Il blog di Luigi Accattoli Posts

Secondo Francesco Cossiga «la segreteria di Stato ha tolto alla Cei la gestione dei rapporti col governo e la guida diretta della Chiesa italiana per avocarle a sè». Il presidente emerito ne parla in un’intervista al Quotidiano nazionale di ieri, ragionando sull’incontro Bertone-Prodi di lunedì che ha tagliato fuori il cardinale Ruini. Per Cossiga «in rottura con la prassi inaugurata da Paolo VI e confermata da Giovanni Paolo II, la Segreteria di Stato ha riaffermato la propria superiorità sulla Chiesa d’Italia».Riguardo alla possibilità che questa novità possa modificare la linea del Vaticano rispetto al governo, Cossiga dice: «Credo di sì. È noto che il cardinale Bertone non vedeva con favore la linea di intransigenza della Cei». Credo sia vero che il cardinale Bertone rivendica un ruolo più attivo verso l’Italia, ma questo non vuol dire che avochi a sé “la guida diretta della Chiesa italiana”. E non credo che comporti una linea può flessibile: la linea è la stessa e viene dalle indicazioni del papa. Muta la gestione e la distribuzione delle responsabilità, non la posizione. Il papa – e Bertone per lui – vuole meno forti e meno protagoniste le conferenze episcopali. Presidenti leaders come il cardinale Lehmann in Germania e il cardinale Ruini in Italia, che guidano per un ventennio il rispettivo episcopato, finiscono con il dare un tale ruolo al “coordinamento” tra vescovi da farne un terzo soggetto ingombrante tra il vescovo e il papa. Ma abbassando il profilo della presidenza della Cei, chi fa poi valere sulla scena pubblica la posizione della Chiesa? Il segretario della Cei, o il presidente (che non sarà più necessariamente il vicario di Roma, né un cardinale), o altro vescovo a ciò delegato, magari come portavoce di una commissione, che opererà in stretto rapporto con la Segreteria di Stato. Un rapporto che varrà solo per l’azione ad extra e non per la “guida della Chiesa”, che ovviamente resterà ai singoli vescovi e al loro coordinamento in conferenza.

“Noi di Radio Maria, qui a Erba, siamo di rito ambrosiano ma facciamo finta di essere di rito romano e iniziamo oggi la Quaresima”: così stamattina padre Livio, ricordando agli ascoltatori che il calendario ambrosiano prolunga il carnevale di quattro giorni rispetto a quello romano. “Non c’è niente da fare – commenta – i milanesi vogliono fare il carnevale fino al sabato, non gli basta il martedì! Ci hanno provato in tanti a spostare la data, anche San Carlo Borromeo, ma qui fanno la rivoluzione piuttosto che rinunciare a quattro giorni di baldoria”. Il rapporto reattivo di padre Livio col rito ambrosiano mi ricorda la battuta di una mia figlia di dieci anni che un giorno era a messa con me in Sant’Ambrogio e si meravigliò di vedere lo scambio della pace all’offertorio. “I milanesi hanno un rito diverso” le dissi. “E te pareva!” rispose nel suo fresco romanesco. Il fatto è – io credo – che Carlo Borromeo, il padre Livio e mia figlia non sono nati ambrosiani. I Borromeo venivano da Padova mentre “il Padre Livio Fanzaga è nato nel 1940 a Sforzatica, nei pressi di Bergamo” – leggo in una scheda – ed è un sacerdote dell’ordine degli scolopi. Non c’è niente da fare: ambrosiani si nasce! 

