A fine maggio Papa Benedetto ha incontrato un gruppo di “amici” venuti da Frisinga. Trovo ottimo lo sviluppo della convivenza dei due Papi, i richiami del nuovo all’emerito, la figura dell’emerito nascosta agli occhi del mondo ma che fa capolino con una foto o una confidenza dei visitatori. Non ci risulterebbe difficile – io credo – rivederlo occasionalmente, e non solo in immagine, accanto a Francesco. Mando in ritardo un saluto a Benedetto nel 62° anniversario dell’ordinazione a prete, che cadeva il 29 giugno.
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“Nella mattinata di lunedì 8 luglio il Santo Padre si recherà in visita all’isola di Lampedusa. Papa Francesco, profondamente toccato dal recente naufragio di un’imbarcazione che trasportava migranti provenienti dall’Africa, ultimo di una serie di analoghe tragedie, intende pregare per coloro che hanno perso la vita in mare, visitare i superstiti e i profughi presenti, incoraggiare gli abitanti dell’isola e fare appello alla responsabilità di tutti affinché ci si prenda cura di questi fratelli e sorelle in estremo bisogno. A motivo delle particolari circostanze, la visita si realizzerà nella forma più discreta possibile, anche riguardo alla presenza dei Vescovi della regione e delle autorità civili“: è l’annuncio appena dato dalla Sala Stampa vaticana. Bergoglio figlio di migranti e Papa delle periferie.
Francesco loda Benedetto per l’esempio di coraggio e discernimento che ha dato con la decisione della rinuncia, e al partire dell’applauso lo incoraggia con il gesto della mano e si unisce a esso battendo le mani: “Noi abbiamo avuto un esempio meraviglioso di come è questo rapporto con Dio nella propria coscienza, un recente esempio, meraviglioso: il Papa Benedetto XVI ci ha dato questo grande esempio, quando il Signore gli ha fatto capire, nella preghiera, quale era il passo che doveva compiere. Ha seguito, con grande senso di discernimento e coraggio, la sua coscienza, cioè la volontà di Dio che parlava al suo cuore. E questo esempio del nostro padre ci fa tanto bene a tutti noi, come un esempio da seguire“. Nei primi commenti un monito e un richiamo di Papa Bergoglio: ai cristiani “egoisti” e ai “telecomandati”, a Gesù che “non impone mai”.
“Sessant’anni di matrimonio (dico proprio sessanta): ci siamo arrivati! Festeggeremo domenica 30 giugno 2013 alla messa delle ore 10,30 nella Parrocchia di San Bruno, via della Pisana 370, Roma. Subito dopo insieme ai presenti stapperemo una bottiglia, in semplicità. Con i lontani nello spazio ci sentiremo vicini nello spirito. Vi aspettiamo tutti. Giulia e Antonio Thellung www.antoniothellung.it“: questo era l’invito e questa è la mia risposta. Amici ricchi di figli, nipoti e bisnipoti come alberi nella stagione dei frutti. Artisti di molte arti, spesso presenti in questo blog. Voi grati della vita, io grato di voi.
“Quando mi chiedono di che segno sono, rispondo: del gatto“: così amo ricordare Margherita Hack ora che ha iniziato il suo ritorno alle stelle. Diceva infatti che “siamo fatti di stelle”. Le ho sempre voluto bene, non avendola mai incontrata, per l’intelligenza e l’umiltà che le permettevano di parlare con parole comprensibili delle meraviglie dell’universo. Le sono grato per questo e per l’amore agli animali e per quel suo tranquillo ateismo che mi sfidava ogni volta che l’ascoltavo o la leggevo. L’ateismo militante degli Odifreddi e dei Flores d’Arcais mi lascia indifferente, mi provoca invece quello di chi è del tutto al di qua e dice: “dell’aldilà non me n’è mai interessato nulla“. Nei primi commenti alcune sue parole dal volume di Marinella Chirico, Margherita Hack – Pierluigi Di Piazza, Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete (Nuovadimensione 2012) che stavo giusto leggendo in questi giorni. La battuta sul segno del gatto è a pagina 31, quella sull’aldilà è a pagina 15.

