Il blog di Luigi Accattoli Posts

– Mamma perché quel signore ha gli occhi rossi? – chiede un bambino camminando all’indietro e guardando in faccia un vecchietto che va nella sua stessa direzione, lungo il tunnel che dall’aereo porta all’aerostazione.

– Perché è stanco. Dopo un viaggio così, siamo tutti stanchi – fa la mamma

– E’ vero che sei stanco? – si sincera il bambino.

– Sono forse stanco ma è anche che ne ho viste tante nella vita – interloquisce il vecchio.

– Vuoi dire che hai pianto? – insiste il piccolo.

– Ho pianto, si capisce. Ho riso e ho pianto – spiega il vecchio.

– E se piangi ti vengono gli occhi rossi! – fa quello trionfante.

– E’ vero ma non ti preoccupare, tu piangi pure se capita perché i tuoi occhi sono così belli che non diventeranno mai rossi – conclude il vecchio.

Dialogo ascoltato all’arrivo a Cagliari con il volo Meridiana IG1788 proveniente da Roma Fiumicino.

Mando un saluto a Lucetta Scaraffia ora che è nella bufera e avendo dovuto occuparmi per due giorni delle reazioni al suo articolo per l’Osservatore romano su “I segni della morte”. Un saluto per dirle la mia simpatia per il suo volto e il suo nome – Lucetta è parola di luce – e il mio dispiacere per il fatto che il chiasso dei media non abbia permesso di cogliere il suo richiamo a fare attenzione – la massima attenzione – a ogni momento dello spegnersi di ogni vita, magari dubitando oggi degli encefalogrammi come ieri degli specchi che non si appannavano davanti alla bocca di chi forse più non respirava. In un punto il mio saluto vorrebbe porsi come un incoraggiamento ad andare oltre la propria sensibilità e mi riferisco alla ritrosia nei confronti dei trapianti che Lucetta ieri ha così confidato all’agenzia Apcom: “Ho un po’ di resistenza, non riesco ad accettarli. Vorrei che si mettessero più in discussione”. Io penso invece che la frontiera dei trapianti sia una delle più feconde per l’umanizzazione dell’uomo (vedi post del 3 giugno) e ritengo importante che quella comprensibile ritrosia – che riscontro in famiglia e tra i colleghi di lavoro – impariamo a superarla tutti insieme, come famiglia umana. Forse un giorno intenderemo l’intera avventura dell’uomo come donazione: dall’incontro del seme e dell’ovulo al latte della madre, a ogni dono di acqua e di cibo, al calore salvavita, alla respirazione bocca a bocca, alla trasfusione del sangue, ai trapianti e domani a chissà che altro. Un’avventura che è solo agli inizi. La donazione del sangue e degli organi – che ieri non era possibile – mostra che si può dare oltre l’immaginabile e oltre la morte. Che puoi dare la vita morendo. Una possibilità nuova dell’umano.

Mi sono iscritto a La Bibbia giorno e notte dove leggerò il capitolo 13 del Vangelo di Giovanni – il venerdì 10 ottobre alle ore 19,13 nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Sono contento d’aver avuto in sorte il compito di leggere la narrazione giovannea dell’ultima cena con la lavanda dei piedi, Giovanni sul petto di Gesù che chiede del “traditore”, il boccone dato a Giuda e Satana che entra in lui, il comandamento nuovo, Pietro che promette di dare la vita e il Signore che gli prevede il rinnegamento al canto del gallo. Ho un mese e una settimana per prepararmi a quella lettura secondo l’ultima revisione Cei della traduzione: penso sia importante leggere al meglio quanto sarà udito da molti. Lo dico – dell’iscrizione e della preparazione – come mio contributo al dibattito che qui c’è stato sull’evento di Santa Croce nei commenti al post del 28 agosto e come riallaccio a quanto già si era discusso sotto a un post del 17 marzo 2007: www.labibbiasenzasosta.it. A chi non condivide l’impresa dico che trovo utile ogni iniziativa che metta in contatto l’umanità di oggi con la Scrittura. Le obiezioni dei visitatori le terrò con me nella preparazione alla lettura.

