Il blog di Luigi Accattoli Posts

Emozione dell’arrivo a Venezia in automobile: dal delta del Po, per la Strada Romea, abbiamo raggiunto Venezia con la nostra Croma che abbiamo parcheggiato a Piazzale Roma. Tre giorni di parcheggio, 72 euro. Abbiamo poi acquistato un biglietto Actv per tre giorni a 32 euro a testa e così potremo prendere tutti i vaporetti e le motonavi che vogliamo. Mentre uscivamo dal parcheggio abbiamo incontrato il sindaco Cacciari che entrava in esso ed eccoci nella città che tanto è cara alla nostra figlia più giovane, che già vi era stata tre volte: è una bellezza vedere come si appassiona nel guidarci da un sestier all’altro, seguendo sulla mappa le calli e i campielli. Qui racconterò di Venezia solo qualche particolare minimo, come si addice ad argomenti troppo grandi. Per esempio quel capitello del XIV secolo dedicato alla frutta, appartenente a una vecchia sistemazione del Palazzo Ducale, che abbiamo trovato esposto insieme a una cinquantina d’altri nelle prime sale dopo l’ingresso dal Bacino di San Marco. Si compone di sei cesti di frutta con sopra i nomi: fici, sereses, uva, cocumberes, melones, piri. Mi sono piaciuti soprattutto i “fici” che prediligo e non ho potuto resistere, più tardi, alla tentazione di acquistare un chilo di fichi verdi e neri a 3 euro al Campo San Leonardo. E dunque non è vero che a Venezia costa tutto troppo: devi scegliere il luogo dell’acquisto.

Finalmente ho visto il delta del Po. L’attendevo da sempre, ma passando di qua c’era sempre una qualche fretta. Stavolta ho preso il giusto tempo per potermi inoltrare tra il Po di Goro e il Po di Venezia – straordinaria la veduta del punto in cui si separano – e ho persino scavalcato un ramo denominato “Il Po di Gnocca”. Perchè il mio personalissimo elenco dei toponimi più strani oggi si è arricchito di Gnocca e Gnocchetta: due con un colpo solo! Ho un collega – Renzo Giacomelli – che ha la mia età e che è nato da queste parti: mi ha raccontato dell’inondazione del Polesine, quand’era bambino e della notte che passò sul tetto, con tutta la famiglia, in attesa che una barca li portasse in salvo quando si fece giorno. Ho compiuto i miei giri per il delta cercando di guardare l’orizzonte con i suoi occhi e la sua memoria. Con essi sono salito a tre riprese sugli argini e le dieci e venti volte mi sono domandato: ma è più alto il livello del fiume che è alla mia sinistra, o quello del suolo che è alla mia destra? Mi sono spinto fino alle bocche del Po di Goro per ripetermi la stessa domanda riferita al mare: se ci fosse una falla in quest’argine, sul quale sto passando in auto, il mare si rovescerebbe sulla terra come il Mar Rosso dopo il passaggio del popolo eletto? Incredibile avventura dell’uomo e della natura che possiamo rivivere a occhio nudo arrivando pellegrini in questo avamposto di ogni realtà: cielo luminoso, acqua dappertutto, terra verdissima, aironi e albatri, umanità che guarda dal basso in alto al fiume e al mare.

L’abbazia di Pomposa è una festa per gli occhi: le storie dell’Antico Testamento in alto, quelle del Nuovo al centro e l’Apocalisse sotto, tutto così bene squadernato, colorito, amabile e leggibile in ogni particolare. L’incanto della donna incinta appostata dal dragone dalle tante teste che abbiamo letto il giorno dell’Assunta. Il bianco vecchio della stessa Apocalisse (1, 14-16) dalla cui bocca “usciva una spada affilata a doppio taglio”. I covoni sparsi per il campo nel sogno di Giuseppe, la padella e il clistere sotto il letto della figlia del Sinagogo… e infine l’aureola scura di Giuda nell’Ultima Cena. Povero Giuda: è lì come tutti, non sta scappando come in altre raffigurazioni, anche se già morde il boccone, unico dei dodici ad averlo alla bocca come se abbia fretta. Mi colpisce che abbia l’aureola come gli altri, che l’abbia ancora, benchè meno lucente, diciamo grigio-scura.

