Sono a Sacile, Friuli, per una conferenza al Centro di studi biblici su un tema impossibile: “Oltre la morte. L’orizzonte di una nuova vita”. Ma come fa un cristiano a rifiutarsi di parlare della sua speranza nella “vita del mondo che verrà”? Provi a dire “io non sono un teologo e non sono un biblista” ma se quelli insistono con un perentorio “vogliamo lei” devi andare [http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=1281]. Sono dunque qua e approfitto di un’ora libera per visitare il Duomo (gotico, del 1480-96) che undici anni addietro – in occasione di altra conferenza – non ero riuscito a vedere. Mi attira una lapide che segnala il luogo della sepoltura di un figlio del sultano turco Murad II che qui morì nel 1435 dopo che si era fatto cristiano e aveva preso il nome ebraico di David. Girando il mondo uno quasi si convince che l’umanità abbia già sperimentato tutto quello che potrebbe capitargli.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Il Corriere della Sera: “Berlusconi e la crisi globale. Venti milioni di posti a rischio”. La Repubblica: “Crisi. Gli operai assediano i manager”. La Stampa: “Lavoro. L’allarme di Berlusconi”. Il Messaggero: “Berlusconi: patto sociale globale”. Il Giornale: “Candidati. Tutti i nomi città per città”. Avvenire: “Vite perdute nel Mediterraneo. Sarebbero 200 i dispersi al largo della Libia”. Il titolo di apertura della prima pagina tiene d’occhio l’andamento delle borse o può essere un grido per l’umanità. Oggi solo Avvenire ha scelto di gridare.
Oggi sono felice perché ho avuto una e-mail da un missionario italiano in Africa che non conosco, il quale si è imbattuto nel blog e manda “due righe” ringraziando per quello che scrivo e raccontando il lavoro di pacificazione e sviluppo che svolge in un luogo di frontiera, nella poverissima Repubblica Centrafricana. Ci sono stato una volta con papa Wojtyla, nell’agosto del 1985 e ricordo le banane minute che mangiai e la tanta polvere che sollevava il camion che ci portava all’aeroporto su una strada sterrata. In mezzo alla polvere gli occhi di luce dei bambini e delle donne che salutavano Giovanni Paolo festanti nella povertà. Il missionario incappato nel blog si è ricordato di aver letto un mio libro, io leggendo la sua e-mail ho ritrovato quell’immagine di umanità lieta del poco e fiduciosa. Dunque un blog non serve solo per vane dispute. Ringrazio il padre Aurelio di avermi scritto e riporto nel primo commento la lettera, facendone dono ai visitatori e segnalando il regalo che viene da lui, veicolato dalle parole: “Ma la speranza è sempre tanta”.
Maria di Magdala (vedi post precedente) fu scelta da Gesù come prima annunciatrice della resurrezione – così raccontano Marco e Giovanni – ma non fu creduta dai discepoli ai quali era stata mandata. Secondo Matteo Gesù appare la prima volta al gruppo delle donne tra le quali era Maria e dà loro quello stesso incarico. Secondo Luca alle donne – compresa la nostra Maria – sono gli angeli a dare l’annunzio della resurrezione e il compito di trasmetterlo ai discepoli. Dunque la successione dei testimoni e degli annuziatori della Resurrezione secondo tutti e quattro i Vangeli inizia dalle donne e non da Pietro o dagli undici. Ma Pietro e gli undici non credono alle donne e Paolo quando farà – nel capitolo 15 della Prima lettera ai Corinti – un elenco documentale delle apparizioni del Risorto non nominerà nè Maria di Magdala nè le altre donne. In Matteo 28 Gesù dice alle donne: “Andate ad annunciare ai miei fratelli”. Ma Paolo poco dopo dirà: “Le donne nella Chiesa tacciano”. La parola delle donne allora non contava e non potevano testimoniare in giudizio. Se i discepoli avessero inteso tutto il significato della scelta delle donne da parte di Gesù, la storia della Chiesa avrebbe potuto essere diversa. Non dico questo in riferimento al sacerdozio femminile – che non ci sarebbe stato comunque – ma per la facoltà di parola che il Risorto aveva riconosciuto alle discepole e per la centralità dell’amore nella vita dei cristiani. – Ringrazio i visitatori per i suggerimenti che mi hanno dato con i commenti al post precedente in vista della conversazione su Maria di Magdala che ho svolto ieri con i giovani della XII prefettura della diocesi di Roma. Il testo della mia introduzione si può leggere qui
E’ il tema che devo trattare domenica – cioè dopodomani – con i giovani della XII prefettura di Roma [l’appuntamento è alla Parrocchia Santa Bernadette Soubirous alle 21,00] e chiedo spunti ai visitatori su chi sia oggi Maria di Magdala, dalla quale Gesù aveva scacciato sette demòni e che è la prima a vedere il Signore risorto. Di chi è “tipo” questa discepola che segue Gesù per servirlo, non ha particolari incarichi in quel gruppo di accompagnatori ma è presente sotto la croce e piange di prima mattina accanto al sepolcro vuoto. Parla distrattamente con gli angeli e scambia Gesù per il custode del giardino, tanto è il disturbo delle lacrime. Ma quando egli la chiama per nome vorrebbe trattenerlo tutto per sé. Corre infine dagli undici, apostola degli apostoli e grida: “Ho visto il Signore”. Per un’idea del modo artigianale con cui mi esercito a raccordare la Parola e le parole puoi leggere qui: http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=1179. Grazie e buona preparazione alla Pasqua.
