Un morente vede un mendicante, lo benedice e vuole esserne benedetto. Un prete chiede la benedizione all’infermiera che l’assiste. Una brasiliana trovandosi a un colloquio drammatico con il vescovo gli chiede di benedirla e gli dà la sua benedizione. Un anziano amico che veniva dalla Germania, in occasione dell’ultima venuta mi disse: “Porta al papa la mia benedizione”. Vado a fare visita a un collega morente e ai saluti gli dico: “Dammi la tua benedizione” e gli do la mia. Sono del parere che vada rimessa in onore la “benedizione” come liturgia quotidiana del cristiano comune: non solo quella dei genitori ai figli, già frequente e oggi rara, ma ogni benedizione da persona a persona, nella coppia e in ogni relazione, compresi i figli che benedicono i genitori o il cristiano comune che benedice un consacrato. Comprese le relazioni della blogsfera. E’ l’avvio con moto di un mio testo sulla “benedizione come liturgia del cristiano comune” appena pubblicato dalla rivista “Il Regno” e che può essere letto qui: “Benedicimi” chiede il morente al mendicante. Per scrivere avevo chiesto aiuto ai visitatori e ora torno a chiederlo per una seconda puntata.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Le primarie del Centrosinistra hanno laureato Matteo Renzi come leader politico ma hanno anche segnalato, in lui, il primo affaccio nazionale di una nuova figura di cattolico in politica che potremmo qualificare – in via sperimentale – come cattolico non identitario e quasi inapparente ma praticante vero, di lunga formazione associativa, impegnato con la famiglia nella vita parrocchiale. Insomma: un cristiano credibile, serenamente mescolato alla città secolare. – E’ l’attacco suicida di un mio articolo pubblicato oggi da LIBERAL alle pagine 1 e 5 con il titolo Renzi, la nuova identità del cattolico senza identità.
Marrano era l’ebreo convertito al cristianesimo, “poco fidato perché in segreto fedele al giudaismo”: così Alfredo Panzini nel “Dizionario” del 1905 che già la dava come “voce semispenta”, se non “nel senso di furfante e di maleducato”. Ma il destino delle parole, come quello degli umani, è pieno di soprassalti e anche “marrano” ha ritrovato la sua attualità verso la metà del secolo scorso con i battesimi per scampare alla persecuzione nazista. Una scheggia di quel revival arriva oggi a noi, calda di passione e di accoramento, con la rivendicazione del “nobile titolo di marrano” che compare in un libro confessione di Bruno Bartoloni (“Le orecchie del Vaticano”, Mauro Pagliai Editore, pp. 252, 18 euro), ebreo battezzato per sfuggire alla persecuzione e vaticanista di lungo corso che afferma di aver sempre guardato al Vaticano “con occhi marrani”. E’ il promettente attacco di un mio articolo sui “marrani” di ieri e di oggi pubblicato dal quotidiano LIBERAL il 27 novembre alle pagine 8 e 9 con il titolo Elogio del marrano.
Domani, al ballottaggio, scommetto su Matteo Renzi. Per un centrosinistra più largo e per dare un taglio all’idelogia della sinistra storica che ancora lega i denti a tanti nel Partito democratico.
Oggi Arturo Paoli – caro amico – compie un secolo di vita: egli è benedizione per tanti e io benedico lui in questa sua festa dedicando ai visitatori una parabola che narra nel volumetto La pazienza del nulla [pubblicato da Chiarelettere in vista del compleanno centenario] come “icona” dell’esperienza del deserto che fece negli anni 1954-1957: “Ogni anno eravamo soliti fare un lungo pellegrinaggio nel deserto per ritrovare, sulle orme di fratel Carlo [de Foucauld], la sua ispirazione di infinito; il tragitto era di seicento chilometri all’incirca. Andavamo in carovana, guidati da nomadi buoni conoscitori del deserto, con una truppa di cammelli che portavano gli elementi necessari per innalzare una tenda sotto cui passare la notte, le vettovaglie e l’acqua. Tutte le mattine — immancabilmente — un cammello a turno fuggiva lontano e si sottraeva al suo lavoro quotidiano. Ci avevano avvisato di non corrergli dietro cercando di acchiapparlo, di non gridare, di lasciarlo partire tra l’indifferenza generale. Passato il mezzogiorno si scorgeva un punto all’orizzonte che si avvicinava sempre di più: il fuggitivo tornava. Quando, dopo alcune ore dall’apparizione, il fuggitivo era abbastanza vicino al gruppo, un arabo si avvicinava a lui dolcemente, senza grida, senza recriminazioni, senza alzare le mani, e cominciava a camminargli accanto cantando sommessamente. E questo accompagnamento durava fino all’arrivo di tappa. Il giorno dopo il transfuga di ieri era quello che offriva per primo il suo dorso, e un altro fuggiva”. Nel primo commento la sorprendente spiegazione della parabola.
