Archivi per settembre 2008

Se Athenagoras e Benelli rifiutano il ricovero

Io vedo che nella giusta battaglia contro l’eutanasia oggi si corre il rischio di affermare troppo dimenticando che la nostra cultura ha sempre riconosciuto il diritto di ognuno al rifiuto dell’ospedalizzazione o di una particolare cura. Quel diritto che è garantito dalla nostra Costituzione – articolo 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario” – è stato esercitato anche in tempi recenti da grandi figure del mondo cristiano: segnalo il patriarca Athenagoras che non vuole essere portato a Vienna per le giuste cure, il cardinale Benelli che rifiuta il ricovero in ospedale e Aurelia Origlia (terziaria domenicana torinese morta nel 1993 per la quale è in corso il processo di canonizzazione) che colpita da tumore sceglie di curarsi con la medicina omeopatica. Il cardinale Giovanni Benelli arcivescovo di Firenze muore il 26 ottobre 1982, a una settimana da un grave infarto dopo il quale impone ai collaboratori e ai medici il silenzio sulle proprie condizioni di salute, rifiuta il ricovero in ospedale e si fa promettere che lo lasceranno morire in casa. La stessa scelta era stata compiuta dieci anni prima da Athenagoras (1886-1972), patriarca di Costantinopoli: a 86 anni cade dalle scale e si rompe il femore, rifiuta di andare a curarsi lontano, chiede di essere lasciato solo nella stanzetta del piccolo ospedale dove l’hanno portato e solo muore nella notte tra il 6 e il 7 luglio del 1972. Invito i visitatori del blog che conoscono storie simili a segnalarle: conviene riflettere – in mezzo al dibattito sul fine vita (vedi post precedente) – su come in passato si affrontava la morte, con libertà di scelta sull’alimentazione, le cure e i ricoveri, quando le posizioni non erano irrigidite dalla disputa sull’eutanasia.  

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Lettera al papà di Eluana

Caro Beppino, ti scrivo da padre a padre per darti un suggerimento e per dirti la mia solidarietà nella pena grande che ti trovi a vivere. Leggo che sabato, al Festival della salute di Viareggio, ti sei appellato a papa Wojtyla e al fatto che avrebbe rifiutato la tracheotomia, l’alimentazione e la ventilazione assistite. Da giornalista che segue il papa posso assicurarti che questi rifiuti non ci furono: Giovanni Paolo fu tracheotomizzato, ebbe inserito a più riprese e infine in permanenza il sondino nasogastrico e anche fu aiutato per la respirazione. Ma c’è un suo rifiuto che puoi far valere ed è quello di un estremo ricovero, che gli fu proposto al momento della crisi decisiva, tre giorni prima della morte, quando chiese “se mi portate al Gemelli avete modo di guarirmi?” e saggiamente scelse di morire “nella sua casa”. E’ a questa decisione che potresti fare riferimento – per quello che vale – nella ricerca di una via di uscita alla tua sofferenza. Io sono cristiano e accetto la sostanza dell’insegnamento della Chiesa cattolica in questa materia, ma sono anche convinto che la volontà del malato debba avere un ruolo centrale. Ti dico anche che io vorrei dagli uomini di Chiesa – come anche dai politici e da ogni personaggio della vita pubblica – una maggiore discrezione e un più chiaro rispetto nei confronti tuoi e di Eluana, come già l’avevo desiderato nei confronti di Piergiorgio Welby e di sua  moglie Mina. Apprezzo il modo in cui discrezione e rispetto sono stati attestati dal cardinale Tettamanzi nella “lettera” pubblicata da “Avvenire” il 12 luglio e vorrei che quel modo fosse tenuto da tutti: del resto egli è il vescovo della comunità dove la vicenda è vissuta e patita. Io credo che i vescovi Fisichella e Sgreccia e i cardinali Ruini e Bagnasco esprimano la stessa posizione indicata allora da Tettamanzi, ma vorrei che lo facessero con la stessa delicatezza. Ti abbraccio. Luigi

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Favola del cane assetato e del piccione

Il cane puntava il piccione che quattro passi più in là beveva da una fontanella. Tendeva il collo, una zampa levata, pronto a scattare. Bevuto e ribevuto il piccione volò via e il cane se ne andò dondoloni alla bevuta. Ho visto la scena nella piazza di Montepulciano, davanti a Palazzo Poliziano. Mi dice che a volte fa il viso dell’armi chi ha fretta di bere.

