Samira siriana di nascita viene licenziata dalla scuola dove insegna economia a Bruxelles perchè non dà la mano agli uomini e li saluta con un cenno del capo e un sorriso degli occhi. Lei ritiene che non convenga a una donna musulmana toccare un uomo che non sia un parente stretto e ricorre al giudice che le dà torto perchè quella mancata stretta di mano è di “cattivo esempio” agli alunni. E io do torto al giudice: il sorriso trattenuto di Samira insegnava agli alunni che sono molti i modi di salutare sulla terra.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
In casa c’è un ragazzo down che chiameremo Donatello e a tavola ci sono degli ospiti per il suo compleanno. La sorella di poco più grande nel pomeriggio gli ha fatto una torta ma al momento di portarla in tavola non si riesce a trovarla e Donatello tranquillo: “L’ho mangiata io”. Tutti a meravigliarsi e lui: “Mi hai detto che l’avevi fatta per me!”. “Ma l’hai mangiata tutta?” domanda il coro e Donatello con occhi pieni di gratitudine: “Era buonissima”.
“Io mi sono rallegrato per la bontà con cui il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Penso, però, con tanti altri, che ci sono moltissime persone nella Chiesa che soffrono perché si sentono emarginate e che bisognerebbe pensare anche a loro. E mi riferisco, in particolare, ai divorziati risposati. Non a tutti, perché non dobbiamo favorire la leggerezza e la superficialità, ma promuovere la fedeltà e la perseveranza. Ma vi sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole. Hanno magari assunto dei nuovi doveri verso i figli avuti dal secondo matrimonio, mentre non c’è nessun motivo per tornare indietro; anzi, non si troverebbe saggio questo comportamento. Ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni per queste persone […] Sono, però, problemi che non può risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo. Bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi e, guidata dal Papa, trovi una via di uscita”.
Così il cardinale Carlo Maria Martini in un’anticipazione pubblicata oggi dal “Corriere della Sera” di un libro in dialogo con don Luigi Maria Verzé e Armando Torno (Editrice San Raffaele) che sarà domani in libreria. Dedico queste rare parole ai visitatori del blog che vivono quel problema. (Segue nel primo commento)
Per la terza volta alla Fiera del Libro, contento di vedere tanti che acquistano e se ne vanno carichi di buste. Hanno pagato otto euro per entrare e sono venuti anche da fuori. Molti con bambini e vanno a cercare gli spazi a loro dedicati. Confidano di trovare qualcosa che non c’era nelle librerie dove entravano gratis. Si fermano ad ascoltare i dibattiti con le buste degli acquisti a lato delle sedie. Auguro a ognuno di vedere le luci affidate alle pagine che si porta via. Lo so che ogni pagina nasconde anche del buio. Ma non c’è luce senza il buio.
Sono a Torino per la Fiera del libro, dove partecipavo – oggi pomeriggio – alla presentazione del volume di Luigi Bizzarri “Il Papa del sorriso. Giovanni Paolo, il primo” (sarà in libreria a settembre, lo pubblica Rai.Eri). Mi sono collegato solo stasera, avendo la giornata occupatissima: Roma-Torino sono 7 ore e 30 minuti di treno! E ho scoperto che il blog era impallato. E così – caso unico nei tre anni di esistenza del pianerottolo – non vi sono stati commenti per tutta questa giornata. Chiedo scusa a chi ha provato a collegarsi e magari avrebbe voluto comunicare un’idea o un’invettiva. Alla tavola rotonda era presente anche Pia Luciani, nipote del papa, che avevo già incontrato il 22 novembre a Ghedi, Brescia (vedi la segnalazione dell’appuntamento nella pagina CONFERENZE E DIBATTITI elencata sotto la mia foto). Ogni volta è un acquisto, conversare con lei. L’affettuoso ricordo dello zio, la mite e fine difesa che viene conducendo della sua memoria contro i luoghi comuni: c’è tanto da imparare ad ascoltarla e a farle domande. La tenerezza con cui diceva: “A me dispiaceva che era morto lo zio, non il papa!” Grazie a lei e grazie a tutti!
Giuseppe si alzò nella notte, prese il bambino e sua madre e fuggì verso l’Egitto. Ma giunti alla frontiera furono respinti dalle guardie perché non avevano il lasciapassare con il sigillo del re di Giudea. Per ubbidire al comando dell’angelo, che era stato “fuggi in Egitto”, i tre ripassarono il confine di notte, in una zona disabitata e raggiunsero il villaggio egiziano più vicino ma furono riconosciuti come stranieri e denunciati dall’albergatore. Secondo gli accordi tra il re dell’Egitto e il re di Giudea, un drappello di guardie egiziane li riportò oltre il confine e li consegnò a una guarnigione giudaica che uccise il bambino come prescriveva l’editto che aveva condannato a morte i maschi dai due anni in giù, secondo il tempo che Erode aveva appreso dai Magi.
Così è scritto al capo secondo dello Pseudo Matteo.