«Non sono d’accordo con gli scioperi della fame: io voglio vivere, non morire»: sono le parole di Stefano Borgonovo, il calciatore malato di Sla morto ieri a 49 anni, che ho posto tra quelle che mi guidano nell’avventura della vita. Stefano le aveva dette l’inverno scorso, quando alcuni malati di Sla avevano minacciato di lasciarsi morire davanti al Ministero dell’Economia, a Roma, per protestare contro i tagli della Legge di stabilità. Stefano comunicava azionando un computer con il battito delle ciglia e parlava attraverso un sintetizzatore vocale, ma nella sua povertà era un dono per ogni vivente. “Meno soldi per le inchieste sul calcio e più soldi per la ricerca scientifica” aveva detto in altra occasione e sempre con i messaggi che inviava attraverso quegli strumenti e che solo la moglie Chantal riusciva a decifrare. Ha condotto con incredibile coraggio la sua battaglia per il riscatto da quella malattia: “Ci sono tanti malati che hanno trovato in me un punto di riferimento e questo mi rende felice”. Straordinario il sogno con cui attendeva la guarigione: “Di me che mi alzo e vado nella stanza accanto a svegliare le mie due piccole”. Si chiamano Benedetta e Gaia, che oggi hanno 16 e 10 anni. I due grandi sono Andrea e Alessandra, che ne hanno 25 e 22. Andrea due anni addietro aveva dato a Stefano e Chantal la gioia di essere nonni. Un bacio a tutti loro e a Stefano grande nella tribolazione e a ogni malato di Sla, in Italia e nel mondo.
Finalmente un Papa saprà tutto dello Ior: il “chirografo” pubblicato ieri che istituisce la commissione referente – noi diremmo “di indagine” – afferma che “il segreto d’ufficio e le altre eventuali restrizioni stabiliti dall’ordinamento giuridico non inibiscono o limitano l’accesso della Commissione a documenti, dati e informazioni”. I conti coperti, il sistema dei prestanome, la creazione fittizia di “opere di religione” che permetteva di aprire un conto: tutto il marchingegno che ha fatto dello Ior – per decenni – un terminale attivissimo di operazioni “sospette” aveva il suo fondamento su quel “segreto”. Avendo studiato un poco la questione, io mi sento sollevato.
Mai avrei immaginato che non andando a un concerto un Papa potesse provocare un così grande sconcerto. Ma sapevo bene che sconcerto – come parola – deriva da concerto. Siamo in un gioco di specchi. La Curia ne è la patria di elezione. Fuori da lì ciò che è avvenuto magari non è nulla ma dentro è un maremoto. Provo a dare un’occhiata tra le onde.
“Freddolina io ti amo”: scritta tracciata a lettere vistose in via di San Vito a Roma, sulla destra di chi cammini verso l’Arco di Gallieno. Lei fa sempre “brr che freddo” e lui la scalda come sa.
“La Chiesa riconosce che ‘gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei Patriarchi, in Mosè e nei Profeti’. E, quanto al popolo ebraico, il Concilio ricorda l’insegnamento di San Paolo, secondo cui ‘i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili’, e inoltre condanna fermamente gli odi, le persecuzioni, e tutte le manifestazioni di antisemitismo. Per le nostre radici comuni, un cristiano non può essere antisemita”: così Francesco stamane al “Comitato Ebraico Internazionale per le Consultazioni Interreligiose”. Il Papa ha ricordato con gratitudine i suoi contatti con la comunità ebraica di Buenos Aires: “Mi sono confrontato con loro sulle comuni sfide ma soprattutto, come amici, abbiamo gustato l’uno la presenza dell’altro, ci siamo arricchiti reciprocamente nell’incontro e nel dialogo, con un atteggiamento di accoglienza reciproca, e ciò ci ha aiutato a crescere come uomini e come credenti”. Per due volte Francesco ha ripetuto ai “fratelli maggiori” la parola shalom, “pace”: all’inizio e al termine dell’incontro, quando ha chiesto e assicurato il “dono della preghiera”.
Aggiornamento alle ore 18.00 del 24 giugno. Qui un mio articoluzzo sul linguaggio metaforico di Papa Francesco che ieri ha parlato di “valori avariati”.
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