Il blog di Luigi Accattoli Posts

“I bagagli allineati a terra lungo la parete di destra, i giornalisti lungo la parete di sinistra”: siamo al controllo di sicurezza per l’imbarco sul B777 dell’Alitalia per il volo New York-Roma. Spettacolo del lupo scodante che annusa di corsa i bagagli, orgoglioso del suo lavoro. Se fossi un cane vorrei fare il poliziotto.

Ernesto John Salvatore Migdalia Kathleen Helga Miguel Mary Emmet Christy Desirèe Laura Paul Eileen Dymphna Joseph Linda Eileen Julie Rose John Jean Thomas James: sono le 24 persone che erano intorno al papa e al cero da lui acceso poco fa nel fondo della fossa di Ground Zero. Rappresentavano l’umanità toccata da quella tragedia: chi era nelle torri e riuscì a salvarsi, i familiari dei morti, i soccorritori. Ho riportato i nomi per dire che li abbraccio come sorelle e fratelli. Su una tribuna bassa alla destra del papa eravamo noi 65 giornalisti del “volo papale” più altrettanti con l’accredito della città di New York. Noi soli a fare da pubblico a quella preghiera e con noi il mondo. Che era lì rappresentato anche dai 13 grattacieli  circostanti che da allora vegliano su quella fossa, cratere e sprofondo. Ancora più spropositati a vederli da laggiù, grigi e ammutoliti, che si perdevano nella nebbia. Un cratere che è un cantiere, dove stanno gettando le fondamenta della “Freedom Tower” che è previsto sorga entro il 2012 e arrivi a 541 metri, superando di 130 le Twin Towers. Gran freddo e tristezza laggiù, a ottanta metri dal suolo, dove siamo restati due ore, poggiando i piedi sulla Bed Rock, cioè il letto di roccia su cui poggia Manhattan. Da laggiù – de profundis – tutti vi ho abbracciati.

“L’elicottero del Santo Padre decolla sempre per primo e atterra per ultimo”: sta scritto nel “programma di lavoro dei gioirnalisti ammessi al volo papale”. Una tempistica che avrà bene un significato, anche se a prima vista appare come un rovesciamento del protocollo vaticano che si applica a ogni appuntamento: “Il papa arriva per ultimo ed esce per primo”. Sono su un quarto elicottero dei marines – dopo i tre del papa e del seguito – che porta quindici giornalisti invidiati dai colleghi perchè saranno gli unici che raggiungeranno la sede dell’Onu – partendo dall’aeroporto J. F. Kennedy – senza perdere il contatto con Benedetto. Bello il volo a farfalla su Manhattan, a tu per tu con i grattacieli, sopra le navi e a lato della voragine dov’erano le due torri. Mi sono divertito e commosso come un bambino. Se non facevo questo mestiere, mai avrei avuto questo regalo. Ed eccomi infine nella tribuna dell’Assemblea generale: neanche qui sarei arrivato. Il giornalismo mi fa vivere al di sopra delle mie possibilità.  

Dal crocifisso di Paolo VI alla croce di Pio IX: per una veduta ampia della continuità papale, alla quale ci aveva già invitati con la scelta del nome “Benedetto” che sormontava la serie conciliare dei Giovanni e Paolo.

Da un crocifisso più piccolo di colui che lo portava a una croce più grande di lui. Come a dire: guardate quella e non me.

Da un crocifisso post moderno a una croce della tradizione. Perché l’una sancta catholica parla tutte le lingue.

Dal Cristo del kerigma alla croce del dogma. Per chiarire che è la fede di sempre.

Dal Cristo dell’annuncio alla croce della proclamazione. Per far sapere che i cristiani non solo raccontano ma anche affermano.

Da un crocifisso in argento a una croce d’oro. Perché fu detto “crux gloriosa”.

Dal Cristo tormentato dello scultore Scorselli alla croce splendente degli orafi papali. Perché ogni metallo e ogni arte sono chiamati a prendere parte alla liturgia cosmica.

Da un crocifisso ricurvo a una croce specchiante. Perché ciò che fu piegato fu poi rialzato.

