“Arrivai a Lampedusa e riaprii gli occhi. Li avevo chiusi all’inizio della traversata due giorni prima. Vidi una donna che mi porgeva una coperta. Avevo una profonda ferita alla gamba che mi ero procurata in carcere, mi medicavano, mi disinfettavano, mi davano da bere, mi parlavano dolcemente e anche se non capivo nulla di ciò che mi dicevano, pensai: questo è il paradiso“: parole di una ragazza etiope rifugiata in Italia, ospite del Centro Astalli. E’ una delle dieci storie di rifugiati provenienti dal Corno d’Africa, ciascuna introdotta da un nostro intellettuale (Gad Lerner, Andrea Camilleri, Enzo Bianchi, Erri De Luca, Antonia Arslan, Giovanni Maria Bellu, Giulio Albanese, Amara Lakhous, Melania Mazzucco, Ascanio Celestini), contenute nel volume del Centro Astalli “Terre senza promesse” (Avagliano Editore) presentato il 19 ottobre in Campidoglio. Onoro quelle parole con un bicchiere di Vino Nuovo. [Continua nei primi tre commenti]
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Muore Antonio Cassese mentre arriva in libreria – per il Mulino – il libro intervista con Giorgio Acquaviva L’ esperienza del male. Guerra, tortura, genocidio, terrorismo alla sbarra. “Che il resoconto di una vita coincida largamente con la storia della difesa dei diritti umani e della legalità internazionale, ecco una sorte degna di invidia” aveva appena scritto Adriano Sofri in una bella recensione di quel volume sulla Repubblica del 28 settembre: Com’è profondo il male. [Segue nel primo commento]
Quando è venuta la sua ora avrebbe potuto tentare diverse vie ma le ha scartate tutte e ha voluto morire sul campo. Avviene spesso, tra gli uomini. Dal tiranno sconfitto al soldato circondato, al bandito che salta dalla finestra e spara ai poliziotti, all’ergastolano che si espone ai tiratori scelti con il coltello alla gola della guardia presa in ostaggio. In questi mesi ho sempre pensato che sarebbe finita così, attenendomi alle parole che ho udito da Tonino Guerra il 25 febbraio, quando la caccia a Gheddafi era appena avviata: “Quello è uno che piuttosto sceglie di morire: quando la vita degli altri vale per qualcuno così poco, finisce che anche la propria vita perde valore e la sfida al destino prevale su tutto” [Gheddafi Tonino Guerra e la sfida al destino].
Sono andato ieri alla chiesa dei Santi Marcellino e Pietro all’incrocio di via Labicana con via Merulana, dove sabato quel ragazzo ha rotto la statua della Madonnina. Ho parlato con il parroco don Pino e con il vescovo ausiliare Giuseppe Marciante anche lui in visita di solidarietà. Condividevano la mia impressione che queste violenze si infittiranno negli anni. Ho ascoltato le mamme del catechismo che erano venute a pendere i bambini. Ho visto automobili che si fermavano e persone che scendevano per raccogliere un frammento della statuina dal marciapiede dov’è ancora la macchia del gesso sfarinato. Davanti all’uscio n. 3 di via Labicana, che immette nella canonica, c’erano cinque mazzi di fiori e un cero. Dalle finestrelle dell’uscio, rotte dagli assalitori, si vede il Crocifisso spezzato dagli stessi, ancora appeso al muro di sinistra dell’androne. Davanti all’uscio n. 1 è la macchia di gesso. Per un poco sono restato dentro la bella chiesa in quieto pianto non sulla Madonnina e sul Crocifisso ma su noi e sui nostri figli.
«Tra il bene e il male avevo scelto il male, c’era meno da faticare. Ho fatto del male a tante persone. Sono stato fortunato. Non ho ucciso nessuno e non ho ucciso me»: parole di Federico Abati, detenuto, malato di Aids, autore di un racconto intitolato “La fortuna di perdere” con il quale ha partecipato al concorso “Racconti dal carcere”, risultando tra i venti selezionati per entrare nell’antologia “Volete sapere chi sono io?” (Mondadori 2011). Auguro vita e saggezza a Federico bevendo con lui un bicchiere di Vino Nuovo.
