e 5 alle ore canoniche del pranzo e della cena mentre nel gigantesco open space culinario dell’11° piano si mangiava e si beveva per l’intera giornata. E non per un giorno di festa ma per tutta la settimana. Ne concludo che Hobbit non si nasce ma si diventa e che la Navigator porta a perfezione l’dea mangereccia della Contea: che sarebbe la regione della Terra di Mezzo abitata dagli Hobbit.

Quando affermo l’dea che vi siano ancora molti Hobbit [popolo primordiale della Terra di Mezzo, detto anche dei “mezzi uomini” con riferimento alla loro statura media] in giro mi riferisco innanzitutto alla più appariscente delle loro attitudini: “Più che belli, i loro visi erano generalmente gioviali, illuminati da occhi vivacissimi e guance colorite, con una bocca fatta per ridere, bere e mangiare. Ed era proprio ciò che facevano: mangiavano, bevevano e ridevano con tutto il cuore, amavano fare a tutte le ore scherzi infantili, e pranzavano sei volte al giorno, quando ne avevano la possibilità” (p. 26). Tipi ridanciani dunque e gran ghiottoni. Quasi tutti obesi. Accaniti fumatori dell’”erba-pipa” e tracannatori di birra: della “loro” birra. Diffidenti verso ogni forestiero. Cultori degli orti e sempre pronti a intrecciare – da siepe a siepe – impegnative conversazioni sulla crescita delle verdure. Incapaci di immaginare che possa esservi, nel mondo, un piatto migliore del coniglio in salmì. Ebbene io dico che questo tipo umano alligna ancora tra noi. Nel prossimo post dirò come lo si incontri anche nelle crociere “paoline”.

Anche in passato gli Hobbit erano estremamente timidi; ora, poi, evitano addirittura con costernazione ‘la Gente Alta’, come ci chiamano, ed è diventato difficilissimo trovarli”: è scritto nel prologo del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien [precisamente a pagina 25 dell’edizione Tascabili Bompiani del 2000] che già mi diede un’estate felice nel 2003 e che ho scelto come lettura lunga per questi mesi di luglio e agosto. Sarà anche la miniera da cui caverò materiali per i prossimi post, numerandoli per farne una sequenza e incentrandoli sull’idea tolkieniana della risorsa che gli Hobbit rappresentano per la salvezza del mondo. Chi scoprisse in sè qualche complicità con la mia intenzione veda il testo CHE COSA CI INSEGNANO GLI HOBBIT, leggibile nella pagina COLLABORAZIONE A RIVISTE elencata sotto la mia foto. Ma attenzione: io sono del parere che la salvezza venga dagli Hobbit e da altra Gente Piccola come loro ma non condivido il convincimento di Tolkien che oggi sia diventato “difficilissimo trovarli”. Io ne ho incontrati in discreta quantità nella crociera paolina di cui ho parlato tra il 28 giugno e il 5 luglio e ne vedo ogni giorno nella spiaggia di Santa Marinella, sessanta chilometri a Nord di Roma, dove ora sono in vacanza. Nel prossimo post indicherò una prima caratteristica attraverso la quale mi ingegno a individuarli.

Una mamma no global con due bimbi in macchina incontra al semaforo una zingara che ha con sé due bimbe dell’età dei suoi. “Che bei figli che hai! Dammi qualcosa per queste creature” dice la zingara. “Non ho soldi con me” risponde la mamma no global che ama vestire alla zingaresca “ma qualcosa ti do”. Accosta al marciapiede, apre il bagagliaio e ne cava il borsone del mare da cui prende tre paia di mutandine dei suoi bambini e le dà alla zingara che ringrazia. “Mettegliele però” dice seria la no global alla zingara. “Io gliele metto ma loro se le tolgono perché vogliono sentire il fresco”, fa la zingara tornando verso il semaforo. – Battute colte domenica 12 a Roma, all’angolo tra la circonvallazione Cornelia e la via Aurelia, verso le 14.