Da un crocifisso realistico a una croce istoriata, con un tondo centrale e tre terminali. Perché la storia che viene evocata non finisce con la morte di croce.

Da un crocifisso nuovo a una croce antica: per stabilire che la Chiesa di sempre non conosce riforme irreversibili.

 

Sono i pensieri che mi sono venuti osservando la croce astile che papa Benedetto usa nelle celebrazioni dalla domenica delle Palme e che impugnava anche questa mattina per la messa al Nationals Park Stadium di Washington.

Quando leggo le storie delle vittime di questi abusi mi è difficile comprendere come sia possibile che dei preti abbiano tradito in questo modo la loro missione“: così ha parlato Benedetto ai giornalisti ieri in aereo, mentre volava verso Washington. Ha detto altre parole importanti – “grande sofferenza”, “profonda vergogna” – ma scelgo di fermarmi a queste che mi raggiungono di più perchè in esse trovo un uomo che come me, mia moglie e i miei figli si stupisce di quello che apprende – fa forza a se stesso nella triste necessità di informarsi – e dice: “Ma si può?”

E’ passata una settimana da quando ho scritto una lettera aperta a Magdi Cristiano Allam (vedi post del 7 aprile) chiedendogli di chiarire un’affermazione che aveva fatto in un’intervista al settimanale Tempi – affermazione che sembrava attribuire più a un giudizio sull’islam violento che all’attrattiva della figura di Cristo la ragione profonda della conversione al cristianesimo. Ho sollecitato il collega due volte al telefono e due volte per e-mail, mi ha detto che avrebbe risposto ma ancora non l’ha fatto e io sono in partenza per gli Usa con il papa. Torno dunque da solo su quell’argomento che avrei voluto trattare in dialogo con Magdi Cristiano. Egli mi ha chiesto di scusarlo perchè impegnatissimo nel dare l’ultima mano al nuovo libro che sta consegnando all’editore. Io lo scuso facilmente, avendo l’esperienza della consegna di un testo a un editore che preme. “E’ un libro – mi ha detto – in cui parlerò appunto della mia conversione e del mio rapporto con Dio. Il titolo sarà Grazie Gesù e il sottotitolo La mia conversione dall’islam al cattolicesimo“. La scelta del titolo per il nuovo libro mi dice che quella frase da me segnalata come equivoca va senz’altro interpretata in maniera favorevole a Magdi Cristiano e alla veracità della sua conversione. Naturalmente darò il migliore spazio alla risposta del collega, quando arriverà. – Ancora una parola sula partenza per l’America: sarà il 93° mio viaggio nel mondo per coprire una trasferta papale, 85 con papa Wojtyla e otto con papa Ratzinger. Sono stato al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite sia nel 1979 sia nel 1995, cioè in occasione di ambedue le visite di Giovanni Paolo. In occasione della prima andata a New York ero salito su una delle Twin Towers, stavolta scenderò nella voragine di Ground Zero. Porterò con me i miei visitatori.

Noi (uomini di Chiesa) siamo chiamati ai massimi livelli di perfezione e quando tradiamo questa fiducia non possiamo certo cavarcela criticando i mezzi di comunicazione sociale. Può anche darsi che alcuni media provino gusto nell’offrire un’immagine della Chiesa come un idolo dai piedi d’argilla. Ma comunque il fallimento è stato nostro, non loro“: così il cardinale John Patrick Foley, statunitense, già presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, risponde a una domanda dell’Osservatore romano di oggi sullo scandalo dei preti pedofili negli Usa. Il giornalista chiede se i media non abbiano dato “troppo rilievo agli scandali” e il cardinale nel rispondere fa questa premessa: “Alcune persone sono pregiudizialmente ostili alla Chiesa, ma è anche vero che da noi ci si aspetta il bene“. E’ un punto chiave da avere presente ogni volta che si avverte un eccesso di aspettativa. Buono anche il consiglio sul “candore”, che possiamo intendere come un equivalente di “schiettezza”: “Un cardinale americano mi ha chiesto: che cosa possiamo fare per affrontare questa crisi? Io gli ho risposto: virtù, e in assenza di virtù, candore, che è di per sé una virtù“. Conosco Foley dal 1979, quando era il responsabile del rapporto con i media per conto della Conferenza dei vescovi statunitensi in occasione della prima visita di Giovanni Paolo negli Usa – feci quel viaggio che rifaccio ora con Benedetto – e ho sempre apprezzato la sua schiettezza. Mi è stato vicino in un grave lutto. Gli mando un abbraccio.