L’ultima tappa della vacanza è nella Toscana di maggior sogno, tra San Quirico d’Orcia e Montepulciano. Sono ospite del Podere Spedalone, un agriturismo che è lungo la strada per Cosona nel comune di Pienza, in provincia di Siena. Il canto del gallo al primo chiaro e le oche al primo scuro sono le uniche voci. Giancarlo – il responsabile dell’agriturismo – mi mostra le antiche pietre su cui è costruito l’edificio, che appartenne ai Monaci Olivetani e fu un ospizio della Via Francigena. A San Quirico ho visto un ragazzo e una ragazza con il bastone e il grosso zaino dei pellegrini, neri dal sole e polverosi, che venivano dal Paese basco a andavano verso Roma. Abbiamo guardato insieme le sculture del portale della collegiata romanica che è attribuito a Giovanni Pisano. I segni del pellegrinaggio li ho trovati dovunque, in quest’ultima fase della vacanza: lungo ogni ramo della Francigena, che percorreva la Toscana intrecciando alla via Cassia le sue varianti; a Bobbio, dove i romei salivano a venerare San Colombano; e persino nella parrocchiale di Riomaggiore (Cinque terre), dove una conchiglia segnala che lì attraccavano le imbarcazioni che portavano ad Arles o da Arles riportavano chi faceva il camino di Compostela e l’accorciava con un passaggio in mare. La Toscana più di ogni altra regione è piena delle memorie dei pellegrini e io mi figuro il giorno in cui esse saranno meglio curate e segnalate, al pari di quelle etrusche, allo scopo di dire per completo la storia da cui veniamo.

“L’hanno trattato come un cane in chiesa” si diceva una volta di chi veniva cacciato o scaneggiato. Ma non è più un detto rispondente ai tempi, almeno a quanto ho visto ieri nella parrocchiale di Monterosso al Mare dal bel rosone: c’era un cagnetto a messa col padrone, ma quanto garbati tutti e due! Il padrone ha legato il guinzaglio alla pedana del banco, sulla quale ci si inginocchia, dopo aver steso per terra uno stuoino sul quale ha fatto accomodare la bestiola salutandola con un colpetto sulla nuca. Il cagnetto è restato su quel tappetino disciplinatamente per tutto il tempo, omelia compresa, per lo più sdraiato e anche sonnecchiante ma si scuoteva quando tutti si alzavano e si scrollava come a dire “finalmente qualcosa si muove”. Alla comunione il padrone attende che quasi termini la fila e va a prenderla per ultimo in modo da restare fuori dal banco il meno possibile, con il cagnetto che sporge il muso verso il corridoio centrale e lo segue con il movimento del capo, le orecchie ritte e l’occhio sveglio, ma per nulla allarmato. Tornato al posto risaluta la bestiola con quel tocco sulla testa e quella fa come per baciargli la mano. Non potresti immaginare gesti più appropriati al luogo e al momento.

La vista del fiume Trebbia (vedi post precedente) mi provoca a due immagini: quella del ponte Gobbo di Bobbio, che più gobbo non potrebbe essere e quella – tutta di fantasia – degli elefanti di Annibale che qui combatterono contro i romani guidati dal console Tiberio Sempronio Longo contribuendo grandemente a metterli in fuga, ma poi morirono “quasi tutti” per il freddo sotto a una lunga tormenta di pioggia e di neve. Era il 18 dicembre del 218 avanti Cristo e si era all’inizio della seconda guerra punica. I romani non avevano ancora sviluppato le tecniche di contrattacco agli elefanti la cui apparizione – secondo il racconto di Tito Livio – provocava innanzitutto il panico tra i loro cavalli “non solo per l’aspetto ma anche per l’insolito odore”. Il fiume Trebbia doveva avere molta più acqua di oggi, se fu un impedimento decisivo al ripiegamento dei romani: lo vedo scorrere esile sotto i piedi dei bagnanti, padroni indisturbati del suo larghissimo letto. Incredibile sorte degli elefanti e delle genti africane venuti a morire qui – “per il freddo e le ferite”: ancora Tito Livio – seguendo un condottiero che voleva distruggere Roma di cui nulla sapevano.