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Si chiama Crociata ma non porta la spada

Ho conosciuto Mariano Crociata, il nuovo segretario della Cei, quand’era vicario generale a Mazara del Vallo e lo ricordo fine nel tratto, colto, curioso della vita. Un uomo di Chiesa per nulla arroccato in difesa, desideroso di novità arricchenti – in quella situazione di oggettiva povertà – ma scrupoloso nel loro vaglio. Mi aveva chiamato a parlare su “L’ascolto di Dio attraverso la storia” a un incontro delle “organizzazioni laicali” nel maggio 2006. Conservo nel computer i messaggi con cui concordammo l’argomento e ricordo la conversazione a cena in casa di una coppia mista ebraico-cristiana, la visita al “Museo del Satiro”, la conversazione in automobile sulla “Deus Caritas est” mentre mi riaccompagnava all’aeroporto. Stava scrivendo qualcosa sull’enciclica ed era interessato ad approfondire un mio accenno alle premesse che se ne potevano rintracciare nelle opere del teologo Ratzinger, per esempio in Introduzione al cristianesimo dove l’amore è detto “unico principio trascendentale” della nostra fede. Mi chiese poi per e-mail le referenze testuali. Al museo io ero incantato dal guizzo del satiro (una scultura greca del IV secolo ripescata dal mare nel 1998) ed egli ebbe a dirmi – con allusione al tema della conversazione che avevo tenuto: “Ci sono sorprese che vengono dal futuro ma anche sorprese che ci raggiungono dal passato”. Mi piace che il cardinale Bagnasco abbia chiamato alla Cei un uomo nuovo.

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Lettera irriverente al vescovo Domenico Sigalini

Caro Domenico hai appena tenuto alla Radio Vaticana una conferenza stampa per il ritorno a Palestrina – dopo il restauro – della tela del Caravaggio “Decapitazione di Sant’ Agapito” e per la presentazione del convegno dall’ottimo titolo “Luce su Palestrina”. Ti scrivo per una bagatella: il modo in cui vieni presentato nell’elenco dei partecipanti alla conferenza stampa. Siete sei e di ognuno si dice il nome e l’ufficio, tipo “Rodolfo Lena, sindaco del Comune di Palestrina” mentre solo per te – che vieni ultimo – si leva il grido “Sua Eccellenza Reverendissima” come se tu stessi entrando in una sala e ognuno ti abbia a “reverire”, poniamo con un profondo inchino e ti si noma “Monsignore”, vale a dire “Mio Signore” che sarebbe come un secondo inchino. Tu sei una persona moderna, abituato a stare con i giovani e ridi vedendomi scrivere “ti si noma”, che si usava quando il mondo era pieno di “loro eccellenze”. Questa lettera è per darti un minimo consiglio: di segnalare al tuo ufficio stampa che come tu non esci di casa in portantina, con i servitori che gridano “Arriva Sua Eccellenza inchinatevi”, così loro dovrebbero evitare – se ci riescono – di simulare per iscritto quei salamelecchi. “Ma perché te la prendi con me se questo è l’uso” mi dirai. E io ti rispondo che dovreste iniziare voi vescovi di campagna a scendere dal pero e forse un giorno anche gli altri vi seguiranno. A voi dovrebbe risultare più facile dal momento che vi dovete arrampicare di persona sul tetto della cattedrale quando ci piove dentro.

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Un cristiano un ateo un ebreo e un musulmano

Tirava un brutto vento e il primo a essere imprigionato fu un cristiano. Portarono poi dentro un ateo dichiarato e poi un ebreo e infine un musulmano. Discutevano per passare il tempo ma facilmente litigavano e l’ateo disse: “Avessimo almeno qualcosa da leggere”. “Io ho una Bibbia” buttò là timidamente il cristiano. “Leggiamola” fece l’ebreo: “Ma io mi fermerò alla prima parte della tua Bibbia, quella che è anche mia”. “Nelle vostre Bibbie ci sono i santi nomi di Abramo e di Ismaele”, disse conciliante il musulmano, “perciò potrò leggere anch’io”. “Per me – disse l’ateo – non è il libro più adatto ma molte mie parole e alcuni  sentimenti vengono da quelle pagine e dunque sarò della partita”. Fu così che lessero l’uno dopo l’altro e leggendo trovarono nuove occasioni per discussioni anche violente, ma almeno ora sapevano per che cosa litigavano.