Non si vuole rispettare la ragione profonda per la quale io mi sono convertito. Nel momento in cui affermo che l’islam è fisiologicamente violento, fornisco la ragione profonda per la quale mi sono convertito. Se io fossi stato convinto dell’esistenza di un islam moderato, non lo avrei fatto, non ci sarebbe stata ragione“: così parla Magdi Cristiano Allam in un’intervista del 3 aprile al settimanale “Tempi”. Più avanti, nella stessa intervista, riafferma il concetto in forma di domanda retorica: “Ma mi sarei convertito se avessi avuto un solo dubbio serio sul fatto che tra islam e valori che ritengo inviolabili (la vita, la libertà, la verità) non ci sia qualcosa di fisiologicamente incompatibile?” Sono sorpreso di queste parole e scrivo una lettera aperta a Magdi Cristiano per chiedergli un chiarimento. Credo di aver letto tutto quanto il collega ha detto e scritto sulla conversione e ho difeso le sue affermazioni, esprimendo esultanza per l’evento: vedi post del 23 e del 28 marzo. Ma le parole che ho riportato sopra non le condivido, o forse non le capisco. Allora, mio caro Magdi Cristiano, la “ragione profonda” della tua conversione al cristianesimo sarebbe il tuo giudizio sull’islam? Pare che tu dica questo e infatti aggiungi con procedimento rovesciato che se avessi potuto convincerti dell’esistenza di un islam moderato non ti saresti fatto cristiano: “non ci sarebbe stata ragione”. Se dunque interpreto bene non ti sei convertito per l’attrazione della figura di Cristo e per la promessa della resurrezione che la caratterizza ma per insoddisfazione dell’islam. E’ così? Debbo concludere che hanno ragione quelli che ti accusano di aver compiuto un passaggio al cristianesimo non per motivazioni di fede ma per rafforzare con un nuovo argomento la tua battaglia politica? Non voglio questa conclusione, preferisco pensare che ti sia espresso male o che male ti abbia interpretato l’intervistatore. La vera conversione al cristianesimo dovrebbe dipendere dalla scommessa sulla figura di Gesù, non dal giudizio su altre religioni. Dimmi che così è stato anche per te. In attesa della risposta rinnovo l’abbraccio che ti avevo mandato alla notizia del battesimo. Luigi Accattoli

Al market osservo due ragazze che amoreggiano in fila alla cassa, una piena di ferri alle labbra e alle orecchie che fa all’altra: “Quando prendo il primo stipendio voglio farmi una mangiata di pesce”. Persona che è con me dice: “Ma dove siamo arrivati?” Io invece trovo le due graziose, anche quella con i ferri e sono stupito dal conformismo degli umani avendo anch’io festeggiato il primo stipendio – il secolo scorso – con una mangiata di pesce. La continuità mi sorprende più delle trasgressioni. Osservo molto i comportamenti di una barbona tedesca, pulitissima, che siede da anni sui suoi cartoni a lato della facciata di Santa Maria Maggiore e parla da sola ma non ho mai conosciuto qualcuno che rifiuti di vestire panni, o di usare la parola per comunicare. Nella vertigine dell’umano nulla è scontato.

“Un uomo morto non stupra”: leggo questa scritta su un muro di via Cavour a Roma. Penso che sia uno slogan dei soliti sostenitori della pena di morte anche perché è scritto con spray nero ma poi ne trovo un altro tracciato con spray verde, indago e mi dicono che era un motto dei collettivi femministi all’ultima manifestazione contro la violenza alle donne. Mi ostino a capire ogni segno ma qualche volta mi dispiace d’aver capito.