Il blog di Luigi Accattoli Posts

Solo nel 1939 (Pio XII) e nel 1963 (Paolo VI) si ebbero dei Papi annunciati: c’erano la guerra incombente e il Concilio già avviato a determinare le volontà degli elettori secondo indicazioni rapidamente maggioritarie. Questo, come tutti gli altri dell’ultimo secolo, è invece un Conclave aperto a molte soluzioni. E’ un merito degli ultimi Papi averle predisposte con la chiamata al cardinalato di uomini di tutto il pianeta. – E’ l’innocua conclusione di un mio fondo pubblicato oggi dal “Corriere della Sera” in prima pagina con il titolo Lo spirito dei tempi. La scelta moderna della Chiesa.

Otto Conclavi in cent’anni, per otto Papi che hanno “regnato” mediamente per quasi 13 anni. Rispetto a quelli dei secoli precedenti si è trattato di Conclavi veloci e senza le interferenze politiche che si erano avute fino a quello del 1903 che vide il veto dell’Austria sul cardinale Rampolla. Il più rapido è quello che elegge Pio XII nel 1939 con tre scrutini, il più lungo è quello che nel 1922 aveva eletto Pio XI con 14 scrutini. Nell’insieme inducono a prevedere breve anche il Conclave che si apre domani. – E’ l’avvio di un’intera pagina del “Corriere della Sera” di oggi nella quale narro in breve gli otto conclavi degli ultimi cent’anni: Il secolo degli otto Conclavi brevi.

Il più vistoso dei segnali che il Conclave manda all’esterno è quello delle fumate: vengono da due stufe, una che brucia le schede appena scrutinate, l’altra alimentata con fumogeni “dedicati” a seconda che il segnale debba essere bianco (elezione) o nero (non elezione). Le fumate sono sempre risultate indecifrabili, nei secoli e pure ultimamente. Dal 2005 la certificazione dell’elezione è data dal campanone della Basilica Vaticana che suona quando il Papa è eletto. Ma si mantengono le fumate a scopo televisivo e il campanone suona dieci minuti dopo il fumo, per tenere il mondo in sospeso. – E’ un passo di un mio divertimento sugli aspetti scenici del Conclave pubblicato oggi dal “Corriere della Sera” con il titolo La porta sigillata e l’anello biffato. Sempre il “Corriere” ha oggi un altro mio articolo – forse di maggiore impegno – intitolato Così divenne Papa il cardinale Ratzinger.

Dalla riffa dei papabili che abbiamo svolto a commento del post dell’altro ieri, tenendo conto anche delle “schede” che mi sono arrivate per e-mail ed escludendo dal calcolo i non cardinali, viene questo risultato: O’Malley 12, Tagle 9, Schoenborn 8, Ravasi 7, Ouellet e Scola 6, Erdo e Scherer 5, Bechara Boutros Rai, Caffarra e Ranjith 3, Barbarin e Bergoglio 2. Un voto a testa hanno avuto: Arinze, Bagnasco, Betori, Burke, Cipriani, Dolan, Eijk, Filoni, Onaiyekan, Turkson, Wuerl. Invito a continuare il gioco in questo modo: senza inserire nuovi nomi ed escludendo quelli che hanno avuto un solo voto.

In quel momento nel quale mi dicevano che Luigi era morto ho sentito il passaggio di Dio in me. Ho detto al parroco che mi teneva la mano: diciamo un’Ave Maria per la famiglia dell’assassino“: parole di Gemma Capra vedova del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 giugno 1972 da terroristi che facevano riferimento a Lotta Continua. Le ha dette il 19 gennaio scorso durante un incontro a “Il Centro” di Roma, intitolato “L’educazione tra perdono e felicità”. Mando a Gemma un bacio di gratitudine e festeggio le sue parole cristiane con un bicchiere di Vino Nuovo.

Devo dare al “Corsera” tre nomi di papali per un’inchiesta interna – si fanno anche questi giochi in sede vacante – e ho pensato di chiedere a quei giocherelloni dei miei visitatori – fatevi tutti sedevacantisti per finta e per un’ora – grazie d’ogni stramberia che mi arriverà.