Da Ravenna a Pomposa passando per le Valli di Comacchio e per la cittadina di Comacchio, che mi attirava con il caratteristico edificio detto Trepponti, adattissimo per le foto dei gitanti. Qui ho avuto la sorpresa della “nave romana” che non c’era al tempo del mio primo passaggio, nel 1977: fu infatti scoperta nel 1980 in un canale interrato dov’era naufragata nel primo secolo avanti Cristo ed è oggi offerta alla conoscenza dei visitatori in un esemplare museo didattico. Che tenerezza le infradito di cuoio per donna o per ragazzo del tutto simili a quelle che calzavano stamane mia moglie e mia figlia e quasi incredibili quelle borse di pelle, con nastrino e tracolla: la tracolla allargata nel punto in cui poggia sulla spalla esattamente come quella del mio portatile. Una nave di mercanti che trasportava in stiva piombo proveniente dalla Spagna, vino greco e olio della Puglia. Forse veniva da Ravenna, forse andava verso Aquileia: l’Unione europea avanti lettera!

Vado da Riccione a Ravenna senza passare per Rimini che in questa stagione è troppo chiassosa: e pensare che anche Rimini è tra le “città del silenzio” di D’Annunzio che vi andava ad “ascoltare / sol l’antico Pensier rombar nell’arche / come il Mar nelle conche del tuo mare”. Nelle arche del Tempio Malatestiano, ovviamente. Mi sarebbe piaciuto mostrare alla figlia più giovane – che al ginnasio sta facendo la storia romana – l’Arco di Augusto dove termina la via Flaminia e il ponte di Tiberio sul Marecchia da dove parte la via Emilia, con in mezzo il decumano che attraversa la città quadrata, come oggi i caselli autostradali di Rimini Sud e Rimini Nord raccordano la città al resto del mondo. Lasciando ad altra stagione l’impatto con la Rimini romana siamo passati subito a Ravenna e alla sua “glauca notte rutilante d’oro” (sempre D’Annunzio). Neanche Ravenna oggi è silenziosa – e non lo è da tempo, almeno dal tumultuoso sviluppo degli anni 1955-1970. Ma in essa è meglio recuperabile una qualche memoria dell’antica pace, almeno per chi sia disposto ad abitare per un poco nelle sue chiese che sono le più belle al mondo e perfettamente fruibili oggi come ieri per mettersi in Dio. Segnalo due immagini con le quali mi hanno aiutato a ciò per un momento: il Buon Pastore che è nella lunetta della controfacciata del Mausoleo di Galla Placidia, che sfiora con la mano il muso di una pecora che sta alla sua sinistra e un altro pastore in San Vitale, nella parete di sinistra del presbiterio, che compie lo stesso gesto verso una pecora che è alla sua destra. Ecco tutta Ravenna in due carezze. E io in quelle pecore.

Quattro buone ore di vedute e scoperte godute questo pomeriggio a Oltremare, il parco giochi di Riccione di nuova concezione che ti aiuta a gettare un’occhiata nel fondo dei mari, a intuire qualcosa sull’origine del pianeta Terra e a conoscere il comportamento di animali vicini e lontani. Un filmato tridimensionale sugli abissi oceanici – “Into the deep 3d” – ti incanta con lo spettacolo dei Maccarelli reali maculati, dei Pesci sarcastici dalla frangetta che strillano a squarciagola, del Pesce Garibaldi maschio che scaccia la femmina ghiotta delle uova che ha deposto, dell’aragosta che muta guscio e cresce di un centimetro e mezzo all’anno. Un altro spettacolo intitolato “Pianeta Terra” – anch’esso a tre dimensioni – ti spaventa e ti diverte con una simulazione coloratissima del Big bang e dei vulcani e dei terremoti da cui viene l’aiuola che ci fa tanto feroci, ma tutto considerato non ti fa sobbalzare più di un telegiornale. Puro divertimento sono invece lo “Spettacolo della fattoria” e quello del “Volo dei rapaci”. Il falco pellegrino che sale altissimo e scende a folgore in picchiata, il falco sacro che è maestro del volo radente, l’aquila delle steppe che proietta un’ombra larga tra la gente. E ragazze e ragazzi che li fanno volare e una incinta che corre qua e là con il guanto e il pancione, rossa in faccia e quanto lieta. Bravi tutti a Oltremare, tutti giovanissimi anche ai gelati e alla biglietteria, ai delfini e ai cavallucci marini – Hippocampus – e dove ti mostrano piante e animali del delta del Po.