Come immaginavano l’elefante i pittori del Medioevo che non l’avevano mai visto? Un elefante di fantasia – somigliante a un cavallo con una gran tromba per proboscide – l’avevo trovato all’inizio di agosto nel chiostro della cattedrale di Bressanone e ne ho visto oggi un altro nella cripta della Basilica di San Colombano a Bobbio, che ha meno proboscide e pare piuttosto un formichiere gigante: perché sono passato dalla Romea alla Francigena (vedi post del 14 agosto) con un lungo trasferimento autostradale e l’abbazia di Bobbio, nella valle della Trebbia, è la prima tappa di questo secondo tempo della mia vacanza. Il mosaico illustra la storia dei Maccabei e mette in scena anche l’episodio di Eleazar che affronta il re nemico: “Egli s’introdusse sotto l’elefante, lo infilò con la spada e lo uccise; quello cadde sopra di lui ed Eleazar morì” (1 Maccabei 6, 43-46). Il mosaicista fa del suo meglio ma non dà all’elefante le giuste orecchie e le zanne e la quattro zampe che riempiono lo spazio sotto la groppa. Eppure per questa valle mille anni prima era passato Annibale con i suoi elefanti da combattimento: ma di questo parleremo domani. Al momento mi perdo a sognare che cosa immaginasse il cantore della Canzone d’Orlando quando metteva in bocca al paladino l’Olifante e mi seduce la fantasia di Tolkien che nel Signore degli Anelli descrive un mostro che chiama Olifante, simile ma non uguale all’elefante, segnalandolo con le emozioni che provoca in stirpi che il vero elefante mai l’avevano conosciuto. C’è questo fatto da accettare: l’umanità da sempre sogna l’elefante come sogna il drago. Il sogno dell’elefante era ed è alimentato da periodiche apparizioni di veri elefanti, mentre quello del drago si alimentava da solo.

Seguendo i consigli di Baltassar e Roberto 55 abbiamo vagato in libertà per i sestieri di Castello e Cannaregio, Santa Croce e San Polo. Ci siamo goduti Venezia senza romperci la testa nei musei, restando per un giorno intero all’aria aperta. Chiedevamo ai veneziani che significassero le parole “fondamenta” e “salizada”. Abbiamo così scoperto che San Stae sta per Sant’Eustachio e che a Venezia si venerano più che altrove i santi dell’Antico Testamento: ci sono chiese intitolate a San Geremia, San Giobe, San Moisè, San Samuele, San Simeon Profeta, San Zaccaria. Abbiamo visto che la chiesa di San Simeon Piccolo è più vasta di San Simeon Grande. Siamo passati per il sottoportego della siora Bettina e per la Calle del Cristo, ma anche per quella dei Cristi. Attraverso le fondamenta della Stua siamo sboccati nella calle delle Carampane e abbiamo attraversato il ponte delle Tette. Abbiamo preso un gelato e fatto foto nel Campo dei santi Zanipolo (Giovanni e Paolo) e poi dalle Fondamenta Nuove con il vaporetto 51 siamo andati al Lido, ma non c’è piaciuto: “Qui ci sono le automobili e non ci sono i canali” ha detto la figlia sollecitandoci a tornare indietro. Siamo passati almeno quattro volte sotto l’avveniristico ponte di vetro dell’architetto Santiago Calatrava, il quarto sul Canal Grande, che sarà inaugurato a metà settembre. Col DM – Diretto Murano – abbiamo raggiunto Murano, l’abbiamo goduta quanto Venezia, abbiamo abbracciato stretta la Vergine orante dell’abside della chiesa dei Santi Maria e Donato, dritta e sola e a mani aperte nel catino d’oro. Da Murano siamo tornati con il vaporetto 41 che ha rallentato ma non si è fermato davanti all’isola di San Michele, che è quella del cimitero: nessuno doveva scendere e nessuno doveva salire.