– Papà perché nel G8 c’è l’Italia e non c’è il Brasile? Chiede a tavola uno dei figli che è appena rientrato da un viaggio di lavoro a Rio de Janeiro. E la Turchia? Dice un’altra che ha fatto una vacanza a Istanbul. Non ci sono neanche la Cina e l’India! Fa la moglie che è maestra.
– Perché il mondo ha i riflessi lenti. Noi una volta forse eravamo tra gli “otto grandi”, oggi di certo no ma quell’elenco non è stato aggiornato. Gli otto sono ancora i protagonisti della seconda guerra mondiale: quelli che l’hanno vinta (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia, Canada) e quelli che l’hanno persa (Germania, Giappone, Italia). La Cina e l’India sono venute dopo la guerra e ancora non entrano nel club di quelli che contavano di più nel 1939. L’orologio della grandezza – che si aggiorna con le guerre – è fermo da più di sessant’anni.

“La globalizzazione è fenomeno multidimensionale e polivalente, che esige di essere colto nella diversità e nell’unità di tutte le sue dimensioni, compresa quella teologica. Ciò consentirà di vivere ed orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione”: così Benedetto al paragrafo 42 della “Caritas in veritate”. C’è dunque una dimensione teologica della globalizzazione, che poi il papa svolge nel capitolo quinto dell’enciclica intitolato “La collaborazione della famiglia umana”, che ruota intorno a questo perno: “Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro” (paragrafo 53). E ancora: “Oggi l’umanità appare molto più interattiva di ieri: questa maggiore vicinanza si deve trasformare in vera comunione” (ivi). Insomma, non è un caso che il mondo si vada unificando e rimescolando. E’ come se Dio voglia che i suoi figli si conoscano e si avvicinino sempre di più per imparare ad amarsi.

“L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”: è al numero 78 della “Caritas in veritate”. Lo condivido, anche se lo direi con altre parole. Per esempio: “L’umanesimo che esclude Dio contraddice se stesso”. Per una lettura d’insieme dell’enciclica, vedi il mio articolo su Liberal di oggi, “Un’autorità politica mondiale per governare la globalizzazione”.

Mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte dell’opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua porta, per una coscienza ormai incapace di riconoscere l’umano“: è un’affermazione dell’enciclica Caritas in Veritate che dedico ai miei visitatori per invitarli a leggere. La trovate al paragrafo 75. Domai darò altri spunti su questo testo importante la cui pubblicazione ha velocizzato imprevedutamente la mia calda giornata quasi arroventandola tra articoli, interviste e dichiarazioni.

La crociera paolina della Duomo Viaggi è culminata oggi in una tappa romana alle Tre Fontane, dov’è il memoriale del martirio di Paolo, con una celebrazione presieduta dall’arcivescovo e biblista milanese Gianfranco Ravasi. L’ultima trasferta, da Creta a Civitavecchia, non ha avuto soste sui luoghi di Paolo ma essi sono stati ricordati nelle “conversazioni” e qualcosa se ne è visto di passaggio dalla nave. Luca negli Atti ci dà questo resoconto coinvolgente per ogni viaggiatore nelle terre di Sicilia, Calabria, Campania e Lazio: “Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani giungemmo a Pozzuoli”. La Navigator è passata con sussiego tra Scilla e Cariddi e poco dopo abbiamo visto lo Stromboli a un tiro di sasso. Ringrazio Franco Trevisi e Silvano Mezzenzana della Duomo Viaggi che mi hanno dato la possibilità di questo tour paolino e sono grato a Giovanni Giavini per le lectio di ogni giorno dalle quali molto ho imparato.

Stamane abbiamo visto Creta e le rovine di Cnosso a cinque chilometri dalla citta’ di Heraklion, che ai tempi del dominio veneziano si chiamava Candia. Il profilo altero delle donne, la bellezza degli atleti in lotta con i tori, dei gigli e dei delfini in quegli antichi affreschi. L’immagine anche oggi conturbante del Minotauro, umo con la testa di toro,  che ti calamita da uno di quelli. Nessuna lectio su Paolo a Creta, perche’ vi mise piede solo per il maltempo, nel viaggio verso Roma. Ma poi scrisse a Tito, suo discepolo, che aveva avuto da lui l’incarico di fare su quest’isola il lavoro d’apostolo che egli non aveva potuto svolgere: “Per questo ti ho lasciato a Creta perche’ regolassi cio’ che rimane da fare e perche’ stabilissi presbiteri in ogni citta’, secondo le istruzioni che ti ho dato”. A Tito e’ dedicata la splendida chiesa costruita dai veneziani nel XVI secolo, poi divenuta moschea e oggi cattedrale ortodossa di Heraklion. Mi sono seduto sulla soglia di una casa e ho guardato per mezz’ora le sue finestre che sono convincentemente moresche e rinascimentali: meticciato di civilta’!