“Le vostre legittime aspirazioni ad una patria permanente, ad uno Stato Palestinese indipendente, restano incompiute. E voi, al contrario, vi sentite intrappolati, come molti in questa regione e nel mondo, in una spirale di violenza, di attacchi e contrattacchi, di vendette e di distruzioni continue. Tutto il mondo desidera fortemente che sia spezzata questa spirale, anela a che la pace metta fine alle perenni ostilità. Incombente su di noi, mentre siamo qui riuniti questo pomeriggio, è la dura consapevolezza del punto morto a cui sembrano essere giunti i contatti tra Israeliani e Palestinesi – il muro. In un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte – al commercio, ai viaggi, alla mobilità della gente, agli scambi culturali – è tragico vedere che vengono tuttora eretti dei muri. Quanto aspiriamo a vedere i frutti del ben più difficile compito di edificare la pace! Quanto ardentemente preghiamo perché finiscano le ostilità che hanno causato l’erezione di questo muro!
E’ un passaggio del discorso che il papa ha tenuto ieri pomeriggio nel campo dei profughi palestinesi di Aida, costruito a ridosso del “muro” che recinge i Territori. In 989 battute, spazi inclusi, Benedetto ha affermato l’intera verità sul “muro”: che divide, che è un anacronismo nell’epoca della globalizzazione, che è un segno di arretramento e che è necessario abbatterlo, ma che c’è qualcosa da realizzare perchè la giusta idea del suo superamento possa risultare vincente: eliminare l’inimicizia che l’ha eretto. Scagli una pietra chi saprebbe dire meglio.
Così ha parlato stamane il papa a Betlemme, pronunciando le parole umanamente più urgenti tra quante ne ha donate ai suoi ospiti fino a oggi in questo viaggio: “I Palestinesi, così come ogni altro popolo, hanno un naturale diritto a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all’educazione e all’assistenza sanitaria”. E invece no, questi impresentabili tra i poveri del mondo non hanno nessun diritto e le circostanze sono tali e i loro politici così ciechi che nessuno – si direbbe – può più sposare la loro causa nel mondo. Pare che solo il papa possa andare laggiù e parlare a loro nome: “Signor Presidente, la Santa Sede appoggia il diritto del suo popolo ad una sovrana patria palestinese nella terra dei vostri antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti. Anche se al presente questo obiettivo sembra lontano dall’essere realizzato, io incoraggio lei e tutto il suo popolo a tenere viva la fiamma della speranza”. (Segue nel primo commento)
Dio di tutti i tempi,
nella mia visita a Gerusalemme, la “Città della Pace”,
dimora spirituale per ebrei, cristiani e musulmani,
porto davanti a Te le gioie, le speranze e le aspirazioni,
le angosce, le sofferenze e le pene di tutto il Tuo popolo sparso nel mondo.
Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe,
ascolta il grido degli afflitti, degli impauriti, dei disperati,
manda la Tua pace su questa Terra Santa, sul Medio Oriente,
sull’intera famiglia umana;
risveglia il cuore di tutti coloro che chiamano il Tuo nome
affinché vogliano camminare umilmente sul cammino della giustizia e della pietà.
“Buono è il Signore con chi spera in lui,
con l`anima che lo cerca”. (Lam 3, 25)
Questa è la preghiera scritta sul biglietto che Benedetto ha inserito stamane in una fenditura del Muro del Pianto. Ringrazio il papa, felice delle parole che ha scelto per la sua invocazione. Così come sono entusiasta del Salmo 122 (121) – “Sia pace su Gerusalemme” – che il papa e il rabbino hanno pregato, seguendo quanto avvenne nell’analoga cerimonia dell’anno 2000. Il richiamo a “tutti i tempi” – “all the ages” – tiene unito ciò che fu detto agli antichi padri e ciò che è stato aggiunto nella pienezza del tempo. “Tutto il Tuo popolo sparso nel mondo” raggiunge l’intera umanità, evocata poco più avanti. In essa il posto d’onore è “degli afflitti, degli impauriti, dei disperati”. A una tale ribalta dei tribolati non avevo fatto spazio nel foglietto che tenevo in tasca da quattro giorni in vista di questo appuntamento (vedi post del 7 maggio).
“Io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome… darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Is 56,5). Questo passo tratto dal Libro del profeta Isaia offre le due semplici parole che esprimono in modo solenne il significato profondo di questo luogo venerato: yad – “memoriale”; shem – “nome”. Sono giunto qui per soffermarmi in silenzio davanti a questo monumento, eretto per onorare la memoria dei milioni di ebrei uccisi nell’orrenda tragedia della Shoah. Essi persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro nomi: questi sono stabilmente incisi nei cuori dei loro cari, dei loro compagni di prigionia, e di quanti sono decisi a non permettere mai più che un simile orrore possa disonorare ancora l’umanità. I loro nomi, in particolare e soprattutto, sono incisi in modo indelebile nella memoria di Dio Onnipotente.
Così ha parlato Papa Benedetto a Yad Vashem oggi pomeriggio: è gran cosa che esista un cristiano che possa parlare a nome di tutti. Domani pregherà davanti al Muro Occidentale e nessuno di noi mancherà. Dopodomani visiteremo con lui un campo di profughi palestinesi. E come era bello essere con lui sabato sul Monte Nebo, quando ci ha invitati a invocare il Padre “perchè affretti la venuta del suo Regno”: davvero un’invocazione che conviene a tutti.
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