Il diario del Conclave pubblicato dalla rivista Limes nel settembre del 2005, attribuito a un conclavista anonimo, segnalava il cardinale Giacomo Biffi come destinatario di un voto nell’ultimo dei quattro scrutini che portarono all’elezione di Benedetto XVI. Altre “voci” sugli scrutini attribuiscono un voto a Biffi in ognuno degli scrutini. Le malelingue vaticane ipotizzano che a dare quel voto all’ex arcivescovo di Bologna, malalingua a sua volta ma buon teologo e ottimo cultore della lingua italiana, sia stato il cardinale Ratzinger. Giacomo Biffi è stato chiamato ora da papa Benedetto a predicare gli Esercizi di Quaresima in Vaticano del 25 febbraio al 3 marzo. Tra i predicatori delle Quaresime vaticane (Wojtyla e Ratzinger, Martini e Lyonnet, Ballestrero e Barsotti, Hummes e Cè, Comastri, Corti, Forte…) egli è l’unico chiamato due volte, avendola già predicata nel 1989 per richiesta di Giovanni Paolo.

Segnalo ai visitatori l’angelus di ieri, straordinario esempio della forza di parola di papa Benedetto (vedi post 12 giugno, 9 e 13 luglio, 10 agosto, 24 ottobre, 21 novembre). “Il Vangelo di questa domenica contiene una delle parole più tipiche e forti della predicazione di Gesù: “Amate i vostri nemici” (…) quasi un “manifesto” presentato a tutti, sul quale Egli chiede l’adesione dei suoi discepoli, proponendo loro in termini radicali il suo modello di vita. Perché Gesù chiede di amare i propri nemici, cioè un amore che eccede le capacità umane? In realtà, la proposta di Cristo è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo “di più” viene da Dio: è la sua misericordia, che si è fatta carne in Gesù e che sola può “sbilanciare” il mondo dal male verso il bene, a partire da quel piccolo e decisivo “mondo” che è il cuore dell’uomo. Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del “porgere l’altra guancia” (cfr Lc 6,29) – ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia (…) L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”, una rivoluzione non basata su strategie di potere economico, politico o mediatico. La rivoluzione dell’amore, un amore che non poggia in definitiva sulle risorse umane, ma è dono di Dio che si ottiene confidando unicamente e senza riserve sulla sua bontà misericordiosa. Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei “piccoli”, che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita”. Sottolineo quattro motti: Misericordia che si è fatta carne, nonviolenza cristiana, rivoluzione cristiana, rivoluzione dell’amore.

“Mi considero in lista d’attesa per la Gerusalemme celeste”: sono stato a Galloro per l’ottantesimo compleanno del cardinale Martini (vedi post precedente) e questa è la frase sua che più mi ha raggiunto. Vi si sente l’esperienza di chi talvolta è finito nella lista d’attesa per la Gerusalemme di quaggiù! Sono felice d’averlo potuto salutare insieme a mia moglie, che è milanese e che ha subito riconosciuto: “Lei è ambrosiana!” Sono contento d’averlo trovato bene: la voce e la prontezza mentale sono quelle di sempre. Ho accennato agli auguri dei miei bloggers, ma c’era ressa e non ho potuto dettagliare nulla. Tuttavia gli ho lasciato lo stampato del post precedente e dei commenti di chi gli inviava auguri tramite me. Mi ha ringraziato. Sono sicuro che leggerà e dunque saprà le lodi e le riserve.

«Prego molto per lui, perché ha la mia stessa età e un carico tanto grave da portare. Per questo sento, riguardo alla sua persona, non solo riverenza e obbedienza, ma anche affetto, simpatia e comprensione. Gli auguro ciò che dice san Paolo in Ebrei 13,17: che possa godere di tanta obbedienza e collaborazione da parte di tutti così che possa portare questo peso “con gioia e non gemendo”. E chiedo anche che viva la consolazione di cui parla la terza Lettera di San Giovanni al versetto 1,4, quando dice: “Non ho gioia più grande di questa, sapere che i miei figli camminano nella verità”» : così il cardinale Carlo Maria Martini nell’intervista di ieri ad Avvenire, in occasione del compimento degli 80 anni (che cade oggi). Sono in viaggio e leggendo i giornali in treno, ieri mattina, avevo deciso di riportare questo brano, ma ho potuto accendere il computer solo verso la mezzanotte, dopo una conferenza tenuta a Cento (Ferrara). Letti i commenti al post precedente, ho trovato che Fabrizio, uno dei visitatori più puntuali, aveva segnalato questo stesso brano. Ringrazio Fabrizio. Vedrò Martini sabato a Galloro – dove vive quand’è in Italia – e gli porterò i saluti dei bloggers, se vi saranno. Oltre ovviamente quelli di Fabrizio, che erano impliciti nel suo commento.