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A ogni papa il suo rabbino

Papa che vai rabbino che trovi: Riccardo di Segni sta a Benedetto XVI come Elio Toaff stava a Giovanni Paolo II.

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Se un’oca ti sguarda a via Cavour

Esco di casa e vado in via Cavour per prendere il bus 84 e vedo un’oca tutta bianca a tre passi dal marciapiede, ferma, che gira la testa a scatto di qua e di là ma dopo una sosta in ciascuna delle due direzioni. Le automobili rallentano e si scostano. Tutti la guardano e lei guarda tutti, un momento quelli di destra e un momento quelli di sinistra. Come restituisse la guardata. Ho un appuntamento e me ne vado con il mio autobus. Non saprò che cosa ci faceva quell’oca alle otto di mattina all’incrocio tra la via di Santa Maria Maggiore e la via Cavour.

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Ho fatto 95 viaggi con il papa: tutti buoni

Tornando dalla Francia (vedi post precedente) i 70 colleghi del “volo papale” mi hanno festeggiato perché era il mio 95° e ultimo viaggio con il papa: a dicembre compio 65 anni che al Corriere della Sera è un termine fisso per il pensionamento. Sono contento di andare in pensione: ho cinque figli e già due nipoti, ho questo blog e ho vari impegni con gli editori che già hanno pubblicato miei volumi. Ho sempre detto che uno dovrebbe uscire dal lavoro dipendente con la stessa proiezione in avanti con cui vi entra e spero di mantenere la parola. Terminato l’ottimo dejeuner froid servito dall’Air France, si alza il collega statunitense John Michael Thavis (Cns), batte le mani e dice: “Questo è l’ultimo viaggio di Accattoli, io non ci credo che non l’avremo più con noi, comunque lo vedremo a Roma perché continuerà a occuparsi in qualche modo di informazione vaticana”. Ha detto che io sono una persona simpatica e ha passato la parola a Marco Politi (Repubblica) che mi ha rivolto altre simpatie e infine al padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, che ha detto di conoscermi da 35 anni e che è contento di ciò e dunque alzava il bicchiere per un brindisi. Ho ringraziato felice delle parole ascoltate ma le vere sorprese sono arrivate dopo: le firme di tutti i 70 sui menu del dejeuner, accompagnate da motti fraterni e il saluto del papa. Lo puoi leggere nel primo commento a questo post.

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“Nel mondo c’è un amore più forte”

Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede, perché ci dice quanto Dio ci ha amati; ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte, più forte delle nostre debolezze e dei nostri peccati. La potenza dell’amore è più forte del male che ci minaccia“: parole dell’omelia letta ieri mattina dal papa durante la messa nella “Prairie” di Lourdes. Le riporto per quell’antologia che da tempo vado raccogliendo in questo blog, dedicata alla forza di parola di papa Benedetto (vedi post del 13 settembre e il rimando al ad post che in esso è contenuto). “Nel mondo c’è un amore più forte della morte” suona come il preannuncio della grande notizia cristiana, da comunicare all’umanità sgomenta. Ma prima ogni cristiano dovrà dirla a se stesso fino a che non avrà trovato il giusto tono di voce per dirla agli altri. – Con questo post chiudo i miei lanci dal viaggio in Francia: già da tre ore sono rientrato a Roma con l’aereo del papa, un A321 dell’Air France. Durante il volo sono stato festeggiato dai colleghi perchè questo era il mio ultimo “viaggio papale” fuori d’Italia – ne ho fatti 95 – essendo previsto per la fine dell’anno il mio pensionamento, compiendo io 65 anni. Racconterò domani la festa che mi hanno fatto i 70 giornalisti e il saluto che ho avuto dal papa. Lo preannuncio a mo’ di traino, come fanno i telegiornali con i programmi di prima serata: anche i blog hanno i loro riti.

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