“Per la paura della morte non vi sono rimedi facili, non basta per esempio imporre a se stessi di non pensarvi. Io non conosco metodo migliore che quello di concentrarsi nel presente. Si può così attualizzare anche il modo con cui Cristo ha sconfitto la morte, offrendosi tutto a Dio Padre. Pur morendo di una morte ingiusta e crudele, disse: «Nelle tue mani, Padre, affido il mio Spirito». Questo è il segreto! Se non ci affidiamo a Dio come bambini, lasciando a Lui di provvedere al nostro avvenire, non arriveremo mai a fare quel gesto di totale abbandono di sé, che costituisce la sostanza della fede“: così domenica 30 ottobre il cardinale Martini ai lettori del Corriere della Sera che lo interrogavano sulla morte. Dedico le sue parole ai visitatori in questo due novembre che il calendario della Chiesa Cattolica segna come Commemorazione di tutti i defunti. Nel primo commento un’altra risposta del cardinale.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Ieri (vedi post precedente) festeggiavamo i sette miliardi, oggi è la festa di tutti santi, domani ricorderemo tutti i morti: una tre giorni di famiglia allargata che non dimentica nessuno. “E fu detto loro di pazientare ancora un poco, finchè fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli”: Apocalisse 6. “Il sogno di Dio – ha detto stamattina il celebrante a Santa Prassede – è di portare il numero dei suoi figli alla pienezza di quella moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”. Un bel saluto allargato a tutti, a tutti.

Leggo che siamo sette miliardi e festeggio la bellezza di essere in tanti.
– Por el mangiar dei miei figli – dice il mendicante argentino tendendo il suo bicchiere alle persone che entrano in chiesa.
– Venda il suo dente d’oro e ci compri il pane – gli risponde una romana con perfetto uso del congiuntivo.
[Due ore fa alla porta di Santa Prassede in Roma]
“La prospettiva che si apre con il trionfo della Rete oggi risuona per tutti come la chiamata che un giorno mosse Abramo a lasciare la sua casa, la sua terra, il suo popolo“: sono parole del filosofo Antonio Pieretti (Università di Perugia) che prendo da un suo foglio di appunti in vista dell’assemblea dei Meic del 22-23 ottobre alla quale anch’io ero relatore. Mi è parsa geniale, come intuizione: Abramo lascia la sua patria per andare in cerca di un’altra che gli è sconosciuta e quella stessa avventura totale stiamo vivendo noi oggi, nella stagione di avvio dell’era digitale, cioè di virtuale prossimità immediata con ogni uomo sul pianeta. Con vantaggi e rischi da paura. Gli dedico un bicchiere di Vino Nuovo.
“Tanto vale prepararsi / mezzo secolo di vita basta”: versi di Carmen Llera Moravia nella raccolta Vita imperfetta appena pubblicata da Bompiani.
Il papa è appena salito sul treno che lo porterà ad Assisi: un Freccia Argento delle Ferrovie dello Stato sul quale viaggerà con trecento ospiti di tutte le chiese e le religioni mondiale, in vista della quarta Giornata delle religioni per la pace, a 25 anni dalla prima. Ero alle altre tre come inviato del Corsera, felice di esserci. Stavolta non ci vado ma ci sono e vi ci porto con la rete, sempre felicemente.
“ELENA BONO: Chiudere gli occhi e guardare” è un convegno che si fa a Roma venerdì 28 Ottobre (vigilia del 90° compleanno della scrittrice) alle ore 17.00 presso la Società Dante Alighieri in Palazzo Firenze. Il motto del convegno è preso da una poesia di Elena intitolata DALLA BETULLA SI EFFONDE:
Dalla betulla si effonde oscurità nel cielo e sulla terra.
Forse la sera vi è rimasta tutto il giorno nascosta
per sfuggire alla luce
aprendo gli occhi, invano, a vedere se stessa,
spaurita e percossa da un rombo sconosciuto:
la voce del fiume o il vento tra le montagne o il suo cuore.
Ma a poco a poco ciò che si ignora non fa più male;
così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare.
Il tempo che lacerava il suo cuore è ora un immobile
sogno ed ha un attimo solo.
[da Elena Bono, Poesie. Opera omnia, Le Mani 2007, p. 31]
“Come non è accettato che qualcuno circoli mascherato nelle nostre città, così nessuno dovrebbe andare mascherato per la Rete, fatti salvi i casi di necessità delle dittature e delle persecuzioni. Non so come il diritto della Rete risolverà la questione. Io parlo di un’esigenza pedagogica, che è quella che qui ci interessa e ci interpella“: è un rutilante aforisma da me proposto insieme ad altri non meno brillanti sabato 22 a un’assemblea del Meic. La mia comunicazione era intitolata Il linguaggio della Rete e può essere letta nella pagina CONFERENZE E DIBATTITI di questo blog elencata sotto la mia foto. Non metto il link in modo che per leggerla dovete andarla a cercare e così vi fate un’idea delle stanze che si affacciano su questo pianerottolo.
«La scossa è stata violentissima ed è durata oltre 30 secondi. In casa crollava tutto: mobili, intonaco, e tutta la roba che avevamo. Durante la scossa ci siamo abbracciati aspettando che si aprisse una voragine sotto di noi o che ci crollasse addosso il sesto piano. Invece siamo riusciti a scappare e a prendere la macchina ma una volta fuori ci sono state altre violenti scosse e quindi non potevamo proseguire. La gente scappava dalle case urlando»: così per telefono Costanza Ugolini ha raccontato alla rivista Popoli il terremoto che ha fatto ieri centinaia di morti e migliaia di feriti in Anatolia. Sono amico degli Ugolini che qui ho intervistato con ammirazione e che ora stringo a me tremando con loro.
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