A Terni intorno al vescovo Vincenzo Paglia è tutto un cantiere: un pittore argentino ha appena iniziato a tracciare un’Apocalisse sulla parete di fondo della cattedrale, due pittori ortodossi russi stanno ultimando un ciclo di Maria che decora per intero pareti e soffitto di una “cappella feriale”, uno scultore che non ricordo ha appena inciso su pietra pakistana quattro altorilievi per l’altare maggiore e una croce in ferro battuto e pietre lucenti che pende dalla cupola. Io sono qui per moderare un dibattito su “La società multietnica: l’integrazione possibile”. Daniela Pompei (Comunità di Sant’Egidio) porta l’esempio positivo delle badanti, come modello italiano di integrazione e cita il volto meticcio del Cristo Pantocrator di Cefalù, che ha tratti greci, arabi e normanni. Il ministro Amato dice che oggi noi europei “ripartiamo meticci” dopo aver dimenticato – nei secoli dello stato nazionale – di esserlo già stati e conclude che davanti a noi abbiamo forse un “tempo più bello, più vario e più ricco”, fatto tale dall’incontro tra diversi. Presentando Khaled Fouad Allam, algerino che insegna all’Università di Trieste e scrive sulla Repubblica, mi azzardo a dire a nome di tutti che “sono contento sia stato eletto nel nostro Parlamento” ed egli ricambia lodando la flessibilità politica italiana che ha già portato tre immigrati in Parlamento, cosa che non avviene in altri paesi con maggiore presenza immigratoria, come la Francia. Conclude il vescovo Paglia sulla “forza politica dell’amore” e con il motto: “Chi si conserva perde, chi incontra guadagna”.

Difendo Rosy Bindi dagli attacchi che le vengono da tutte le parti. Non difendo il disegno di legge sulle convivenze, che mi ha provocato grane professionali in quantità, ma difendo lei come ministro, in nome del rispetto che è dovuto alla responsabilità dei politici e dei governanti, che si esercita nella mediazione. Lei ha mediato. La ricordo come vitale amica dell’Azione cattolica e la abbraccio in segno di solidarietà in un momento difficile.

“Tutto il mondo lo deve sapere: ti amo troppo! Oriana”: scritto su un foglio appeso al cippo dei manoscritti che si trova all’uscita della Stazione di Roma Termini, al centro del cosiddetto “dinosauro”.

L’agenzia ANSA ha trasmesso oggi – poco dopo mezzogiorno – questa notizia (vedi sull’argomento 13 post tra il 6 ottobre e il 22 novembre) : ROMA, 5 feb – Scattano i licenziamenti a Telepace, la tv cattolica fondata e diretta da don Guido Todeschini. Dal 9 febbraio saranno licenziati i quattro giornalisti della redazione romana, come informa una lettera di don Todeschini alla fiduciaria di redazione, Angela Ambrogetti, lei stessa interessata dal provvedimento. L’annuncio del licenziamento avviene dopo che la tv ha sospeso le attivita’ giornalistiche della redazione romana, che era specializzata sull’informazione vaticana, tanto da essere chiamata la ”tv del Papa”. La chiusura della redazione romana dell’emittente e i preannunciati e oggi ufficializzati licenziamenti, hanno avviato una vertenza sindacale, e la situazione e’ stata anche all’esame della commissione Cultura della Camera.