Mando un bacio ad Andrea Zanzotto – che è appena partito per l’Ovesturia dopo novant’anni di attesa – dedicando ai visitatori alcune sue domande tra le quali viene attuale oggi e provocante sette volte quella che suona proprio come rivolta ora a noi, da lui, da là:
Ma che sarà di noi?
Che sarà della neve, del giardino,
che sarà del libero arbitrio e del destino
e di chi ha perso nella neve il cammino
(e la neve saliva saliva – e lei moriva)?
E che si dice là nella vita?
E che messaggi ha la fonte di messaggi?
“Noi non ci rendiamo conto di quanto quello che abbiamo valga veramente. Quando le cose vengono a mancare, ti accorgi di quanto veramente sono importanti e quanto sono profonde e servono per andare avanti. Io quando sarò guarita, se guarirò, devo fare qualcosa per i giovani che non hanno ancora conosciuto questo grande amore del Signore“: così parla in un video Giulia Gabrieli, la ragazza di Bergamo morta di tumore a 14 anni il 19 agosto (vedi post del 5 settembre e del 14 ottobre). Il video realizzato da un amico di famiglia è stato trasmesso sabato da Rai1 nel programma A sua immagine, Il sorriso senza fine di Giulia: non lo potei vedere perchè distratto dal corteo degli indignati (vedi il penultimo post). Tornando a ciò che conta, ora lo sto trascrivendo. Nel primo commento trovate il resto delle parole di Giulia. – Qui un sito dedicato a Giulia: http://www.congiulia.com/.
Sono stato a messa a San Gregorio al Celio, celebrante don Innocenzo Gargano, in memoria di Piero Pratesi, Vittorio Citterich, Giancarlo Zizola (l’altro ieri cadeva il suo trigesimo). Raniero La Valle, 80 anni, sempre in forma, li ha ricordati alla “preghiera dei fedeli” come cronisti del Concilio. E’ stato letto un saluto di Ettore Masina che ricordava Fabrizio De Santis, Lamberto Furno, Ugo d’Ascia, Domenico Del Rio, Sergio Trasatti. Con Angelo Bertani dopo la messa nominavamo anche Gregorio Donato, Alceste Santini, Giovanni Fallani, Dante Alimenti, Orazio Petrosillo, Giuseppe De Carli, Maurizio Di Giacomo. Insomma, in nome o di persona c’eravamo in tanti. Ero pieno di immagini e di parole. Requiescant et nos adiuvent: vivano nella pace del Signore e ci diano una mano.
Sotto la mia finestra, via di Santa Maria Maggiore è sbarrata da tre blindati della polizia: due rinculati alle pareti e un terzo a congiungerli senza lasciare spiragli. Non passano nè donne incinte, nè vecchietti col bastone, ne pope russi. Ottanta metri sopra sfila la manifestazione degli arrabbiati e c’è anche un camion dei no tav, stile gaypride e un altro dei Cobas della scuola. E cartelli arrabbiati: “Non chiediamo il futuro – prendiamoci il presente”. Dies irae, è il giorno dell’ira.
Gli sbadigli di Bossi parlando Berlusconi alla Camera giovedì, l’incantamento dell’urticante Tremonti e le cinque iconcine radicali galleggianti sul vuoto delle opposizioni. L’esorcismo di Rosy Bindi ai galleggianti. La faccia a salamandra di Fini che presiede un’assemblea disertata dai suoi. Non è mancato ultimamente lo spettacolo a palazzo. La voce atona della salamanra che proclama la vittoria del premier. Ma non mi ha divertito l’insistenza su Bossi. Sono vicinissimo a Rutelli – quasi lo tocco con il gomito sinistro – ma le sue male parole sul capo leghista mi sono dispiaciute. E disapprovo i rilanci degli sbadigli da parte del Tg di Mentana che tuttodì qui vengo lodando. Non condivido quasi nulla di Bossi – vedi Castelli in aria l’Umberto e il Trota del 13 aprile – ma dico che merita rispetto la sua tenacia nell’invalidità.
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