Post dedicato a una donna nera gridante in treno, sul Regionale Veloce Roma-Foligno delle 14,18. La signora forse del Ghana è già seduta con le gambe distese sotto il sedile di fronte e conciona al telefonino come per arringare una folla di mille e mille. Arriva un quarantenne con signora che punta a sedersi di fronte a lei e le fa sgarbatamente: “Leva ‘ste gambe che cazzo”. Quella salta su come tre furie l’una sopra l’altra: “Tu non parli così a me, tu mi devi rispettare come io rispetto te”. E quello, inconsapevole: “Ma che cavolo dici… e piantala!” – “Non che non la pianto, tu mi hai insultato e non può finire così”. Segue una disputa con toni sempre più alti e argomenti sempre più deboli: chi la voglia leggere per intero, come esercizio alla mondialità, vada al primo commento.
“Se i nostri occhi fossero aperti per vedere ciò che Dio opera nei popoli saremmo capaci di vedere molta più santità intorno a noi e scorgeremmo i segni della santità asiatica oltre a quelli della santità europea“: parole di padre Adolfo Nicolàs, superiore dei Gesuiti, le più vive da me ascoltate in occasione del Sinodo. Le festeggio con un bicchiere di Vino Nuovo.
A Trento sono gran tiratori di palle di neve nei secoli dei secoli. L’attestano un affresco del ciclo dei mesi che è sulle pareti della Torre Aquila del Castello del Buon Consiglio che riporto qui e un mosaico di Cesarina Seppi che è nell’atrio della Stazione ferroviaria e che ho fotografato ieri mentre aspettavo il treno per il rientro a Roma: lo riporto nel primo commento. Il mosaico (1950) è una citazione dell’affresco (1400 circa).

Sono a Trento per conferenze e rientro troppo tardi per il gazebo di piazza Madonna dei Monti dove sarei andato a votare Matteo Renzi se fossi stato a Roma. Condivido le ragioni fatte valere dagli amici Andrea Sarubbi, Giorgio Tonini, Stefano Ceccanti per nominare quelli che mi vengono in mente tra quanti hanno detto che voteranno Renzi. Un sms di Ceccanti che mi è arrivato nel pomeriggio dice: “Io voto Matteo Renzi per una rinnovata ambizione maggioritaria”. Aggiungo che vedo in Renzi un vero stacco dal peso del passato che è grande nel Pd. Mi rendo conto che ci sono elementi di avventura, ma preferisco l’avventura al risaputo e non condiviso.
Il 30 novembre compie cent’anni Arturo Paoli, indomito prete di Lucca che si diede da fare per salvare ebrei durante l’occupazione nazista [ha avuto il riconoscimento di “giusto delle nazioni”] e cento anni avrebbe oggi un altro prete lucchese che fu fucilato nell’agosto del 1944, a 33 anni, per aver nascosto un ragazzo ebreo. Ieri e oggi si fa a Lucca un convegno in sua memoria: La Chiesa di fronte all’estremo: don Aldo Mei, la Diocesi di Lucca e oltre. l convegno ha parlato anche il centenario don Arturo. Mi ero occupato della bella figura di don Mei nel volume Nuovi martiri e qui si può leggere il profilo che ne tracciai, aggiornato alle ultime pubblicazioni. Nel volume pubblicato per il centenario della nascita [Don Aldo Mei martire del XX secolo] c’è un’edizione critica del “testamento” che don Aldo scrisse nelle pagine bianche del breviario. La sostanza si conosceva già. Ma quelle ultime parole di un martire dell’aiuto agli ebrei erano state depurate dalle allusioni alla vita quotidiana che invece sono nell’edizione critica e che a me suonano come le più care. Per esempio scrive alla perpetua Agnese Perfetti: “Vi lascio il letto di legno – le pecore il migliore arnia di api – arnia completa e le altre bestie compreso piccioni e quel che resta di generi alimentari“. Trovo straordinario che quest’uomo di 33 anni appena udita la sentenza di morte si preoccupi di donare alla donna che governava la sua casa “contadina” le cose di cui lei aveva cura: il letto, le pecore, le api e i piccioni. Nel primo commento una poesia di Elena Bono dedicata ad Aldo Mei.
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