Con un commento del 15 marzo al post Se Ignazio diviene Francesco una visitatrice affermava che “il Vaticano II non parlò mai di demonio, quasi non esistesse più, e bisognò aspettare le dolenti parole di Paolo VI per sentire ancora nominare l’Avversario”. Non è vero: il Vaticano II ha nominato almeno quattordici volte l’Avversario, chiamandolo “Demonio” (4 volte), “Maligno” (2 volte), “Diavolo” (2 volte), “Serpente”, “Principe di questo mondo”, “Satana”, “Potere delle tenebre”, “Demoni”, “Dominatori di questo mondo tenebroso e spiriti maligni”. Non interloquii perché immaginavo che altri visitatori l’avrebbero fatto nell’abituale dialettica del blog. Nessuno invece l’ha fatto e allora mi sono deciso a riprendere l’argomento perché non ne abbia danno la conoscenza del corpus conciliare già ridotta quasi a nulla in quegli stessi che amano discuterne. Nei primi quattordici commenti riporto i brani che ho rintracciato: non per polemica con nessuno, ma per la gratitudine che ho nei confronti di quei testi, come per ogni altro del Vaticano II che è stato un dono per tutti. Confido che essendoci dietro un elemento conflittuale i miei combattivi visitatori si fermino per un attimo su parole che lo meritano.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Dalle prime scelte riguardanti la propria immagine Papa Francesco appare indifferente a vesti e paramenti, scarpe e cappelli e si direbbe che gli prema quasi soltanto la veste bianca. La centralità che viene ad assumere la veste, nella sparizione di tutto il resto, va forse capita. L’aver tolto il rosso della mozzetta e delle scarpe dà rilievo al bianco della veste. Sarà quel bianco a raccordarlo visivamente, più di ogni altro elemento, ai predecessori. Ma sarà anche un bianco disadorno, a indicare che il raccordo è mantenuto per quanto riguarda la sostanza della missione papale ma non per i suoi aspetti accessori. – E’ un passo di un mio testo di pretenziosa semiotica papale pubblicato ieri dal “Corriere della Sera” alle pagine 1 e 17 con il fuorviante titolo L’anello d’oro rifiutato. I simboli di Francesco.
“Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve […] aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, chi è straniero, nudo, malato, in carcere (cfr Mt 25,31-46). Solo chi serve con amore sa custodire“: così Papa Francesco stamane nell’Omelia per l’inizio del ministero petrino. In un altro passo aveva invitato a non avere paura della bontà e della tenerezza: lo riporto nel primo commento. Per me sono parole di luce.
Da solo Papa Francesco ha curato ieri la sua presa di contatto con i “parrocchiani” del Vaticano, da solo si è affacciato sulla strada per salutare la folla, da solo ha scritto e ha svolto il primo Angelus. Per l’Angelus non aveva preparato i saluti nelle diverse lingue e non ne ha improvvisati, pur essendo poliglotta. Forse per semplificare. O non ha avuto il tempo di pensarci. Chi gli sta intorno prevede che continui così, alla giornata, almeno fino a Pasqua. L’osservatore esterno non sa se augurarsi che si circondi subito di gente fidata, o che vada avanti con questa spontaneità per non farsi ingabbiare. Ma deve ammettere che lui, Papa Francesco, non appare preoccupato o incerto su dove mettere i piedi o su che cosa dire. Con la sua disarmata sicurezza, pare Papa da sempre. – E’ un aggiornamento della mia lettura del Papa nuovo pubblicato oggi dal “Corriere della Sera” con il titolo Sta facendo tutto da solo.
Stamane Papa Francesco – dopo la messa nella chiesa di Sant’Anna, che è la parrocchia della Città del Vaticano – è uscito per la strada, fuori del Cancello di Sant’Anna, indossando ancora i paramenti, per salutare la folla che lì si era assiepata. Terrore del mio amico Domenico Giani, comandante della Gendarmeria, che aveva una faccia somigliante a quella che hanno i genitori quando seguono un loro bimbo che si avventura tra le automobili.
Aggiornamento del post alle 15.00 del pomeriggio. Ho proposto al direttore del “Corriere della Sera” una mini rubrica intitolata Un Papa nuovo che ha questo attacco: “Non è solo un nuovo Papa ma un Papa nuovo quello che abbiamo davanti agli occhi da quattro giorni”. Il direttore ha approvato e la prima puntata è uscita oggi, con il titolo Il silenzio per rispettare i laici. Nella pagina del blog Articoli del Corriere della Sera si possono leggere tutti i testi che ho scritto in questi giorni sul Papa nuovo.