Chissà quanti ci avranno già riso o pianto ma io l’ho scoperto ieri: andando da Urbino a Pesaro, per la statale 423 che scende nella valle del Foglia, si passa prima per Gallo e poi per Cappone. Che sono due graziose borgate.

– Come stai?

– Benissimo, guarda!

– Sei innamorata?

– E’ vero, come l’hai capito?

– Da come hai detto “benissimo”. E poi si vede che non sei sola.

– Si vede da che?

– Cammini ridendo.  

Dialogo tra due donne in visita al Palazzo Ducale di Urbino, ascoltato stamane nell’Appartamento della Duchessa. Naturalmente tra le “Città del silenzio” di Gabriele D’Annunzio c’è Urbino, tutta volta al passato: “E Guidubaldo torna dalla fossa / a tener corte”. Oggi Urbino non dispone più di quel silenzio: una popolazione universitaria strabordante l’anima lungo l’anno e i turisti la riempiono d’estate. Ma salendo e scendendo per le viuzze la mattina presto o la sera tardi si riesce a intuire il silenzio che vi ascoltò Gabriele.

“Il Paese si è rimescolato” diceva Aldo Moro. E ancora di più a trent’anni dalla sua morte: a Gaifana, frazione di Gualdo Tadino, Perugia, l’insegna di un Sexy Shop precede di venti metri l’imbocco di via Padre Pio.

“Montefalco, Benozzo pinse a fresco / giovenilmente in te le belle mura, / ebro d’amor per ogni creatura / viva, fratello al Sol, come Francesco”: la prima tappa della mia vacanza in automobile è Montefalco, dove infine mi hanno attirato questi verso del D’Annunzio. Sono venticinque le “città del silenzio” che egli cantò all’inizio del Novecento e io tutte da tempo le frequentavo tranne questa, la più piccola e un poco fuori mano. Più volte o almeno una ero stato a Ferrara, Pisa, Ravenna, Rimini, Urbino, Padova, Lucca, Pistoia, Prato, Perugia, Assisi, Spoleto, Gubbio, Spello, Narni, Todi, Orvieto, Arezzo, Cortona, Bergamo, Carrara, Volterra, Vicenza, Brescia: è questo l’ordine in cui il poeta le mette in scena. Alcune da tempo non sono più silenziose, ma altre sì e come sempre silente è Montefalco, che D’Annunzio colloca tra Spello e Narni. Finalmente mi sono aggirato per la sua piazza circolare e sono sceso per via della Ringhiera dell’Umbria, dalla quale si vedono Assisi, Spello e Bevagna come in un affresco di Benozzo. E proprio Benozzo è il miglior dono della giornata di gran luce che ho avuto a Montefalco: il pittore “ebro d’amor per ogni creatura”. Le sue storie di Francesco, nella chiesa del poverello, offrono molti esempi di quell’amore, a partire da un’immagine della stessa Montefalco “in se compacta tota” e da un’altra di Bevagna, presso la quale Francesco predica agli uccelli. E che belli e vari quegli uccelli e come splendenti i bicchieri, i pani, la crostata, le caraffe dell’acqua e del vino che ornano la tavola del Signore di Celano, nel riquadro in cui egli muore avendo Francesco in casa e negli occhi.