Francesco Canova (1908-1998) è un sognatore alla dimensione del mondo. Medico, decide di andare in paesi lontani a curare popoli privi di ospedali e coinvolge nell’impresa la fidanzata Reginetta. Parte per la Palestina nel 1935 e appena avviato un ospedale per beduini rientra in Italia, si sposa e riparte con lei. Resta per dodici anni nel Medio Oriente facendosi tutto a tutti prima nel suo ospedale e poi nei campi di concentramento nei quali viene internato durante la guerra mondiale dalle autorità del Mandato Britannico sulla Palestina. Tornato in patria si fa promotore dell’invio di medici, uomini e donne, singoli e in coppia, in tanti paesi. Infine concentra la sua opera nei paesi in via di sviluppo e, specialmente, in Africa, realizzando a Padova un Collegio per studenti di Medicina intenzionati a “partire”. Il Cuamm (Collegio universitario aspiranti e medici missionari) nasce nel 1950 ed è attivo oggi più che mai, con l’aggiunta al vecchio nome – dal 2003 – della denominazione “Medici con l’Africa”. – E’ l’avvio di un mio ritratto del Canova che la San Paolo sta inviando alle librerie: La radice di un grande albero. Francesco Canova medico, missionario, cosmopolita. Cliccando sul titolo vedi la copertina del volume e leggi la premessa, l’indice, la 2a e la 3a di copertina.

A Sua Santità il Papa emerito Benedetto XVI Castel Gandolfo. I padri cardinali riuniti in Vaticano per le loro Congregazioni generali in vista del prossimo Conclave Le inviano in coro un devoto saluto, con l’espressione della loro rinnovata gratitudine per tutto il Suo luminoso ministero petrino e per l’esempio loro dato di una generosa sollecitudine pastorale per il bene della Chiesa e del mondo. La loro gratitudine vuole rappresentare il riconoscimento di tutta la Chiesa per il Suo instancabile lavoro nella vigna del Signore. I membri del collegio cardinalizio confidano infine nelle sue preghiere per loro come per tutta la Santa Chiesa. Così il contegnoso modesto freddo telegramma del cardinale decano Angelo Sodano letto poco fa in Sala Stampa dal portavoce Lombardi. Potrebbe essere studiato – nelle scuole di retorica, o nelle facoltà di Scienze della comunicazione – come eco burocratica di un fatto epocale. Ogni ricezione – si sa – avviene secondo la capacità del ricevente.

Aggiornamento al 6 marzo. Un mio minimo articolo intitolato Quel freddo telegramma per Benedetto è stato pubblicato oggi dal “Corriere della Sera” e può essere letto qui.

Ho un’amica che si chiama Patricia, che ha una cagnolina di nome Shalì che porta con sé a messa dentro alla borsa con il musetto di fuori e spiega: “E’ così buona che io alle volte faccio questa preghiera: Signore aiutami a essere buona come Shalì”.

Cagliari, chiesa della Santa Croce, saltano le luci e si fa la messa prefestiva a lume di candela, in sacrestia: dodici persone compreso il padre Gabriele che celebra, dodici candele. La sacrista porta le candele, il marito le sedie. La lettrice avvicina la candela al Lezionario, il celebrante dice “due parole soltanto” dopo il Vangelo “perché altrimenti si fa buio e non abbiamo più neanche il chiarore che viene dalle finestre”. E ancora: “Non facciamo la preghiera dei fedeli perché siamo nel disagio”. Si fa invece la questua e una moneta cade a terra: “Scusate questa confusione” dice la questuante. Preghiamo con le candele in mano. Le vecchine che ci vedono per la prima volta svolgono cerimoniosi lamenti e si scusano di tutto: “Questa chiesa è bella, peccato che non la possiate vedere”. A noi piace vederla al buio, l’antica chiesa dei Gesuiti, che fu costruita sulle fondamenta di una Sinagoga quando anche da qui furono cacciati i Giudii alla fine del Quattrocento. E noi dodici meschinelli e le nostre dodici luci. Anche le parole del celebrante sembrano più raccolte tra gli armadi scuri della sacrestia che qui si chiamano “paratore” perché custodiscono i parati.