Bellissime parole del Papa nuovo a noi giornalisti nell’Aula Nervi: ha appena spiegato il nome di Francesco e ha esclamato “quanto vorrei una Chiesa povera”. Per il nome ha raccontato che in Conclave aveva accanto l’arcivescovo emerito di San Paolo Claudio Hummes, “caro amico”, che – arrivato lo scrutinio ai due terzi e scoppiato l’applauso – “mi ha abbracciato, mi ha baciato e mi ha detto: non ti dimentichi dei poveri”. Ha raccontato che la parola “poveri” gli è entrata dentro e così gli è venuto il pensiero di Francesco, e poi della pace e anche la pace lo portava a Francesco: “Francesco di Assisi, l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo povero che ci dà questo spirito di pace. Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”. Quando ci sarà il testo trascritto, lo linkerò, ma volevo subito darvi, in diretta, le parole più vive. – Ora ora ha detto salutando che dà a tutti la sua benedizione, in silenzio, perchè accanto a quelli che sono cattolici, ci sono i non credenti: “Dio vi benedica”. Anche qui ci sarà bisogno di vedere il testo, l’ha detto in spagnolo tra l’altro. Ma ho capito che per rispetto ai giornalisti non credenti non dava la benedizione con la formula liturgica, ma si limitava a un pensiero benedicente affidato al silenzio. Forse questo è anche più straordinario dell’esclamazione sulla “Chiesa povera”. Due doni in una sola giornata.
Qui il link al testo completo.
“Il Paraclito fa tutte le differenze nelle Chiese, e sembra che sia un apostolo di Babele. Ma dall’altra parte, è Colui che fa l’unità di queste differenze, non nella ugualità, ma nell’armonia“: parole dette oggi da Papa Francesco nel saluto ai “fratelli cardinali”, utili per guardare serenamente alle relazioni ecumeniche e alla varietà interna alle singole Chiese. Le saluto con un bicchiere di Vino Nuovo.
Bergoglio è un gesuita, il primo Papa gesuita della storia: e si sa che i Gesuiti hanno nella regola l’impegno a non accettare cariche e onori. Come hanno fatto i cardinali a convincere ieri chi già non volle il Papato? Si dice che nell’ultima Congregazione generale Bergoglio abbia parlato di povertà e di purificazione della Chiesa dal “peccato”: forse i cardinali da quelle sue parole hanno compreso che ora l’umile argentino si sentiva pronto ad osare il Papato, ed ecco che accetta e si fa da gesuita francescano. – E’ un passo di un mio pomposo articolo pubblicato oggi come fondo dal “Corriere della Sera”: Il Gesuita con il saio. Sempre il Corsera ha oggi un altro mio pezzo, a pagina 2, sul saluto dalla loggia: Papa Francesco dice: “Vescovo e popolo“
Ho finito a mezzanotte a scrivere per “Porta a porta” e per il Corsera e a fare la diretta del Corsera online, ma sono felice della fatica che ho fatto, con moglie e figlia che mi facevano da segretarie e correvano di qua e di là, rispondevano ai telefoni, mi portavano bicchieri d’acqua e rileggevano i testi. Sono felice di Papa Francesco: non l’avevo previsto come non ho mai indovinato nessun Papa, ma sono contento della sua elezione. Un poco lo conoscevo ed era nella mia aspettativa per il Conclave del 2005, ora lo davo quasi a riposo. Ma è straordinario il tutto: il primo Papa che viene da fuori dell’Europa, il primo Papa del Sud del mondo [nel fondo dell’altro ieri sul Corsera avevo segnalato come probabile la scelta di un latino-americano], il primo Papa gesuita e un gesuita che prende il nome di Francesco… domani linko gli articoli che ho scritto. Ora – come messaggio notturno e carezza ai visitatori – mi fermo al nome: abbiamo un Papa Francesco dopo un Papa Benedetto: non è magnifico? Lo dico in riferimento a Benedetto da Norcia e a Francesco d’Assisi. Sono felice di questi santi e di questi papi. Un bacio a tutti i visitatori.
Diceva il portavoce Lombardi che tra la fumata bianca e l’affaccio del Protodiacono che annuncia il nuovo Papa potrà esserci un’attesa di 45 minuti. Qualcuno chiedeva “un comunicato immediato con la conferma dell’elezione e il nome dell’eletto” e l’ottimo Lombardi così svolgeva la sua pedagogia dei segni: “L’incertezza dell’attesa fa parte del fatto. Ricordo nel 2005 che alla Radio Vaticana discutevamo del colore de fumo e telefonavamo a monsignor Boccardo chiedendo quando avrebbe suonato la campana. Dobbiamo guardare il comignolo e osservare se la campana inizia a muoversi, è più bello così che non sapere tutto subito”. Insegnare ai giornalisti l’attesa è come tenere tra i due canapi i cavalli del Palio di Siena. Aspettando che il campanone inizi a dondolare metto il link a un mio articolo pubblicato oggi dal “Corriere della Sera” sui dieci cardinali “più nominati” al momento dell’extra omnes: scriverlo è stato per me un buon esercizio, non per prevedere l’eletto – che non è impresa disponibile ai media – ma per farsi un’idea dei volti della comunità cattolica.
55 Commenti