“L’etica libera la bellezza” era lo slogan della manifestazione di “Libera” contro le mafie che si è fatta a Napoli sabato, sul lungomare. C’erano scolaresche con striscioni colorati. “Perché la vita abbia altri colori abbattiamo l’oscurità della camorra” diceva uno di Aversa. Un altro di Lentini: “Vogliamo crescere in un mondo pieno di luce e colori”. Sono stati letti i nomi di 900 vittime delle mafie e don Luigi Ciotti, il prete che presiede Libera, ha detto ai mafiosi: “Come giustificate il male che fate agli altri? Non può essere questa la vita. Non basta pentirsi ogni tanto, bisogna convertirsi”. Per la manifestazione di quest’anno è stata scelta Napoli per ricordare don Peppino Diana ucciso 15 anni addietro a Casal di Principe, Caserta, con indosso i paramenti della messa. Venerdì sera nella cattedrale di Napoli il papà di don Peppino, Gennaro Diana, ha messo la stola del figlio sulle spalle del cardinale Sepe. Alla manifestazione c’erano cinquecento familiari delle vittime che proponevano pensieri di pace: “La ricerca del bene aiuta a vivere felici” (Stefania Grasso), “Non vogliamo rimanere vittime” (Deborah Cartisano). Il servizio giornalistico più bello l’ho letto su Avvenire, a firma di Antonio Maria Mira. Altre notizie me le ha date un compagno degli anni della Fuci che è preside dell’Istituto Marconi a Lentini (vedi post del 27 agosto 2006: “Sbulla la città” di Lentini): ha portato a Napoli 90 ragazzi tra quelli della sua scuola e altre di Carlentini e di Francofonte. I suoi ragazzi avevano realizzato lo spot televisivo della manifestazione, dove si vede una bambina che giocando trova un proiettile e lo lancia in aria e nel cielo di Napoli appare il motto dell’appuntamento che molto mi piace: “L’etica libera la bellezza”. Perché non c’è il bello senza il buono e senza il vero.
Concordo con la difesa del papa fatta ieri dal cardinale Bagnasco, che lo ha descritto – in riferimento ai lefebvriani e al viaggio africano – come colpito da diffidenza, ostracismo e irrisione. I visitatori sanno che difendo Benedetto sui due fronti: vedi post del 13 marzo [Sto con il papa parola per parola] e i vari commenti alla missione africana [riassunti in un articolo che appare oggi su Liberal: http://www.liberal.it/primapagina/accattoli_2009-03-24.aspx]. Accolgo poi lietamente il richiamo che il cardinale – sul caso Englaro – ha rivolto alla comunità cristiana perchè eserciti una corale “responsabilità credente” con “larga capacità di dialogo e di sensata interlocuzione”. E’ in forza di queste concordanze che mi permetto di rivolgergli un suggerimento, da uomo della comunicazione che ha sempre operato in ambiente laico: di trattare cioè con pieno rispetto i portatori della “visione antropologica” del “secolarismo” con i quali si intende svolgere il confronto. Trovo la prolusione ispirata al rispetto ma in essa ci sono due passaggi – al paragrafo 3 – che hanno sapore polemico e nei quali gli interlocutori non potrebbero riconoscersi: dove qualifica l’uomo della odierna concezione secolare come “uno sghiribizzo culturale fluttuante nella storia” e dove descrive come “un nichilismo gaio e trionfante” quello a cui tale visione è destinata a sboccare. Se voglio realmente “interloquire” devo rappresentare al meglio e nel suo punto di forza l’idea dell’interlocutore, altrimenti azzero il suo interesse al confronto e dispenso me stesso dal trovare una vera risposta alla sua interpellanza. Nei dirimpettai della veduta cristiana è frequente l’irrisione e dunque si può capire la tentazione di rilanciare qualcuno dei sassi da cui veniamo colpiti. Ma è una tentazione da tenere sotto controllo. [Segue nel primo commento]
– Per fare un figlio ti devi affidare alla Provvidenza.
– Ti devi affidare a te stessa piuttosto.
– Non basta. Io lo sentivo ogni giorno che quella era un’impresa più grande delle altre.
– Ti deve bastare! E così smetti di giocare e di fare finta che ci sia qualcos’altro. Ci sei tu e basta.
– No io non sono sola. Non mi sento sola!
– Allora buona compagnia.
[Conversazione tra due maestre di scuola materna udita sull’Intercityplus che sabato mattina mi portava da Roma a Genova]
“Ora et colora”: l’ho letto stamane – tornando da Genova a Roma – nella parte alta di un murale che ho scorto sulla destra della ferrovia, tra le stazioni di Pisa San Rossore e di Pisa Centrale. “Prega e colora”: forse a imitazione scherzosa del motto dei benedettini “Ora et labora”, cioè “prega e lavora”. O l’autore del murale voleva richiamare l’uso dei monaci ortodossi di dipingere le icone in ginocchio?
Oggi pomeriggio ero a Genova come relatore a un convegno del “Serra Club Genova 184” nel Cinquantesimo della fondazione (vedi nella pagina “Conferenze e dibattiti” elencata sotto la mia foto). Tante parole, le mie comprese. Ma anche il saluto di un prete di 94 anni, Luigi Noli, che fu il primo consulente ecclesiastico del “Serra Club Genova 184” e che è ancora sveglio e mordace. Ha detto tra l’altro questo che vi regalo: “Sono le donne che fanno l’uomo”. Non l’ha spiegata e neanche io la spiego.
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